CORREVA L’ANNO 1975. IL DRAMMA DELLO SPAGHETTI HOUSE DI LONDRA TRA GLI OSTAGGI ANCHE DUE EMIGRATI ORIGINARI DI BARDI. BRUNO E GINO BERNI (2^ PARTE)

IL DRAMMA DELLO SPAGHETTI HOUSE DI LONDRA 2^ PARTE

 

A cura di Giuseppe Beppe Conti

LA STAMPA –VENERDÌ’ 3 OTTOBRE 1975

ULTIMA ORA.

Un italiano e un tedesco “complici” dei banditi?

Londra. 2 ottobre, (m. ci.)

Un italiano e un tedesco sono stati arrestati per aver « cospirato » con il nigeriano Frank Davis « al fine di derubare il ristorante Spaghetti House ». Lo sbalorditivo sviluppo è stato annunciato questa sera alle ventuno e trenta da Scotland Yard. L’italiano è Lillo Calogero Termine, di 33 anni; il tedesco è Norbert Friedrich Waldberger, di 48 anni, noto pure come « Rondel ». da tempo residente in Inghilterra. I due uomini, su cui non si hanno altre notizie, saranno condotti domattina dinanzi ad un magistrato per l’imputazione formale e il benestare alla loro detenzione. Si attende adesso di vedere se l’arresto dei suoi complici, o mandanti che fossero, spezzerà la caparbia resistenza di Frank Davis. Sir Robert Mark, capo di Scotland Yard, ha detto: « E’ confermata cosi la nostra convinzione secondo cui questa rapina non ha mai avuto implicazioni razziali o politiche ».

Ostaggi dei banditi da domenica scorsa in un ristorante di Londra.

Sempre prigionieri i sei italiani (Stanno bene e giocano a carte)

(Dal nostro corrispondente).

Londra, 2 ottobre. L’ufficiale di Scotland Yard Si rivolge ai giornalisti e scuote il capo: «No news. I am sorry», niente notizie, mi spiace. E così l’«assedio» della «Spaghetti House» continua. Domenica, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì: da cinque giorni, i sei ostaggi italiani attendono una liberazione di cui ancora non s’intravede l’alba. I passanti camminano sui marciapiedi di Knighttsbridge luccicanti di pioggia e gli autobus sfiorano le transenne erette dalla polizia. Sotto, nel piccolo scantinato di dodici metri quadrati, in questo silenzioso microcosmo, i sei italiani e i tre negri vivono il loro dramma. Nessuno può prevedere come finirà la vicenda, ma in queste ore oscure e ansiose c’è qualcosa che occorre dire: i prigionieri italiani stanno mostrando una calma, una flemma quasi, da fare invidia agli inglesi. Occorre dirlo e sottolinearlo, perché troppi e giornali, qui e altrove, in un |eccesso di fervore e di immaginazione hanno ritratto i sei sei ; «ostaggi come sei uomini prossimi all’esaurimento delle loro forze fisiche e psicologiche “Possiamo resistere, state tranquilli” hanno dichiarato ieri al nostro console generale Mario Manca. «Non abbiamo fretta», ha scherzato uno. Sono stanchi, certo, più che stanchi, e indeboliti dal caldo opprimente: ma non sono infermi. Le notizie secondo cui due o tre soffrirebbero di diarrea non sembrano corrispondere a verità. Il più anziano dei sei è Enrico Maini di 53 anni, e tra lunedì e martedì il suo stato destò qualche preoccupazione. Ma ieri s’è ripreso e ha detto a Manca, offertosi di prendere il suo posto. «Non si preoccupi per me. Posso tirare avanti benissimo!». Che i sei non siano sull’orlo del tracollo lo conferma la loro unica richiesta odierna, immediatamente soddisfatta: un mazzo di carte. Udita la novità, un agente di Scotland Yard ha commentato: «Speriamo che i rapinatori non sì appassionino al gioco, altrimenti non andiamo più a casa». gente di polso’, questi sei sono più calmi dei tre negri, uno dei quali ha paura e, di tanto in tanto, vorrebbe arrendersi». Non basta. I sei hanno la massima fiducia nella polizia inglese e nella sua «strategia del logoramento». Hanno ubbidito senza mai discutere, e con intelligenza, agli ordini di non insospettire irritare i criminali. Un nostro funzionario mi spiega: «Questi ostaggi, forse perché abituati a vivere all’estero, hanno distrutto la leggenda dell’italiano emotivo. Hanno sempre reagito con il cervello mai con le passioni». Le passioni sono invece intense fuori della cella, a Londra ed in tutta la Gran Bretagna. La comunità italiana segue il dramma con trepidazione. Nella capitale, e soprattutto nel giro dei ristoranti, i sei uomini — tutti direttori o vice direttori delle trattorie della catena «Spaghetti House» — sono conosciutissimi. Enrico Mainini sbarcò in Inghilterra ventitré anni fa: gli altri sono venuti più di recente, dieci anni fa o meno: ed hanno tutti lavorato in vari locali. Alcuni nomi sono famosi, come quello dei fratelli Berni, Bruno e Gino. La Gran Bretagna è piena di Berni, e il loro luogo di origine, la provincia di Parma, tra Borgo Val di Taro e Bardi, ha fornito a questo Paese, dall’inizio del secolo, generazioni di emigranti. Altre passioni scuotono le comunità di colore, quasi due milioni di persone qui affluite dagli angoli più remoti del Commonwealth ed i loro figli. L’indignazione prevale su ogni altro sentimento, non si odono molte parole a giustificazione del nigeriano Frank Davis e dei suoi compagni delle Antille, Bonzo e Wesley.. Ma c’è chi parla in loro difesa, chi li descrive «vittime del razzismo», chi persiste nel vedere una scintilla ideologica nella loro sfortunata rapina. Sono, questi, gruppi estremisti negri, non certo forti qui come in America, ma che trovano reclute nelle aree più disagiate. Ed è quasi certo ormai che Frank Davis ha avuto rapporti, sia pure assai fluidi, – con il Black Liberation Front. Davis, il leader del trio, ha gridato ad uno dei capi di Scotland Yard, attraverso la porti: «La pianti di chiamarmi Frank. Mi chiami Maggiore». «Maggiore dì cosa?». «Maggiore del Black Liberation Army». Davis ripete insomma di essere un «guerrigliero„ e di aver diritto ad un trattamento «politico»: un aereo e libertà di fuga. Sono richieste assurde. L’atleta ventisettenne (in Nigeria faceva i cento metri in undici secondi) è appena uscito di carcere per aver ferito un impiegato . I dopo un attacco ad una banca. Si sa che è un «solitario, che si sente «respinto dalla società»; ma ciò non basta a trasformare le sue azioni criminali in gesti ideologici. D’altra parte, Scotland Yard deve agire con diplomazia. Non deve perdere la fiducia delle masse negre, non deve apparire ai loro occhi uno strumento di repressione.

Mario Ciriello.

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