CONFERENZA DEL BARDIGIANO PROFESSOR ROBERTO FERRARI SUL BOSONE DI HIGGS.

 

VALCENOPERSONAGGI N. 3 – 7 MARZO 2017

BY GIUSEPPE BEPPE CONTI

ROBERTO FERRARI

Gazzetta di Parma – 26 Ottobre 2013 – Erika Martorana

Bosone di Higgs, un bardigiano tra gli scopritori della particella

BARDI – C’è anche un bardigiano tra gli scienziati che hanno di recente scoperto la cosiddetta «particella di Dio», grazie alla quale ogni cosa ha una massa e la materia esiste così come la conosciamo. Lui si chiama Roberto Ferrari ed è un dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Lavora nell’esperimento «Atlas», dove ha il ruolo di responsabile del gruppo di Pavia, composto da borsisti e ricercatori, sia universitari, che dell’ente stesso. «Il nostro – ha detto – è un gruppo piccolo ma con forti competenze, come dimostrato dal fatto che siamo impegnati in diverse attività di ricerca e sviluppo, sia hardware che software e di analisi dei dati». Ma facciamo un passo indietro. La carriera del bardigiano ha preso il via, oltre vent’anni fa, al Dipartimento di Fisica dell’Università di Parma per merito di una tesi sperimentale nel campo delle particelle elementari. «Pensavo ad una tesi di questo genere fin dai primi anni universitari – ha raccontato -. Dato che a Parma non c’era nessuna attività di questo tipo, nel 1985, un mio docente, Pino Marchesini, mi ha messo in contatto con il gruppo di Pavia che lavorava al collider protoni-antiprotoni del Cern di Ginevra. Da allora, sempre viaggiando fra Pavia e Ginevra, ho continuato a lavorare in esperimenti al Cern, prima vincendo una borsa di studio e poi un posto da ricercatore dell’Infn». Da poco, dopo tante ricerche, è finalmente arrivata la grande scoperta della «particella di Dio», che i fisici preferiscono chiamare «bosone di Higgs», dal nome del britannico Peter Higgs, che nel 1964 ne aveva prevista l’esistenza. «Era il mattone mancante del Modello Standard, necessario per poter descrivere correttamente le interazioni deboli senza introdurre inconsistenze matematiche – ha spiegato Ferrari -. Si tratta di una particella necessaria, all’interno dei meccanismi del Modello Standard, per dare massa alle altre particelle elementari (ma non alla materia ”ordinaria”, perché la massa dei protoni e dei neutroni è dovuta alle forze forti) e poterle rallentare. Senza il bosone di Higgs, il mondo sarebbe molto diverso da come lo vediamo». «Questa scoperta – ha proseguito il bardigiano – è stata sicuramente una soddisfazione enorme, sia a livello personale, che di gruppo, ma direi anche sociale; il coronamento di uno sforzo iniziato più di 20 anni fa da tutta la comunità dei fisici delle particelle mondiali. Se si contano anche ingegneri e tecnici, sono più di diecimila le persone, in centinaia di università e istituti di ricerca, che hanno collaborato per arrivare a questo risultato». «Il fatto – ha aggiunto – che sia l’acceleratore sia gli esperimenti abbiano funzionato così bene da permettere questa scoperta ben prima del previsto, dimostra la validità di un metodo di lavoro che ha pochi eguali. Mettendo in gioco competenze e sensibilità molto diverse fra di loro, abbiamo raggiunto obiettivi che apparivano proibitivi, se non impossibili. Da montanaro, di Bardi – ha concluso – sono contento anche perché sono convinto di aver dato un motivo di orgoglio ai miei compaesani».

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