FRANCESCO ZANETTI. IL POETA DELLA VAL CENO

 

VALCENOPERSONAGGI N. 1 – 14 DICEMBRE 2016

BY GIUSEPPE BEPPE CONTI

FRANCESCO ZANETTI

Poeta e scrittore della Valceno

note tratte dagli studi di Arturo Credali

servizio tratto da “COENUM” di Giovanna Credali

“…tu nato a viver libero sui liberi monti nativi

…non dimenticare la tua valle nè le sue antiche indipendenti genti montane …”

(La Canzone del Monte e altre liriche)

Così i versi di Francesco Zanetti ci rimandano l’immagine di un uomo, che, nel corso di una vita errabonda e non sempre facile, ha saputo mantenere uno stretto e coerente legame con le sue origini, con un ambiente “di nobili tradizioni, ove religione, cultura, ospitalità erano tenute nel massimo onore”, ove si aveva un fortissimo senso della famiglia, dell’amicizia e non si era soliti esibire ideali per il proprio tornaconto.

Le vicende umane di Francesco Zanetti ce ne danno conferma.

Nato a Carpadasco nel 1870, scelse molto presto la lunga strada del giornalismo; dopo soli due anni di tirocinio presso L’osservatore Cattolico di Milano, lo troviamo a Piacenza a dirigere L’Amico del Popolo.

Si era nel 1898; da poco si era conclusa la guerra con l’Etiopia di Menelik ed era ancora vivo il ricordo dei morti dell’Amba Alagi e di Adua. Era l’anno delle repressioni di Bava Beccaris a Milano, dell’ascesa al governo del generale Luigi Pelloux e delle sue proposte di leggi speciali per limitare la libertà di stampa e di associazioni (bloccate poi in Parlamento), era il periodo delle massicce emigrazioni dettate dalla miseria.

Francesco Zanetti non era uomo da tacere e così entrò presto in conflitto con le autorità civili, rischiando anche l’arresto, e fu costretto ad abbandonare la direzione del giornale.

Fra gli scritti, che gli costarono questo brillante avvio di carriera il prof. Arturo Credali annoverava nei suoi studi una lunga lirica “Primo Maggio Classico e Primo Maggio Moderno”, una poesia che, per essere compresa, deve essere inquadrata nel periodo storico in cui fu scritta:

“Voi che su’l ma fuggite la terra dei padri

de le dolci memorie,

Voi che, sudanti, il sole percuote ne’l campo e pensieri

matura in cuore d’odio,

e voi che ne’l lungo lavoro de’l giorno accompagna

lo stridor de le macchine

levate un grido:

il mondo è vuoto di anime, l’eco

risonerà terribile….”

(La valceno nella poesia di Francesco Zanetti)

Dopo l’esperienza piacentina, il giornalista collaborò con L’avvenire d’Italia di Bologna, con Il Momento di Torino, di nuovo con L’avvenire d’Italia: la sua cultura e le capacità professionali gli aprirono le strade del lavoro, la sua dirittura morale, il rifiuto che opponeva ai condizionamenti ed ai compromessi lo riportavano sovente a Carpadasco.

Carpadasco “la corte dei Zanetti nel l’800”

Dal 1911 entrò a far parte dell’Osservatore Romano, prima come redattore, poi come caporedattore.

“L’abilità professionale, la rettitudine del carattere, l’indole espansiva, che si arricchiva di una vena vivace ed arguta, l’estro poetico lo resero ben presto un elemento indispensabile per la vita di un quotidiano di struttura piuttosto tradizionale, qual’era l’Osservatore Romano.

Nelle varie sale di redazione portava il suo buon umore, il suo gusto, quel brio che elargiva un pò a tutti, come una improvvisa ventata di marzo..

Spirito colto, artista di squisita sensibilità, Francesco Zanetti ha considerato il giornalismo come apostolato..”(Ibid., p.20)

Carpadasco, la grande, felice casa dell’infanzia era ormai perduta per la famiglia Zanetti, Roma era diventata la seconda patria di Francesco e con la bellezza dei suoi monumenti ed il fascino delle sue memorie lo avevano conquistato, ma non reso dimentico, nè cambiato nella sostanza.

Giunto alla fine della sua carriera, per alcune poesie satiriche fu esonerato dalla funzione di caporedattore.

“Libero in voce intendo libero cuore” aveva scritto nel II Canto della “Canzone del Monte” ed il cuore del poeta non sembra proprio che sia stato mai schivo del desiderio di fama e ricchezza.

Vi era in lui una tensione verso la spiritualità e la libertà, che è anche sensibilità, rispetto dell’uomo, generosità, abnegazione, che è, in definitiva, poesia.

“E questa poesia -ci ricorda Francesco Barilli- è pure bellezza e bontà dei contenuti, musicalità del verso, nitore della lingua.

….Per tutti resta l’impegno a non lasciar cadere nell’oblio l’opera del Poeta Zanetti e a mantenere desta l’attenzione delle autorità competenti sull’antichissimo complesso di Carpadasco, che, in mezzo all’indifferenza generale, sta andando incontro ad una irrimediabile rovina.

La casa di Francesco Zanetti a Carpadasco

tratto da “la canzone del monte”

di Francesco Zanetti

…Carpadasco là in alto

con le chiare fontane,

coi cento colombi sui tetti,

coi fioriti giardini,

coi lauri stormenti e le mura

da lungi nereggianti,

oscuro pensiero d’un giorno….

alcune poesie

Sera di maggio

di Francesco Zanetti

Passata è la pioggia; è una sera

di maggio, io ascolto squittire

le rondini; la primavera

comincia nei fieni a languire.

E cala sul core un arcano

desire di torbido pianto;

perchè? Non lo sò: ed è vano

cercare la fonte del pianto.

E penso; dal candido fiore

verrà giù il bel frutto di sangue;

mia vita, così nel dolore

la gioia s’intorbida e langue.

Madonna della Fosa

di Francesco Zanetti

Madonna della Fosa

che gurdi la valle del Taro,

che guardi la valle del Ceno,

e innanzi a t’è il Dosso imminente

in verde solitudine;

Madonna della Fosa

che, in grigio contorno di rupi

di sfatto sassame, di vepri,

eretta su l’alto pilone

bianchi sorridi e preghi,

vedi, oltre il bosco, vedi,

in fondo, tra i campi, tra i prati,

di presso la frana minante,

co i tetti e le mura svariare

Carpadasco lontano?

Vien da Contile un’onda

di stanche campane lontane

che passa, dilegua, si sfà;

e giù da San Rocco singulta

roca una campanella:

Campane di Contile

che, a festa il battesimo, un giorno

di luglio, sonaron per me:

campane che a morto, a San Rocco,

tintinnerrà per me!…

Il sol fa mulinello

con presti fulgori e bagliori

su i vetri di case lontane:

un qualche fumacchio svapora

e vagola la giù.

Ove, o pensier, mi porti

con l’acre desire, col’ sogno,

co’l van ricordare dolente?

I lauri di Roma stormenti

non mi fanno scordare…

Lento il pensier si snoda

da l’algida stretta de li anni:

ma i monti lontani se penso

de l’aspro Appennino nativo

ancora balena e sprizza.

Fà che il mio cuore, in fiamma

d’amore, sempre arda, piropo

fulgente, d’innanzi al rupestre

tuo santo sacello montano,

Madonna della Fosa.

FOTO 1. FRANCESCO ZANETTI

FOTO 2. LA CASA A CARPADASCO

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