BARDI NEI RICORDI DI FRANCESCO BOCCACCI

RICORDI DI BAMBINO E RAGAZZO DEL NOSTRO MAGICO BARDI dal 1967 in poi

prima parte
GROTTA DELLA MADONNINA

Amici miei, vorrei raccontare una bella storia che magari tanti o si sono dimenticati o non l’hanno vissuta. Parlo della fine degli anni sessanta,  dovete sapere che dove ora c’è l’asilo a Bardi c’era un parco circondato tutto intorno da un muro in pietra dove noi bambini giocavamo; all’ estremità del parco, verso il fiume, era situata una bellissima grotta in sasso con all’interno una statua della Madonna.  Qui tanti bambini come me giocavano e si divertivano sempre sotto l’occhio vigile della Madonna.
Poi decisero di costruire un nuovo e moderno asilo pieno di tutti i comfort per i bambini.
La Madonnina venne portata via e messa in qualche scaffale o altare della chiesa.
Gli anni passarono e tutti si dimenticarono della statua della Madonna finchè negli anni ottanta una terribile ondata sismica investì tutta la Val Ceno, e tutti noi ci trovammo nell’ incubo del terremoto! Dopo giorni e settimane di continue scosse la voce della Madonna si fece sentire nel cuore di qualcuno e allora in fretta e furia ricostruirono, in segno di rispetto, una piccola grotta che si trova tutt’ora davanti all’asilo e la Madonnina riprese il suo posto.  Il terremoto finì e la Madonnina è ancora li a sorvegliare i suoi bambini! Il paese riprese il suo sorriso! Questo era solo per dire che in questi momenti una preghiera non fa male a nessuno. Un bacio buonanotte a tutti italiani cattolici romani!

seconda parte
Amici miei, in un momento come questo voglio raccontarvi i miei ricordi di bambino e ragazzo nel nostro magico Bardi e poi qualcuno (non bardigiano) alla fine capirà perché questo paese è magico. Oggi è martedì 18/03/2020, periodo di corona virus, penso che ai tempi questa  sarebbe stata solo qualche storia  fantastica di Gianeton Furon: viveva al piano superiore del locale dove adesso si trova la ca’ del grano e dove anni prima esisteva il più vecchio e rinomato forno del paese. Era un musicista orologiaio, sapeva scrivere la musica e suonava perché, un grande talento dei bardigiani era la musica e il buon canto con le compagnie di merenda.  Buona serata quindi, cominciamo e se qualcuno vuole aggiungere qualcosa  sarà un piacere.  Del nostro meraviglioso Bardi quello che ricordo sono le sensazioni e le storie che mi sono rimaste nel cuore: quei luoghi magici di piccole ma grandi realtà artigianali  e di grandi personaggi.  Nel nostro paese non mancava niente e io voglio rivisitarlo con voi nei mie ricordi e voglio cominciare da via del grano, una delle vie che salivano dal Borgo Riolo. Il primo negozio che incontro è il calzolaio Stefanen, un tipo strano e particolare poi proseguo e ne trovo un altro, Fabio, un grande calzolaio in grado di realizzare scarpe e scarponi fantastici. Poi trovo i Cavozza, Shampoo Vigen e tutta la splendida famiglia di barbieri, proseguendo trovo poi Bonen, allevameto polli: la grande famiglia Boni si distingue per essere composta da grandi oratori. Andando avanti sulla destra c’è via  San Francesco dove si trovano tanti grandi personaggi:  Lucia Bruzzi, bravissima e la casa della befana, la casa di Bonen Pino che ci aggiustava le biciclette e  poi il mitico  Scienza, grande uomo. Cicoto Boccacci con sua moglie Desolina che un panino con la marmellata non lo negava mai. Poi, in fondo, la casa di Primo, un vecchietto molto strano, il convento e poi tutta la parte della chiesa di san francesco diroccata e sulla sinistra una piccola casetta dove il buon Battista Belli aveva un allevamento di trote per il nostro fiume.  Appena sopra una casettina diroccata dove abitavano le battataccone, Angela sorda e Maria molto burbera: erano sempre circondate da nuvole di gatti.  Poi salivi e trovavi il camioncino di un uomo di grande spessore che da solo sapeva tenere il nostro Bardi come un salotto: era il grande Gianni, uomo riservato che ci allietava con le sue storie. Era magico, con il suo camioncino passava tra la gente senza neanche far rumore. La notte dal letto sentivi il fruscio della sua scopa che puliva il paese. Ciao Gianni! da grande uomo che eri hai saputo creare una grande famiglia. Ed ora ecco la splendida piazza del grano che ogni anno per la processione veniva addobbata e si festeggiava tutta notte in onore al grano. In quegli anni aprirono un negozietto anche lì di riparazioni e vendita bici e moto: al suo interno c’era un giovane più grande di noi, dicevano che era uno che era ritornato da Parigi. Mi ricordo di lui perché sembrava uscito da un fumetto francese, portava un giubbetto in pelle, jeans, capelli neri con ciuffo, stivaletti e fumava le sigarette gauloise tipiche dei francesi. Era un tipo sveglio che una ne pensava cento ne faceva e diventò ben presto conosciuto e amato da tutti. Mi ricordo che era arrivato dalla Francia con un camioncino ford dotato di un motore matra simca baghera che più che un camioncino lo rendeva una macchina da corsa! Un episodio che mi rimase nel cuore a testimoniare il suo coraggio:  un giovedì al ristorante  “due spade” condotto allora da Stomboli (Casan) dalla cucina si vedeva un fuoco, la bombola infatti, a causa di qualche tubo rotto, stava bruciando e si sentiva questo sibilo tremendo e nessuno aveva il coraggio di entrare.  Ma lui, ricordo che si bagnò d’ acqua, entrò, prese la bombola con questa lingua di fuoco e la portò all’ esterno salvando tutta la zona da una sicura tragedia! Era un personaggio con un grande cuore, pieno di entusiasmo e amante del carnevale.  Ricordo che sei mesi prima mi aveva chiesto se avevamo intenzione di fare qualcosa, aveva sempre ideee brillanti. Chi non si ricorda la sua idea di provare a realizzare un elicottero con il suo amico fedele Gino della carpana che quando lo provarono dentro a una cascina volarono i pezzi sino a Grezzo. Ciao Bruno Bertocchi sei stato un altro grande bardigiano speciale!
Tornando al mio percorso per le vie di Bardi, proseguendo ci si imbatteva nella grande trattoria delle due spade e di fronte, grande ed unica sartoria Nicandri. Entravi e trovavi, in un silenzio assoluto,  tutti intenti nel loro magico lavoro. Mi ricordo che da bambino ero un pò intimorito da questo luogo, sia per la comunione che per la cresima mia mamma mi diceva: “vai dai Nicandri che ti devono prendere le misure!”. Io entravo e  Fiorenzo alzava appena la testa, mi guardava con il metro al collo e un gessetto nel taschino, mi faceva sedere e a bassa voce mi diceva “ve chei cichen picen!” e cominciava con il prendere le misure, poi tornavi e faceva i modelli. Proseguivano, silenziosamente il lavoro i suoi fratelli e la sorella e alla fine ti consegnavano vestiti che ancora oggi tutti noi bardigiani abbiamo ancora nei nostri armadi. Veramente, da grande sartoria quale era, alcune attenzioni andavano prese nei loro confronti. Esisteva infatti il famoso libro nero di Fiorenzo, se pagavi in ritardo ogni giorno aumentava di qualche lira ma la cosa da non fare mai era (visto che esisteva il sarto della carpana e u sartu’u sopo di gaiofa) tradirli rivolgendosi ad un altro sarto. E magari, uscendo dai Nicandri trovavi Balena che ti diceva “questi scagliati da dio sulla terra per far tribolare la povera gente!”.  Ciao amici miei, per stasera mi fermo qui domani proseguo per chi puo’ interessare, buona lettura e  non guardate la grammatica, buonanotte!

terza parte
Amici miei, buonasera! Visto che i miei ricordi piacciono proseguo il mio viaggio nel nostro Bardi che fu, come vi dicevo non guardate la grammatica o gli errori ma vado a stecca, è come rivivere quei momenti speciali oggi 19/03/2020, tempo di coronavirus.
Dunque, torno subito all’uscita dai Nicandri e all’ incontro con il grande Balena, un uomo che con la sua gogliardia e il suo vocione, passando salutava sempre tutti, come tutt’ ora fa la sua splendida famiglia: Giacomo, sua sorella e la Paoletta.  Capitava nei presso della loro casa, di vedere un’anziana signora,  penso fosse sua zia (la giacomina di cassan) sempre fiera della divisa, bandiera e fazzoletto di un suo zio o nonno che partecipò allo sbarco dei mille con Garibaldi. Noi monelli appena la incontravamo la salutvamo con un bel “bimbumbam giacomina de cassan!” e scappavamo. Sempre lì dove ora c’ è l’albergo “le sei dame” vivevano due signorine sempre tutte imbellettate,  la signorina Giustina e sua sorella, entrambe molto gentili. Mia mamma mi ci mandava a fare ripetizioni, adesso non so di che materia ma una tazzina di the con i biscotti ci scappava sempre. Andavano in giro con una piccola macchina e quando guidavano da lontano non scorgevi nessuno al volante, tanto erano piccole.
Alla porta dopo c’erano altre due sorelle, le chiamavano Pive, non so se era il cognome o altro ma noi monelli tutte le volte che passavamo, se non erano sedute fuori, bussavamo e intonavamo il concertino “piva piva l’olio d’oliva…” e poi scappavamo. Magari nel frattempo vedevi una vecchiettina piccola piccola tutta vestita di nero con gli occhiali scurissimi che usciva di casa dei fratelli Zani, personaggi molto strani e riservati e per lei, noi monelli, avevamo il massimo rispetto. Era ceca poverina e nell’indifferenza di tutti saliva sfiorando il muro tutti giorni, mattina e sera, per andare in chiesa alla messa. Era un’ altra figura magica che si aggirava.
Proseguivi e trovavi un grosso portone dove abitava a pian terreno il mio grande amico Adolfo con la sua famiglia: Piero, Tina, Carmela, Rosanna, Caterina e la più piccola Silvia e poi molto più tardi anche Matteo.
Al piano di sopra abitava l’Angiolina, la nonna dei miei amici Mike e Luigi che ora risiedono in Svizzera ma che in quegli anni erano con noi a Bardi. Eravamo tutti monelli in fondo a Bardi, un pò come degli scugnizzi che studiavano di tutto per combinare marachelle.
Andando avanti trovavi il negozio di alimentari (da Maria de gancen) e suo marito, il grande genio, perché sapeva fare di tutto (Bruno Cironiti che mi ricordava sempre Domenico Modugno) con i suoi baffi, tutto imbrillantinato, un pò meccanico taxista e i sui figli Silvio e le sorelle.
Di fronte c’era una piccola macelleria di uno dei fratelli Tedaldi (i gabodi) grandi macellai da generazioni e tuttora abbiamo l’ insostituibile Giuseppe e la Nerina, grandi professionisti nella lavorazione e scelta della carne.
Poi di fronte, comparì intorno agli anni settanta, di ritorno dalla Liguria, un ometto che aprì, quando era già in pensione, un bellissimo negozio di biciclette e riparazioni. Era un Rosati, uno dei tanti Rosati (u vedelo) forse perché non era sposato, anche lui molto particolare.
Poi andavi oltre e trovavi un bellissimo negozio di stoffe, bottoni e tutto quello che poteva servire per l’arredamento e il vestiario, all’ interno trovavi Forlini (chiamato l’uomo ragno) perché aveva rughe così profonde da sembrare una ragnatela e quell’angelo di sua moglie, entrambi sempre molto cordiali. E adesso scendiamo a sinistra, nel mio regno, il borgo riolo e voglio partire dalla fratta, proprio in fondo vicino alla chiesa della madonnina di pompei. In quegli anni alla fratta viveva e lavorava mio zio Innocente, fratello di mio nonno, un omettino piccolo sempre con il sorriso classico dei Tambini (perché quello era uno zio da parte di mia mamma, fratello di mio nonno Celeste), insieme a sua moglie Desolina Isingrini (a singrona) che un pezzo di torta d’ erbe o di patate a chi passasse o bussasse alla sua porta non lo negava mai. Poi i figli Tonino (vesillo) Pierino (detto cimino) e Maria, una bellissima ragazza e donna ora madre di Dino e Raffaele. Erano sempre in prima fila per la sagra della madonnina di pompei, con la banda e tutto il paese a festeggiare.
E ora saliamo a destra della chiesa, qui c’era una casa molto vecchia dove abitava Decimo, inavvicinabile da noi monelli (era nostra abitudine “prendere in prestito” ciliegie, fichi, pere, mele o quello che trovavamo) e un bel giorno vedendo una bella pianta di fichi, ci guardiamo e via con il prestito.  La nostra marachella sembrava riuscita ma ad un certo punto mi ricordo spuntarono due oche bianche più alte di noi che ci inseguirono indiavolate, da lì in poi quella era diventata per noi la casa dei fantasmi, per questo, niente più fichi.
Poi riprendeva il cammino finchè trovavi sulla destra un piccolo parco proprio a ridosso del castello dove noi giocavamo sempre. Su, dove ora ci sono le case costruite dai Tedaldi c’era un magnifico campo, era il campo della polidina, con pini secolari al centro, ottima pista da sciare per noi bambini.
Avanti sulla destra c’era la cascina del mio bisnonno Giovanni detto scaglia e attaccata c’era la casa dei Tedaldi: Marisa, Giovanni, Giuseppe e Sergio che come dicevo prima erano noti intenditori di carni.
Salivi e c’era la casa dei Bosi con sopra il maestoso drago belvedere.
Di fronte, dove ora c’ è l’ ambulatorio del veterinario, mio cugino Luigi, c’era la casa dei miei bisnonni e in ultimo l’ abitazione di mia zia Maria (la gippina), sempre molto agitata ma molto buona.
Mi ricordo un episodio: mia mamma doveva pelare due galline ma non se la sentiva allora chiese ai miei allora fratellini piccoli Giacomo e Paolo di portare le galline alla zia Maria. Non sapendo che pativa un pò le lune, loro andarono, bussarono alla porta e gli si presentò davanti con una scopa in mano e loro spaventati filarono via veloci come il vento perché la vedevano come una strega. Le loro galline scapparono per tutto il riolo.
A sinistra salivi e di fronte in alto e vedevi la casa della Mariettina, di suo marito e della figlia Franca la quale aveva anch’essa una figlia, Eletta, mia compagna di giochi d’infanzia. La sua casetta era a mio parere bellissima e sopra aveva una mansardina.  Ho il ricordo della Mariettina, che tutte le estati, spargeva un prodotto, forse creolina, che faceva una puzza tremenda, per allontanare le mosche che di fatto poi ci pensavano molto bene prima di avvicinarsi alla sua piazzettina.
Dovete sapere che in agosto, mia nonna Giacinta, pur di farci stare in casa, ci parlava del sol leone dicendoci che chiunque fosse uscito dalle 12 alle 15 sarebbe stato da lui mangiato. Capirete bene che non si usciva ed in quegli orari Bardi diventava silenzioso come d’inverno, faceva veramente caldo. A sinistra c’era un piccolo cancelletto ed entravi nella trattoria di Costante, lì c’era un piazzale bellissimo posto all’ombra dei castagni, adibito a campo da bocce e luogo di colazioni e merende per mio nonno Cichen e tutti gli abitanti del riolo.
Ritornando sul riolo, a destra c’era la maestosa e bellissima casa dei miei nonni, Francesco e Giacinta, per me la più bella casa del mondo. C’era l’ officina dove lavoravano mio nonno, mio zio Giovanni, mio papà Luigi e mio zio Luciano che più che zio lo consideravo e lo considero mio fratello maggiore.
Di fronte a casa ci sono tre scalini, mia nonna Giacinta si sedeva lì, mi metteva sulle sue gambe, specialmente al giovedì e insieme salutavamo tutti i contadini che provenivano chi dai monti, chi dai trombetti, chi dalla carutta, dalla sorba e dai monti Barsia. Passavano tutti di li e mia nonna aveva sempre una brocca d’ acqua con un po di limone per chi volesse ristorarsi un attimo e intanto consegnava camice a chi le avesse ordinate. Dovete sapere che mia nonna era una grande camiciaia, non c’era infatti uomo o bambino che non avesse una sua camicia.  Vi racconto un episodio: io ero un pò il pupillo di mia nonna e mio nonno ed un giorno prima del carnevale lei mi preparò un costume bellissimo da guardia svizzera. Mi stava a pennello e mia nonna orgogliosa mi disse: “vai in paese e fai una sorpresa a tutti!”. Io purtroppo ero molto timido ma per non farle dispiacere andai comunque; arrivato al portichetto però non ce la feci e mi infilai in casa della Giovanna, una bravissima donna. Ai miei occhi era grossissima e mi disse: “ve francesco te te fatu ma te casca” e io: “no, è finito il carnevale e sono passato a salutarti” ma non era vero era solo che la timidezza mi bloccava. Lei mi offrì un bel panino con la marmellata e insieme a lei aspettai che finisse tutto, poi tornai da mia nonna e lei tutta orgogliosa mi chiese: “ ti hanno visto le zie?” e io: “certo!”.  Poi mano a mano tornarono le mie zie: Lina, Lisa, Rosa, Anna e Mariangela e gli chiese: “i vistu u francesco cumme u stava ben vesti da guardia svizzera?” e loro non avendomi visto gli dissero di no, forse l’era insieme ai so amichetti. Non seppe mai che io quel carnevale lo passai dalla Giovanna. Spero che anche questa seconda parte dei miei ricordi vi sia piaciuta, a domani sera, buonanotte un bacio

quarta parte
Buonasera amici miei, visto che a tanti piacciono i miei ricordi del nostro magico Bardi inizio la quarta parte, oggi 20/03/2020, sempre tempo di coronavirus e mi raccomando sempre non guardate troppo la grammatica e il mio stile di scrittura ma sono ricordi che mi scendono a stecca quindi non sono molto attento purtroppo e anche molto avaro di punti e virgole.
Cominciamo da dove ero rimasto, cioè nel mio regno, la casa di mio nonno Francesco e Giacinta.
Come vi dicevo casa di mio nonno era nel riolo, era molto grande e su tre livelli: al livello strada era situata l’officina che non era grandissima ma molto funzionale e una grande cantina. Come molti di voi sanno oltre a forgiare il ferro lì è nato il primo “battistero degli scagliati” dove si inventavano nomignoli e nomi a personaggi che ora non saprei neanche dirvi il loro vero nome. Anche i luoghi di Bardi hanno denominazioni che proprio non c’entrano niente con i nomi della vie, un esempio: se uno vi chiede dov’è la caserma dei carabinieri, subito vi rispondono in cambogia. Se uno voleva andare al bar Enzo quello era il cremlino, com’è tuttora, e poi tantissimi altri nomignoli simpatici e devo dire sempre molto azzeccati.
Comunque vi racconto un pò di episodi che capitavano spesso: i portoni dell’officina affacciavano proprio di fronte alla casa della mariettina poi c’ era una casettina piccola con una piazzetta. Io ero sempre attento alle burle di mio nonno e dei miei zii che erano tutti i personaggi che frequentavano l’officina, che forse più che officina era un  luogo di ritrovo dove lavoravano sempre con il sorriso. Comunque in questa casettina dove fino a qualche anno prima c’era un piccolo allevamento di polli vivevano: mio zio Gianen Opel: era ultimo di cinque femmine cioè la zia Carmelina, la più grande che sposò un Badini che veniva da Lugagnano e da lì Piero, Armando, Isa, Liliana e Gino. Gino emigrò in Australia e mi raccontavano che quando partì salutò sua mamma consapevole che quella era l’ultima che l’avrebbe vista; infatti ritornò o a Bardi ben 25 anni dopo. Poi la zia Luisa e suo marito, che era un Boccacci anche lui,  emigrarono in Inghilterra ed ebbero una figlia sposata con Arata. C’era poi mia nonna Giacinta, sposata con Francesco (cichen) e da lì i miei zii Giovanni, Lina, mio padre Luigi, Isa, Ros, Mariangela, Anna e Luciano. Poi c’era mia zia Caterina che ebbe una figlia che sposò Pontremoli Pino e infine mia zia Maria, sempre elegante e che, seppure molto bella, non si sposò mai. Erano tutte sarte di grande manifattura. C’era anche mio zio Gianen, sposato con Eugenia, che se esisteva una brava donna e di cuore era lei e da li Giuseppina, Anna, Luigi o ciano, Maria Giovanna e per ultimo Kristian. Questa era una delle tante parentele riferendoci alla dinastia opel.
Comunque torniamo alla casettina di cui vi parlavo prima: questa era rimasta vuota e un bel giorno arrivò un ometto che aveva un certo stile francese, con cappellino alla francese e sigaretta sempre appoggiata al labbro, tutto ben vestito. Venne a salutare mio nonno e mia nonna, essendo un loro caro amico e disse che avrebbe sistemato la casetta di mio zio e la piazzetta davanti per andarci ad abitare. Ricordo che io lo guardavo e mi sembrava Charlot vista la sua simpatia e il modo di parlare con accento francese. Lui era un Trombetti e dopo qualche tempo venne battezzato (u dardanello) perché dovete sapere che era un sopravvissuto della ritirata di Russia e qui comincia la storia di questo amorevole omettino che con le sue mani solo soletto cominciò i lavori mentre io ero sempre lì a guardare. Un giorno, vidi arrivare la guardia comunale Brugnoli con una notifica da parte del comune per Trombetti e lui con calma uscì e vide il suo amico di ritirata. La guardia Brugnoli era zoppo da una gamba, gli si era congelata durante la ritirata ed il buon Trombetti gli salvò la vita, portandolo sulle sue spalle.  Nel vedersi si abbracciarono, con qualche lacrima ed il buon Brugnoli, che era sceso per notificare al buon Trombetti che non stava rispettando le regole, non se la sentì. Strappo la notifica e se ne andò, con la soddisfazione di Trombetti di aver rivisto un suo grande amico, forse senza mai sapere il motivo reale della sua visita.  Una volta ritornato in comune, Brugnoli comunicò al sindaco di andarci lui a fermare i lavori e da lì in poi i lavori proseguirono senza mai più nessun problema. Trombetti lavorava di giorno e di notte, caricava le macerie e alla sera arrivava Ortalli Dino con il suo camion chevrolet. Erano i mezzi di quei tempi, lasciati dagli americani, Dino parcheggiava il camion davanti casa e lui di notte con la sua cariola lo caricava per non disturbare nessuno durante il giorno. Alla mattina era tutto in ordine ed in poco tempo realizzò una casetta e un piazzale da fare invidia a tutti. Un giorno il Trombetti, che al giovedì era solito come tutti andare all’osteria, si fermò a chiacchierare con mia nonna sui gradini di casa ed io insieme a lei.  Lui cominciò a raccontare storie che avevano dell’ incredibile. Mia nonna rimase un pochino incredula di quello che stava ascoltando perché queste storie le raccontava forse, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo. Si soffermava spesso su paesi e nomi di città, ci raccontava di animali come il “can bubba” i cui cuccioli pesavano centoventi chili e di paesi con nomi assurdi e sconosciuti per quegli anni come la Russia. Da allora le sue storie diventarono famose per tutto il paese e al giovedì era solito intrattenere tutti con la sua simpatia ed i racconti delle sue storie fantastiche, forse residui di atroci ricordi.
Comunque la casa dei miei nonni, dove io ho vissuto per circa 15 anni, era magica per me perché era nel cuore della Bardi, non povera ma piena di personaggi particolari e strani. In quel periodo vivevano ancora in casa le mie zie Rosa ed Anna e mio zio Luciano mentre durante la settimana venivano sempre anche mia zia Lina, che allora viveva a Noveglia con la famiglia. Era infatti sposata con mio zio Giovanni, autista di corriere ed il suo capolinea era proprio Noveglia. Mi ricordo quando arrivavano Ugo, Beppe, le gemelle Mariuccia e Giacinta; Chiara non era ancora nata. Una volta che arrivarono le gemelle con un poncho, penso si chiamasse così, giallo e nero, che mi sembravano due messicane. Poi arrivava mia zia Lisa con l’ Anna, Valentino ed Enrico; vivevano nel Groppo della Predella perché allora avevano un negozio di alimentari. E c’era anche mio zio Ettore che veniva da Tarsogno, un uomo molto simpatico e burlone che sapeva con due parole sistemare le persone. Dinamico e di molta inventiva, fondò il tutt’ ora in corso giornalino della val ceno stampato dalla famosissima tipografia politi. Aiutò diverse amministrazioni comunali ed era sempre pronto per il paese. Ricordo mia zia Lisa, sempre con il suo splendido sorriso.
Mia zia Mariangela, avendo sposato un maresciallo dei carabinieri allora in servizio a Bardi, dovette abbandonare il suo paese ma era comunque sempre molto presente per le feste. Infatti mi ricordo i bellissimi regali che mi portavano. Il mio punto d’osservazione, dove potevo scorgere la vita di quel borgo, era il bagno a da lì scrutavo tutto ciò che succedeva. Alla mattina arrivava, puntuale, Angelo detto paien, imbianchino di grande fama che con la sua giardinetta preparava, con tutti i boccettini, le tinte per i colori. Arrivavano poi i collaboratori Antenore Ghisi e Nando Bianchini; loro
mi piacevano perché avevano orari di lavoro molto particolari: inizio alle 8, alle 11, 30 pranzo, alle 12, 30  ricominciavano e alle 16 erano già vestiti di gran lusso. Antenore era infatti il cassiere del nostro mitico cinema Verdi e Nando era il cineoperatore.
Angelo Paini abitava proprio davanti a casa di mio nonno e sua mamma era la Clelia, una donna che fumava come un camino. Ricordo una scena divertente: un giorno vidi la Clelia uscire e incrociarsi con la Battataccona e tutti i suoi gatti, cominciarono a discutere fino a mettersi le mani addosso, si strapparono i vestiti finchè accorse Stefanen, che poverino stava in piedi solo con qualche bicchiere di vino, per dividerle. Alla fine della vicenda portarono Stefanen dal dottore e loro due se ne andarono con i vestiti tutti strappati. Da allora in poi se ne vide bene Stefanen di intervenire nei litigi. Lui abitava in una stanzetta vicino casa di mio nonno, dicono facesse il calzolaio ma io di scarpe da lì non ne ho mai viste uscire. Le porte delle case difficilmente venivano chiuse a chiave, ricordo che una volta con la mia amica Eletta provammo ad entrare in questa stanza. Non so ciò che abbiamo visto, forse un gatto, ma ai nostri occhi di bambini era un mostro e non si avvicinammo mai più a quella porta.

Se si entrava in casa di mia nonna l’ospitalità, la serenità l’amore facevano da padrone. Appena entravi vi era un grosso salone con un telefono appeso al muro che squillava spesso, perché non è che in tanti l’avessero in casa, insieme a un bel camino e la televisione, allora molto rara. Ricordo che una notte mentre io dormivo, avrò avuto dieci anni, fui svegliato da strani rumori. Scesi piano piano e trovai la sala piena di persone; stavano assistendo ad un incontro di boxe trasmesso per la prima volta via satellite, che immagino nessuno degli allora presenti sapesse neanche cosa fosse un satellite. Non mi ricordo chi si battesse ma era per il titolo mondiale dei pesi massimi. La boxe era uno sport molto seguito insieme al ciclismo, in quegli anni. Tempo dopo, rividi il salone pieno quando stavano trasmettendo lo sbarco sulla luna. Mi ricordo che fuori non volava una mosca fino a quando non posò i suoi piedi. Quanti ricordi, mia nonna mi faceva ogni tipo di camicia. Mi ricordo che andavo nella neve vestito con le “braghe alla zuava”, con il bottoncino al ginocchio e un paio di calzettoni. Ritornavamo a casa d’inverno che il posto più asciutto era dentro la bocca ma nonostante questo non ci ammalavamo mai. Mi ricordo di quando mia nonna, come diceva lei, mi “provava i vermi”: riempiva mezzo bicchiere d’olio poi tagliava tanti pezzi di filo da cucire lunghi uguali, li immergeva per ma metà nell’olio e l’altra metà appoggiata al bicchiere e mi faceva soffiare nell’olio. Se i fili si attorciliavano avevo i vermi ed effettivamente se avevo disturbi alla pancia si attorciliavano tutti altrimenti non succedeva niente. Io speravo sempre di non averli perché partiva o un bel cucchiaio di olio di merluzzo e in alcuni casi anche olio di ricino (mamma mia come era “gramo”). Ma come si stava bene e quanto amore, lo sentivo nell’aria. Arrivava la primavera ed il grande terrazzo di mia nonna brulicava di rondini. Come vicini di casa avevamo anche i caffarelli: Togno e Pinasò.  Togno era un tipo burbero e assai particolare, era al servizio di Pinen del pellicano, grande amico di mio nonno. Pinaso invece si arrangiava facendo un po da giardiniere. Attaccati alla loro casa c’erano Berto, che faceva il muratore e suo fratello Tonino detto Giarden o Giardo, anche lui molto particolare e spesso preso di mira dalle marachelle della banda del buco. Lui era il fedele garzone e aiutante del grande Filippo Basini che per me era il signore della carne per l’eleganza e gentilezza che aveva con la sua clientela.
Anche stasera spero vi siano piaciuti i miei ricordi, era d’obbligo per me soffermarmi nella casa e nel borgo del mio cuore a domani per un altro episodio.

quinta parte
Amici miei, buonasera, oggi 21/ 03/2020, sempre tempo di coronavirus, voglio continuare il mio viaggio nei miei ricordi del nostro Bardi. Oggi mi sono trovato un messaggio inaspettato quanto piacevole da parte della mia professoressa d’ italiano ed educazione civica Marisa Guidorzi che mai avrei immaginato un regalo così bello. Negli anni 1973/ 1976  ero con i miei compagni Alberto Perdoni, Claudio Cavozza, Roberto Basini, Antonietta Milani, Luciana Agnelli, Gisella Draghi, Loredana Mazzocchi, Francesca Lusardi, Lina Borella, Sergio Rossi (vasco), Antonella Zanre’, Antonino Pettenati, Carmelina Albianti, Moruzzi Graziano, dovrebbero esserci tutti. Mi ricordo, non so come mai, che come compagne di banco avevo sempre delle ragazzine:  Lore,  Francesca, Lina, Gisella o Antonietta. Che bella classe, che triennio fantastico! L’amico Toni che per evitare l’interrogazione si faceva venire il mal di pancia e si passava tutta la lezione dal bidello (Giuvanen). Mi ricordo un pomeriggio riuscì a collezionare 6 note sul registro, era il periodo del carnevale e lanciò per sei volte dei petardi sotto alle gambe della professoressa di disegno. Poi purtroppo l’anno dopo ci rimase in prima, comunque una cosa che notai alle medie era che noi eravamo ancora molto bambinetti. In seconda o terza media c’era già gente con la barba e senza capelli e io mi domandavo ma da quanti anni sono qui? Questi infatti erano tutti ragazzi che almeno due volte avevano ripetuto ogni anno. Esistevano la sezione a e la b; la a di solito erano quelli di campagna e la b i bardigiani. L’ ultimo giorno di esami: mi ricorderò sempre, era appena suonato mezzogiorno ed eravamo rimasti io e Graziano Fulgoni (che era nella a) e un privatista, il nostro amico Luigi Berni. Entrammo e in poco tempo usciamo promossi con una gioia estrema. Comunque grazie, professoressa, custodirò sempre per ricordo il libro che mi regalò con la dedica e il suo fantastico modo d’insegnamento e mi scuso se ero un pochino monello, un bacio.
Andiamo avanti, quindi ritorno al borgo riolo, casa di mio nonno. In quegli anni esistevano a Bardi e nelle frazioni tanti allevamenti di polli, uno dei più grossi era quello dei Chiappini. In officina dai miei erano in produzione centinaia di gabbie per polli, si inventarono anche una gabbia che faceva da chioccia e lì non potete immaginare in quanti reclutarono a saldare a stagno perché allora ancora le saldatrici erano agli esordi quindi quasi tutti gli stagnini del paese erano lì. Tutti personaggi che un’ ora di lavoro due di osteria. Purtroppo però un giorno successe una disgrazia bruttissima, un giovane ragazzo, appena sposato, venne in officina per fare alcune modifiche al suo camion, non si capì mai perché, ma la saldatrice fece un corto circuito e lui morì. Mio zio Giovanni si salvò per poco, fu la velocità di mio papà nello staccare l’interruttore, ma purtroppo per questo ragazzo che ora non ricordo il nome ma era di grezzo, non ci fu niente da fare. Comunque, come dicevo, non capirono mai anche dopo tante indagini come fosse potuto accadere. Forse fu l’unico capitolo triste di quegli anni. I miei nel frattempo realizzarono un capannone in via cardinal antonio Samore’ dove tuttora lavorano i miei cugini, e lì nell’officina si mise Assirati Luigi, falegname. Ricordo la sua bravura lavorativa  ed il suo essere una persona speciale, io ero sempre lì con lui, appena riuscivo, a giocare con pezzi di legno. Abitava alle lame, purtroppo se ne andò troppo presto. Salendo la strada, sempre in via riolo, sulla sinistra abitava Tedeschi, per tutti “u Deccu”, famoso vetraio e armaiolo ferramenta che aveva il negozio delle angeli.
U Deccu era un personaggio magrissimo, sempre con la sigaretta in bocca e cappellino, un pò tremolante, la sua fama di vetraio lo precedeva. Mi ricordo mia mamma, un giorno gli portò uno specchio che voleva mettere all’ingresso in casa incorniciato ma quando andò per ritirarlo vide in un angolo la testa di un grosso indiano con le penne. Gli chiese come mai aveva messo quell’immagine e lui disse che piaceva ai bambini. Sì, in realtà aveva rotto l’angolo e per riparare al danno ci mise l’indiano. Poi capii che ogni volta che lo chiamavano per cambiare un vetro minimo ne rompeva due prima di riuscire nel cambio, però anche lui un grande personaggio. Mi ricordo una volta noi bambini lo trovammo svenuto in macchina, ma poi si riprendeva velocemente. Sua moglie Maria era una donna sempre tutta incipriata, piccolina e con due labbra rosso fuoco. Io penso che lei addirittura dormisse con la sigaretta accesa perché io non mi ricordavo di averla mai vista senza. Fortunatamente, in ferramenta non successe mai niente, nelle cantine sotto c’era una polveriera.
Poi c’era la casa dei Bassi dove abitava mio zio Giovanni mentre  più avanti c’era il negozio di alimentari di René, un tipo simpatico, sembrava una molla. Il suo negozio aveva due ingressi, uno verso i portici e uno che si affacciava sulla strada nuova. Era un folletto, da dove entravi entravi te lo trovavi di fronte e sua moglie dietro il bancone. Mi ricordo che poi si ammalò e tutti dispiaciuti dicevano: “Rene’ sta morendo, gli hanno dato tre giorni di vita”.  Una volta ritornato a casa campò ancora altri vent’anni.
Per stasera vi auguro una buonanotte sperando sempre di non annoiarvi e ci sentiamo al prossimo episodio.

sesta parte
Amici miei, buonasera! Anche oggi 22/03/2020 voglio andare avanti con i miei ricordi del nostro magico Bardi dovrei essere al sesto, se vogliamo, episodio.

Allora, ieri sera ero rimasto con Renè e qui vado avanti: prima di arrivare al portichetto c’era anche la casa di Paien con la Clelia e in fondo una bella casetta dove viveva Bruno Cironiti con la sua famiglia. Salgo, passo sotto i portici e mi ritrovo la fantastica piazzetta con la sua fontanella che ha tenuto compagnia a tante generazioni, in quel periodo faceva angolo il negozio di alimentari di Brizzolara e qui la nostra piazzetta dove noi bambini giocavamo a ladro e carabiniere. Ricordo si facevano delle catene da decine di bambini, sempre nel brontolio degli allora tano con la cilla. Ve lo ricordate quante polemiche per gli schiamazzi e quanti dispetti! Lì c’era anche il negozio dei Ferrari (i fera’ de varsi) poi battezzati “i maghetti”, il padre di Maurizio e Giovanni emigrò da Varsi a Bardi e fu maestro della lavorazione del ferro per tutti i futuri fabbri (mio nonno cichen fece i primi passi proprio nella bottega di questo ometto arrivato da Varsi). 
Quindi in borgo riolo i Boccacci  e in via castello la bottega da fabbri di Ferrari Maurizio e Giovanni, anche loro sempre molto bravi nel proprio lavoro. Nacque anche una bella rivalità sia in campo lavorativo che politico, perché in quegli anni la democrazia cristiana e il partito comunista italiano, dividevano molto il nostro Bardi, sempre bonariamente! Ma tra noi ragazzini non si sentiva questo distacco infatti i Ferrari comunisti e noi Boccacci all’opposto eravamo comunque grandi amici d’infanzia e tutt’ora lo siamo. Proprio lì nella piazzetta, c’era la sede del partito comunista sempre molto attiva. In particolar modo, ricordo una delle più belle feste che facevano, era la festa dell’ unità e lì sì che c’era da divertirsi perché i comunisti (non lo dico con disprezzo), si prendevano i loro venti giorni, tra preparativi e festa. Festa che durava una settimana! Una cosa bella era la loro unione organizzativa e ricreativa, ricordo i giochi che facevano , dalla lotteria al gioco del maialino, o della ruota e le mega grigliate. Bardi era invaso dal profumo della porchetta per una settimana.
Bandieroni rossi che sventolavano in tutto il paese nel bruciore dei tanti diversi. Mi ricordo il grande….che aveva la casa proprio all’inizio del groppo della predella (lui proprio convinto missino), in quei giorni chiudeva la casa e si trasferiva a Piacenza. I miei gli costruirono il cancello d’ingresso della sua villa sita proprio all’inizio del groppo della predella. Un giorno, sapendo che sarebbe venuto in officina a vedere come era venuto, gli fecero uno scherzo: sulle colonne gli saldarono due enormi falci e martello. Lui li inseguì con il bastone per un’ ora. Tornando alla festa, era veramente una delle più belle feste che si svolgevano in quegli anni e sempre lì nella piazzetta si trovava la casa degli Opel, dello zio Gianen, allora responsabile all’ufficio di collocamento. Da lì si scende per la fantastica via castello; nel primo palazzo al terzo piano si trasferì la mia famiglia, al pian terreno viveva Gianni Bravi e sua moglie Maria. Lui faceva di tutto, barbiere, calzolaio…Sempre preso di mira dagli scherzi di mio fratello Giacomo, allora molto piccolo, che pur essendo il suo favorito ed essere sempre in casa loro gli attaccava il chewingum al campanello ogni volta.
Al primo piano c’ era il mitico Giovanni Ricci (Zaccaria) e sua moglie Maria, bravissima e il figlio Stefano (il Feffo). Mi ricordo che Zaccaria faceva il muratore, era uno spasso quando preparava il minarelli per andare a Noveglia dove aveva i suoi parenti e l’orto. Al secondo piano invece c’era la famiglia Lombardi: la Pina, la Marcellina una vecchiettina che era un amore (la nonna di Rinaldo e Francesco), Giuvanen il bidello e Adriano, un omone anche lui sempre zoppicante perché dicevano si era infortunato nella fabbrica del talco che c’era a Vischeto. Lì all’ultimo piano abitavo io e la mia famiglia , eravamo in cinque in camera: due letti a castello e un letto centrale per mia sorella Margherita. Io sempre ai ferri corti con lei, quanti graffi, sembrava un gatto.
Ma che bei giorni, tutte le mattine prima di andare a scuola, a turno andavamo ai Gasini per latte, come facevano tutti i bambini che vivevano in fondo a Bardi. C’ erano due sorelle, per noi vecchiettine, che avevano quattro mucche il cui latte era per tutti noi bambini. Con il barattolo d’alluminio si scendeva e ci si trovava, magari ci scappava anche qualche uova che trovavamo nella cascina e ce lo bevevamo in un sorso, quel latte. I bambini che abitavano in cima a Bardi invece si rifornivano nella gelateria e latteria di Giovanni Zanre’ (lucerna), sua moglie era un amore di donna, lui un pò burbero ma buono, sono i genitori di Antonella e Nicoletta.
Poi attaccata a casa nostra abitavano i Losa e la Maria Ricci, la Lucia e la Fausta che gestiva allora la cooperativa nel mercato.
Appena sotto una piazzetta e li c’era l’officina dei Ferrari con la casa dove abitavano le famiglie.

La Maria, che brava donna! Mi ricordo che stava d’estate e d’inverno, alla mattina, sempre sul balcone a lucidare le scarpe dei figli Roberto (meccio)  Paola Fabrizio (faffo) e Giuseppe.
Al piano superiore c’era la Rita, sempre bella e sorridente con i figli Stefano, Cinzia e Danilo.
Di fianco il mitico fotografo dalla negra (gravan) oggi flash e famiglia. Lui un maestro di fotografia che ha saputo trasmettere ricordi delle nostre storie da decenni e tutt’ora magnifico reporter del nostro paese.
E anche stasera mi fermo spero di non annoiarvi di essere di buona compagnia, un bacio a domani.

E anche stasera mi fermo spero di non annoiarvi di essere di buona compagnia ok un bacio a domani.

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settima parte

Amici miei buonasera, oggi 23/03/2020 sono al settimo viaggio nella mia memoria, sperando sempre di  risvegliare e rivivere insieme a voi i ricordi del nostro magnifico Bardi.

Proseguiamo con la casa delle “cavallerizze” e arriviamo a casa del mio amico fraterno Brunetto Ortalli e della sua splendida famiglia. Mi ricordo ancora il negozietto da calzolaio di suo nonno ed il garage dove il buon Dino teneva tante cose e dove non mancava mai del buon vino prodotto da lui.  C’erano “Ganassa” Sergio, più grande e l’adorabile mamma Elda. Come le volevo bene, sempre sorridente e gentile, non saprei davvero trovare termine più azzeccato per descriverla; la sua casa era la mia.
Ritorno poi alle nostre scorribande, mi ricordo dei nostri giorni adolescenziali, le avventure vissute insieme nei nostri borghi, sempre uniti come oggi se ne vedono pochi.Vi racconto alcuni ricordi che mi vengono nella memoria adesso: una sera nevicava da paura, rientrando a casa trovammo il “Barba” che di solito il giovedì scendeva dal castello per rifornirsi di provviste; il ritorno era sempre molto  difficoltoso per lui, viste le soste nei vari bar. Di  solito veniva accompagnato da Tonino “giarden”, ma quella sera no. Dovete sapere che il Barba era un noto camerata che partecipò alla campagna in Spagna dell’allora “Franco” e mi raccontarono del suo ritorno a Bardi, su una macchina da cerimonia, come eroe del fascio.
Comunque, quella sera lo trovammo sommerso dalla neve, sanguinante, con tutte le borse rovesciate, aveva anche battuto la  testa rompendosi gli occhiali. Io e Brunetto  ci guardammo in silenzio mentre la neve scendeva quasi per dispetto. Io e lui, due ragazzetti mingherlini di forse 12/ 13 anni, raccogliemmo tutte le sue borse e le sue cose e con fatica riuscimmo a rimetterlo in piedi. Cominciammo la salita per riaccompagnarlo a casa sua in castello, ma era davvero pesante. Ci davamo un pò il cambio tra il portare le borse e cercare di farlo camminare, nel suo continuo borbottare come era suo solito. Penso che impiegammo  qualche ora, eravamo sommersi dalla neve, finalmente arrivammo a casa sua  e riuscimmo a  farlo entrare in casa. Una casa piena di  gatti che non era certo una reggia, ricordo che noi eravamo congelati. Lui forse meno avendo un pochino di alcol in corpo. Non sapeva come sdebitarsi, cos’ tirò fuori due bicchieri e ci versò due aranciate. Voi potete  immaginare con quel freddo, poi era anche diventato tardissimo ed eravamo preoccupati anche di cosa potessero pensare i nostri genitori. Di corsa  a casa quindi, ancor più congelati. Il giorno dopo ci accertammo delle sue condizioni, stava bene e noi eravamo soddisfatti di aver fatto ciò che era giusto fare.
Nei periodi che si avvicinavano alla Santa Pasqua  era usanza per noi bambini, che le nostre mamme ci preparassero delle uova sode colorate, per giocare a “punta E cu’”, oppure per farle rotolare. Tutti gli anni arrivava il furbetto di turno con l’uovo di legno che usavano le sarte, questi solo alcuni dei tanti giochi che potevamo inventarci. E lì cominciò a formarsi la” terribile banda del buco” che tutto era meno che terribile. I componenti iniziali eravamo  io,  Adolfo, Toni, Ivan, poi si aggregarono Bruno, Mike, Luigi, il buon Gazzella, Naldo e Rinaldo che era sempre in guerra con tutti, non so come mai ma non lo sopportava nessuno, questo lo dico simpaticamente. Il castello era il nostro regno e visto che ancora non era stato restaurato, di lì in quegli anni ci passò di tutto , l’esercito Italiano veniva a Bardi per gli addestramenti. Mi ricordo delle vere e proprie guerre: carri armati nel fiume, artiglieria piazzata con obicj, con cannoni tra i diamanti e i cavassu. Al Poggio arrivavano tutte le Campagnole, lì c’ era uno dei vari comandi e vi avevano anche piazzato una mega cucina da campo. Bardi, in quei giorni, diventava un vero e proprio campo di guerra. Ci portarono con la scuola ai diamanti dov’ era piazzata una batteria di cannoni; i bersagli erano dei cerchi di sacchi bianchi piazzati sul pizzo d’oca. Per noi bambini era tutto fantastico,  andarono avanti sino alla formazione dei caseifici e allora i contadini riuscirono a sollevare le proprie sorti con il parmigiano.
Poi il castello diventò la casa e la base di Mancuso, un noto mafioso. Nel castello realizzò un mega allevamento di tacchini; al suo servizio e come uomo di fiducia aveva  mio zio Innocente. In quegli anni, infatti, a Bardi venivano spediti ex mafiosi in soggiorno obbligato. Ai tempi  come segretario comunale c’era il dott. Genco, che sapeva anche come riuscire a far fare cassa al comune essendo una persona molto capace. Tutti ci ricordiamo del figlio nonché amico Vincenzo che già da ragazzino si dilettava a suonare le campane e che trovò a Credarola il suo campanile, la sua scuola da campanaro. Era sempre attaccato a Ivan, che non mancava mai di fargli dei dispetti.
Un saluto a lui che magari leggendo queste due righe rivive quei giorni. E chi non si ricorda del figlio di Mancuso, Gaetano, che legò stretta amicizia con Luigi Berni.  Quando Luigi andò giù in Sicilia raccontava che questo Mancuso era padrone di mezza regione quanto era il suo potere, visto dagli occhi di un ragazzino tale era, ma devo dire che agli occhi di tutti  questo Mancosu era un gran signore.
Dopo anni il Mancuso fece ritorno nelle sue terre e arrivò a Bardi un certo Belfiore, anche lui in soggiorno obbligatorio e lì successe il fattaccio della famosa “spaghettata violenta” che fece molta notizia, ma ve ne parlerò più avanti.
Comunque il nostro magnifico castello, per noi, era veramente un parco giochi dove ogni grotta o buco poteva diventare un nascondiglio. C’era il famoso “giro della lumaca”: tutto il perimetro del castello era transennato con tavole di legno altissime per evitare la caduta di sassi o altro nelle case.
La  falegnameria dei Chiappini, grandi falegnami esperti, stava proprio ai piedi del castello.
Mi ricordo che la legna da qualcuno veniva ancora portata in castello con i muli. I Todesco erano famosi come grandi boscaioli.

Ed anche oggi, piccole gocce di ricordi, buonaserata, a domani un bacio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ottava parte

Amici miei, buonasera! Anche oggi 24/03/2020 voglio continuare i miei racconti, sperando sempre che vi possa piacere rivivere con me certi momenti del nostro Bardi.
Questo dovrebbe essere l’ottavo episodio.
Allora proseguiamo il nostro viaggio in castello, dove noi ragazzini facevamo da padroni indisturbati.
Noi come” banda” eravamo sempre operativi per combinarne di nuove;  l’unico ostacolo era scatulen ed era facile che ci rincorresse con un bastone. Comunque vi voglio raccontare la storia dell’ultimo mafioso che venne a Bardi in soggiorno obbligato, era un certo Belfiore. Era un giovane che, secondo me, ne combinò tante al suo paese, qui infatti i mafiosi erano sempre sotto l’occhio vigile dei carabinieri. Ma era comunque  anche libero di vivere il paese, neanche lontanamente parente del Mancuso o in signorilità con lui. Noi ragazzini eravamo incuriositi ed ascoltavamo spesso e volentieri le sue scorribande vissute al suo paese. Ricordo un episodio: noi eravamo ancora minorenni e non avevamo accesso al cinema, durante le proiezioni vietate “giustamente”, le escogitavamo tutte per riuscire ad entrare, in barba ad Antenore. Dal cambiare data di nascita del tesserino dei giochi della gioventù ad altre furbate, ma puntuale il buon Antenore ci metteva fuori dalla porta a calci nel sedere. Belfiore però, una sera ci disse che non ci sarebbe stato problema ad entrare: “venite con me e nessuno dirà niente”. Quella sera trasmettevano un film vietato ai minori di 18 anni, noi eravamo increduli perché con il buon Antenore non si passava proprio, ma quella volta con questo personaggio, non so per quale motivo, non disse niente, con la nostra soddisfazione di essere riusciti a farla ad Antenore! Non ci sembrava vero a noi quindicenni, si trattava di un documentario sulle vergogne del mondo, sì, qualche scena di donne nude ma niente di ché. Comunque, questo servì al Belfiore per intrufolarsi in mezzo a noi. Eravamo in tanti, mi ricordo che ai pianelli in quel periodo c’erano i cremonesi, Corrado ed altri, tutti più o meno della nostra età. Un giorno il Belfiore organizzò proprio con loro una spaghettata ai pianelli, io Ivan e Toni non partecipammo perché nel pomeriggio avevamo avuto una discussione con tutta la compagnia ma i vari Adolfo, Gazzella, Luigi Berni e gli altri, parteciparono.
Il giorno dopo, quando ci trovammo, erano un po’ sconvolti e ci dissero che il Belfiore, a un certo punto della spaghettata aveva estratto un coltello serramanico cercando d’ ”inchiappettare” uno dei cremonesi che fortunatamente era riuscito a scappare.
Il giorno dopo la voce arrivò ai carabinieri e immediatamente il Belfiore venne preso ed incarcerato, con processo per direttissima e vennero convocati tutti in tribunale. Uscì un articolo in prima pagina sulla gazzetta di Parma: “spaghettata violenta a Bardi”.
Noi ragazzi eravamo impauriti, al processo andarono tutti escluso gazzella perché era da poco venuta a mancare la nonna. Mi ricordo che Adolfo ci raccontò che Belfiore gli aveva promesso che una volta uscito sarebbe andato a cercarli per fargliela pagare, e lui, che di solito era tra gli ultimi a rientrare in casa alla sera, passò un bel po’ di tempo in casa terrorizzato. Fu questo l’ episodio che segnò la fine della permanenza di tali personaggi in soggiorno obbligato.
Comunque Bardi era un paese dove passavano spesso personaggi strani.

Cambiando argomento mi viene in mente che un anno, in officina dai miei, era in preparazione un grosso cilindro girevole, dipinto di rosso con puntini bianchi raffigurante una fragola gigante che poi venne messo sul cassone di un trattorino. Lo costruirono in occasione della festa della fragola, grande festa per il paese. Mio zio Giovanni stava alla guida di questo trattore, il paese era tutto addobbato con i colori della fragola e sia sul cassone che a terra c’erano tutte le ragazze vestite con costumi inneggianti alla fragola che distribuivano bicchierini colmi del frutto. Di sottofondo c’era bellissima musica e tanta gioia per l’ arrivavo della primavera!
Bellissima festa che fecero per diversi anni ma che poi andò nel dimenticatoio. Ma adesso voglio entrare nel magico mondo che girava intorno alla nostra banda musicale! Insieme al nostro seppur severo, meraviglioso Carlino Fulgoni, personaggio che penso tutti noi ragazzi abbiamo nel cuore. 
Da ricordare che per i Bardigiani, la musica era vita.
Da generazioni e tutt’ ora, la famiglia Fulgoni è fatta di grandi maestri di musica e canto, come anche la famiglia Marzani. Prima di Carlino Fulgoni infatti, alla direzione della banda c’era il maestro Marzani che però io non ebbi la fortuna di conoscere.
Ora, per chi non se lo ricordasse, noi fummo la banda più giovane d’Italia, il più grande aveva 15 anni.
Era una vera e propria scuola di musica dove niente era improvvisato, si studiava la musica ed il solfeggio e la si scriveva. Si seguivano vari step, i più giovani iniziavano con strumenti di ogni tipo come il cembalo, il triangolo, il corno, quello inventato dal buon Carlino. In una fase successiva si passava ad un altro strumento a seconda delle nostre ambizioni; io passai dal bombardino al basso classico, il Badini ai piatti e Toni alla cassa. Noi eravamo la coda della banda, alla cassa c’era anche Ciccine, Baraldo al tamburo, i vari tromboni al bombardino, Stefano Bernieri alle trombe, molto bravo, e poi Franchino Ghelfi, bravissimo: i suoi assoli riempivano il silenzio dei finali di ogni esibizione ed erano molto commuoventi. Poi c’ erano Beppe,i clarinetti molto bravi, Faffo, Pepito, la Paoletta, Meccio al sax,  Bracco Naldo che provo’ per anni, Alessandro Berzolla anche lui il bombardino e le ragazze: la Patrizia, la Cinzia, la Uccia, la Giacinta, la Marghe e tanti altri. Eravamo veramente una bella banda. Ci si impegnava dalle prove alle uscite, ed è stata per tutti, penso, una bella scuola di vita. Una volta, in occasione del venerdì santo, finita la messa, Carlino radunò la banda. Mancavamo però noi monelli che durante la messa eravamo andati per ciliegie, arrivammo che la processione stava scendendo per il paese e così Carlino, infuriato, ci portò tutti nella scuola e ci cacciò a calci nel sedere, era furibondo.
Passò qualche giorno e poi ritornò tutto alla normalità. Ricordo delle nostre uscite a Firenze o al raduno delle cento bande che si svolgeva a Parma, avremo girato mezza Italia sempre noi con il nostro mitico maestro e la mascotte Tognetto che per queste occasioni si inghinghellava tutto. Portava sempre il papillon e le scarpe alla Charleston e tutte le volte non si poteva ripartire perché si perdeva nelle varie osterie.
Nelle nostre fantastiche uscite per il primo maggio, divideva la banda per gruppi e ci distribuiva per tutto il paese, portando gioia per tutte le strade. Che bei giorni, indimenticabili.
Anche per oggi spero di non avervi stancato ma di aver innescato quei ricordi che mai ci lasceremo andare, un bacio a tutti, a domani.

nona parte

Amici miei, buonasera! Oggi 25/03/2020 sono arrivato alla nona parte di alcuni dei miei ricordi del nostro Bardi.
Stasera voglio iniziare, visto il periodo, con le nostre fantastiche novene, quella della Madonnina di Pompei e quella delle grazie. Mi ricordo che il paese si riuniva tutte le sere in preghiera, tutti, anziani e giovani e per noi ragazzini, quale migliore occasione per tentare i primi approcci con le ragazzine. Quella di Pompei si svolgeva nella Fratta e dintorni, nostro campo dove cominciare i nostri primi baci e carezze, mentre quella delle grazie si svolgeva nel fantastico parco creato in quegli anni dal segretario personale del card. Samore, Mincevicus, un lituano. Ricordo che vennero piantate un’ infinità di piante di ogni parte del mondo, fiori di ogni genere e ad ognuna veniva messa una targhetta con nome e provenienza della stessa. Per noi questi appuntamenti erano sacri per tanti motivi; da lì nascevano tante storielle d’amore.
Chi non si ricorda di “giuvanen da Madona”, noto factotum delle suore, e altri vecchietti simpatici. Allora alla custodia e cura del giardino c’era il buon “Solicari”, sempre attento che non combinassimo pasticci. Al ritorno, era d’ abitudine una bella scorpacciata di ciliegie, stavamo molto attenti perché il pericolo era di essere rincorsi con il forcone dai proprietari ma per noi era lì il divertimento. Il giorno della festa, sia a Pompei che a quella delle Grazie, era magnifico, che feste, che momenti! Alla Fratta c’ era la Delina con splendide torte, mentre a quella delle grazie c’ era il regno dei Basini.  Il grande vecchio tugnon, che con il suo mobilett, un motorino francese e la sua pipa in bocca, non stava mai fermo. Sempre presente anche Zanrè con il suo carretto dei gelati, la Banda, i banchi, erano veramente momenti magici di preghiera e di ritrovo per tutti dove gli anziani ed i contadini potevano trascorrere, tutti vesti’ da messa, momenti di canto, chiacchiere e svago. A Bardi, come in tutti i paesi di montagna, in quegli anni la neve cadeva abbondante e veniva portata al groppo con i camion.  Queste montagne di neve diventavano, per noi ragazzini, motivo di gioco, infatti modellavamo la neve come dei veri e propri fortini: tunnel, gallerie e barriere di protezione per difenderci dalle varie bande dei ragazzini del nord! La banda di quelli del baraccone Luigi e compagni, i falchetti e tutte le altre. Che battaglie a palle di neve, che giorni. Mi ricordo che in questi periodi partivano i cantonieri con gli idranti dal piccolo bar  e pulivano tutto il paese dalle lastre di ghiaccio che si erano formate durante l’inverno perché allora il sale non era ancora usato ma solo la cenere faceva da antiscivolo, e da lì sentivi proprio arrivare la primavera.
Mi ricordo che venivano spesso compagnie di saltimbanco, i vari circhi più o meno famosi.
Una volta ne arrivò uno, era una famiglia, si misero al groppo e noi della” banda del buco” puntuali a dare una mano per magari ottenere qualche biglietto d’ingresso gratis. Questo circo aveva un leone così vecchio ma così vecchio che aveva solo due denti in croce, tanto che i figli entravano nella gabbia senza problemi. Avevano un lama che sputava addosso a tutti e qualche altro animale, una miseria. Mentre aiutavamo a montare il tendone, Adolfo vide i coltelli del lanciatore e quindi ci accordammo per farglieli sparire e così fu. La sera dello spettacolo, quando arrivò il momento del mangiafuoco e del lanciatore dei coltelli, questi non c’erano più, spariti. Forse sono ancora oggi nelle grotte della banda, in castello.
In quegli anni mi ricordo il passaggio in paese del famoso Lucio Battisti e Mogol, fecero tappa ai cavassu ‘ dove allora esisteva solo la casa in alto dei Zanelli e la stalla usata da sala da Monta, per recuperare il nostro cavallo “Bardigiano”, perché, da come si diceva, gli ultimi pochi esemplari veri erano rimasti alcuni a Boccolo dai Gandolfini e altri a casa bagaglia.
Allora crearono questa sala da monta per dare un po’ di vigore al cavallo e lo incrociarono con il cavallo arabo, queste erano tutte cose sentite dire dagli addetti. Battisti e Mogol sostarono lì forse una notte per accudire i cavalli e noi ragazzini eravamo lì per gli autografi. Questo solo uno dei tantissimi passaggi di personaggi famosi.
Arrivava anche il periodo della raccolta della carta e degli stracci, con deposito dietro alla chiesa; per noi ragazzi era motivo di gioco e di svago e tutti eravamo ben felici di fare qualcosa per aiutare i missionari. Un giorno mentre stavamo andando a scaricare trovammo la porta della cantina dei preti aperta e visto che non c’era nessuno andammo a dare un’ occhiata. C’era ogni ben di dio: salami, coppe, di tutto e di più e visto che a noi l’appetito non mancava, prendemmo in prestito parecchie cose come salami, vasetti di tonno, qualche bottiglia di vino e via nei nostri nascondigli in castello devo dire che la merenda non ci mancò per parecchi giorni. Purtroppo, i giorni a seguire, i preti chiusero ben bene la cantina, forse si erano accorti!
E cosa dire della nostra magnifica casa della gioventù, in quanti abbiamo trascorso i nostri giorni più belli con tutti quei giochi, flipper, bowling, tavoli da ping pong, la sala di ascolto della musica al pian terreno ed una piccola palestra dove io mi ruppi anche un polso. 
Diventò anche una sala di proiezione di film e piccoli spettacoli, quante scorribande della banda del buco, quanti scherzi, quante ne abbiamo combinate. C’erano la Giovannina Carpanini, la nonna di tutti, quanta pazienza che aveva e poi c’erano i più grandi, i vari Beppe Conti, Beppe Losa, i Strinati e tanti altri, sempre pronti a darci qualche calcio nel culo per farci rigare dritti, ma sempre con scarsi risultati. Era veramente tutto fantastico e bello ma voglio proseguire con questo racconto un’ altra sera.
Eravamo monelli ma anche sempre molto presenti per la Chiesa, ricordo le bellissime messe della domenica con i chierichetti, i cantori tutti vestiti con ognuno il proprio grembiule. Si partiva dalla sacrestia e si andava all’ altare e che meraviglia l’altare pieno di bambini e ragazzi, si litigava per servire messa. Che bel vivere che era per noi ragazzi e bambini, forse tanto monelli quanto rispettosi di certe regole, ma esistevano anche preti veri non impiegati come oggi!
Chi ricorda dei nostri campeggi, organizzati in quegli anni dai curati e dal mitico professor Spaggiari? Al Poggio rosso sopra Boccolo, al lago mu a Ferriere, lago bino, il pastore del lago mu e le corse a cavallo delle pecore, che giorni.
Mi viene alla mente quando posarono la prima pietra al campo sportivo nuovo, dove doveva esseŕe costruito il fantastico complesso ” onpi”.
Purtroppo realizzarono solo il plastico, magari oggi ci sarebbe un ospedale.
Mi ricordo i vari Andreotti, il ministro degli esteri statunitense e tanti altri personaggi importanti di quegli anni. Quanto era importante il nostro Bardi e quanti personaggi hanno vissuto e visitato il nostro magnifico paese. Il nostro Cardinale che ha contribuito alla creazione dell’allora centro studi e che seppe trovare i finanziamenti per il restauro del nostro bellissimo castello, i vari nomi importanti che si susseguirono e riuscirono a valorizzare questo nostro paese. Peccato che poi negli anni ha perso il suo potere, con la morte del nostro Cardinale.
Comunque, chissà che il tempo e le circostanze non portino a rivalorizzare il nostro magnifico paese e la nostra splendida valle. Anche stasera vi mando un bacio sperando di aver percorso con voi ancora qualche piccolo ritaglio di ricordi che secondo me, mai come oggi, ci servano da monito. Un bacio.

decima parte

Amici miei, buonasera, anche oggi 26/03/2020 voglio viaggiare nella mia memoria e riassaporare con voi i nostri giorni belli e indimenticabili nel nostro magnifico Bardi dove libertà, amicizia, altruismo e amore facevano da padroni. Pensare che in quegli anni forse eravamo sei-sette mila abitanti, con poco facevamo tutto e Bardi era un fiore rinomato! Ora siamo forse tremila abitanti, abbiamo tutto, i mezzi, le possibilità, ma come gli altri piccoli paesi di montagna stiamo morendo e non riusciamo a fare niente per fare ritornare un fiore il nostro magnifico paese. Quindi penso che qualcosa nella nostra società e nel mondo si sia rotto e questa guerra invisibile, che costringe tutto il pianeta a casa, è la prova che dobbiamo fare una retromarcia veloce e cominciare a pensare se tutto ciò sia giusto.
In quanti di noi stiamo pensando: ma perché non sono andato a quella cena o non mi sono ritrovato con vecchi amici per un bicchiere di vino, a ridere e scherzare, invece no, tutti a correre. Pensiamoci bene quando tutto sarà finito!
Comunque stasera dovremmo essere al nono episodio e voglio ripartire dal fondo del paese. In quanti ricordiamo la farmacia Barbuti, a fianco c’era il mitico Faccini, tabaccheria che ci vendeva ancora le sigarette sfuse ed era sempre ritrovo di chiacchiere e discussioni calcistiche, “giuvanen du santu con a so ‘iuventus”.
Mi ricordo Pino, Mariolino, l’Alba, tutti un po’ simpaticamente agitati, comunque, se il fumo fa male, Pino e’ stato ed è tutt’ ora un ottimo esempio che il fumo fa male, forse!
A fianco del suo negozietto c’era la bottega della parrucchiera, la Franca, dove fecero i primi passi nel mestiere la Giacinta e la Margherita. La buona Franca era sempre disponibile con tutti e suo marito Pierino del baraccone,  tutte le sere era pronto a venirla a prendere per riportarla a casa.
E poi la fantastica casa del mio grande amico Ivan, dove al pian terreno c’erano sempre attive le sorelle Chiappa, l’ Irma, le note magliaie. Suo papà Bruno “u tutifò” era un grande taxista con tre o quattro macchine che giravano guidate dai suoi giovani autisti Luigino, Agostino e tanti altri che fecero scuola da lui. L’ambulanza era rimasta per parecchi anni in sua gestione; quante volte andammo ad accompagnare Ivan come infermieri, devo dire che eravamo anche bravini. Ognuno di noi della banda aveva sempre qualcosa da fare, cose che oggi sarebbero sfruttamento, prima erano grandi scuole di vita. Io, fin da ragazzino stavo in officina dai miei, Ivan con i suoi giovanissimi aiutanti “Dino” il Grigio” e Grilla stavano al lavaggio fisso delle auto. Dopo ogni viaggio venivano lucidate a nuovo però prima giretto al groppo e giù di testa coda. Il Bado era il fedele aiutante di “mario de baten”, imbianchino. Bruno, tutti i giorni la sera stava nell’allevamento di polli e quando poi erano pronti per essere venduti si facevano le serate con Mike e Luigi a caricarli sul camion, che giorni stupendi pieni di tutto.
Toni era aiutante da “Gino il carrozziere “: una volta annusò talmente tanto il diluente che rimase stordito per giorni. A volte faceva anche il cameriere dal buon costante all’ “antica trattoria trieste” la vera trattoria di una volta,  qui c’era un servizio speciale con la battataccona ai piatti e u “zagu” come direttore di sala e cucina.
Gazzella faceva un po’ il cameriere nel bar centrale, allora di sua nonna e sua zia Pasqualina; quante merende.
Proseguendo c’era il mitico Piero Bozzi, negozio di idraulico, mentre all’ angolo trovavi il bellissimo bar  della Giovanna, mi viene ancora all’orecchio la musica che ne usciva sempre, fantastico bar per tutti. Ricordo che quando finiva la stagione estiva vuotavano i frigoriferi e noi ragazzini eravamo tutti lì intorno, dato che qualche gelato ci scappava sempre.
Di fronte al bar c’ era, oltre al grande macellaio Filippo, la  pizzeria dalla Rita, fantastico ritrovo anche per noi giovani.
Il Bar centrale, in quegli anni, aveva ancora come gestori la Pasqualina e sua mamma. Era uno di quei bar dove sentivi ancora quel buon profumo di caffè e di locale vissuto perché era il bar dei signori degli anni d’inizio novecento e mantenne nel tempo un certo cliscè di clientela. Alcuni avevano la loro tazzina personale ed il proprio bicchiere, era un bar molto esclusivo. Mia mamma, nei giorni di mercato, a volte andava ad aiutare e mi ricordo che un giorno venne a casa e parlando con mio papà disse che le avevano proposto di comprarlo, ne parlammo tutti insieme, io, mia sorella Marghe e si decise di comprarlo. 
Lo comprammo alla fine del 1978 e cominciarono i lavori di ristrutturazione con l’aiuto logistico del buon Davide Paganuzzi, u Papa. Tutto nuovo e nella primavera del 1979, a maggio, ci fu l’inaugurazione. Che giornata, il bar era pieno murato e così rimase per dieci anni diventando il punto di ritrovo per tutti i giovani ma questo lo racconterò meglio un’ altra sera, tante sono le cose da ricordare .
Passato il bar centrale c’era il grande e mitico barbiere “shampo”, ogni taglio durava almeno mezz’ora perché era sua abitudine, per ogni donna o ragazzina che passava, picchiettare sul vetro con la punta del pettine. Quando entravi, sulla sinistra c’era un ripostiglio con la tenda dove teneva tutti i cosmetici necessari e anche parecchi giornaletti. Quindi immaginate per noi ragazzini, uno lo distraeva e via a prendere i giornaletti, erano i nostri libri di testo. Quanti dispetti al buon shampo.
Di fronte c’era il negozio di Gioacchino, personaggio particolare, che “urina’ senza manette che l’era”, so che vendeva tutte cose d’abbigliamento ma di preciso non mi ricordo.
Poi in quegli anni la ferramenta “du deccu” passò di proprietà a Cavalli, quanti cruciverba e parole crociate il buon Marco Cavalli.
Trovavi poi il famoso forno dei Furon, personaggi sempre reclusi nel forno, li vedevi solo qualche volta la domenica pomeriggio in giro. A differenza loro c’era il fratello Tonino de furon che dicono fosse allergico alla farina, comunista sfegatato, dicono facesse il mulattiere. Una volta insieme a Stefanen  mi raccontarono che portarono un carico di legna  a montevacca’ di Bedonia e dopo averla venduta si bevvero tutti i soldi guadagnati. Poi hanno venduto i muli e si sono bevuti anche quelli, tornando a casa senza muli ne soldi.
Erano personaggi che erano soliti dormire sempre in luoghi di fortuna, i loro punti per lavarsi erano le varie fontane che trovavano, d’estate e d’inverno, non c’era differenza. Mi vengono alla mente i periodi della realizzazione della pista di motocross  a San Protaso, erano gli anni dove il motocross stava diventando uno sport molto seguito e a Bardi il grande Erminio, molto appassionato, fu uno dei promotori della realizzazione del circuito.
Mi ricordo che noi ragazzini mentre la realizzavano eravamo sempre curiosi. Vennero, penso per studiare il tracciato, i fratelli Briccoli Lunardi, i primi famosi pionieri a livello nazionale. 
Diventò un circuito a livello internazionale e Bardi in quei giorni si riempiva di gente: gli alberghi, i ristoranti, i negozi erano tutti pieni. 
L’unico problema era il rumore. Al sabato e alla domenica, giorni di gara, il rumore era talmente assordante che in paese non si riusciva a parlare ma l’entusiasmo e la vita che regnava in paese era fantastica, ristoranti pieni per settimane. La montagna brulicava di gente. Mi ricordo che alla gara di “sidecar”  vennero piloti da ogni parte d’ Europa, quella era stata veramente un’ ottima cosa per il paese, era diventato uno dei circuiti più importanti d’ Italia. Purtroppo il rumore fu una delle principali cause di chiusura del circuito.
E anche stasera spero di avervi fatto rivivere un pochino il nostro Bardi speciale, un bacio a tutti, a domani.

undicesima parte

Amici miei, buonasera! Anche oggi 27/03/2020, voglio portarvi nel nostro magico Bardi, sperando sia sempre cosa gradita rivivere certe storie e tanti personaggi.
Oggi dovremmo essere al decimo episodio e anche decimo giorno asserragliato in casa con la mia bellissima famiglia, come penso anche voi in questa situazione tanto assurda quanto allucinante. Ma quante belle famiglie esistevano in quei giorni, uniche, ognuna con i suoi problemi, piccoli tradimenti e incomprensioni ma sempre compatte. L’ unico pensiero era di farci crescere con sani valori e principi, infatti non si sentiva quasi mai parlare di separazioni o famiglie allargate. Penso che il nostro paese fosse un buon esempio.
Parlando di matrimoni chi si ricorda del nostro mega hotel-ristorante “Il Pavone”, con la grande e rinomata “Pavonessa” capace di gestire il tutto sempre con la massima professionalità e serietà lasciando al paese degli ottimi ricordi. 
Questo hotel fu per anni adibito anche a scuola alberghiera. Quanti personaggi sono passati dal Pavone, il più famoso, che rimase poi fino alla morte, fu il grande Luigi del Pavone, con tutte le sue turbe ma che sapeva anche gestire la sala in modo eccellente. E quante ragazze passarono come cameriere, che pranzi e cerimonie, era veramente un fiore all’ occhiello per il paese.
Sempre con i suoi ospiti fissi, come “il gobbetto”, personaggio particolare, grande scrittore e musicista suonatore di violino e tanti altri che hanno frequentato il nostro Pavone che era sempre pieno estate e inverno. Era un posto dove, se capitava a noi ragazzini di entrare, neanche si respirava quanto era un luogo esclusivo. Un’ altra eccellenza era il “Bue Rosso”, con la sua unica ed esclusiva sala da ballo collegata al ristorante con una cucina che ha saputo valorizzare i nostri piatti tipici bardigiani per decenni.
In quegli anni passarono grandi personaggi come Nilla Pizzi, Lucia Bose e molti altri. Una sera, con mio papà e mio fratello Fede sulle spalle, passando la piazza trovammo il locale pieno che non si passava; penso che quella sera cantasse Nicola di Bari, fresco del suo successo a San Remo. 
Quanti giovani hanno passato la loro più bella gioventù al bue rosso, io ancora ero troppo piccolo per viverlo ma ogni tanto qualche sbirciatina la davo; era un locale stupendo con palco.
Passò qualche anno e mi ricordo che rientrò dall’ Inghilterra una famiglia di Casanova, i Lusardi.  Alcuni loro famigliari rimasti a Bardi avevano una baracchetta giù nel fiume con la pesa per pesare i camion e bar con panini e bibite. Mi ricordo che quando si andava con la famiglia in ceno “Ai rivoni” era d’ obbligo fermarsi. Comunque i Lusardi abbatterono la baracchetta e vi realizzarono la fantastica “Baracca” che diventò un locale da ballo e ristorante che pochi ne esistevano in giro. Realizzarono la sala del ristorante veramente in uno stile che penso neanche il migliore architetto avrebbe saputo fare, le pareti con vetrate che dicevano provenissero da una chiesa Inglese, davvero un’ eccellenza. Attaccata c’ era poi una bellissima sala da ballo tutta in legno perchè allora la discoteca non esisteva ancora. Mi ricordo per un ultimo dell’anno, noi monelli della banda, allora quattordicenni, ci andammo a piedi passando dai gasini; era nevicato. Mamma mia quanta gente c’era, non so come riuscimmo ad entrare perché oltre alla cassiera c’era sempre appostato John, un omone che si diceva che in Inghilterra facesse il boxer e doveva sempre essere presente e attento perché le risse erano facili ma so che riusciva senza problemi a sedarle. Comunque quella sera, come dicevo, riuscimmo ad entrare, anche se un pò intimoriti perché ci eravamo intrufolati alla chetichella. All’interno la sala era stupenda, tutta in legno, su un lato della pista c’era un balcone dove ci si poteva anche sedere e mi ricordo che quatti quatti riuscimmo a salire ma purtroppo sulle sedie dove volevamo sederci c’erano dei bicchieri, che si ruppero. Arrivò quindi il buon John e con quattro calci nel sedere ci trovammo fuori in due secondi. Quello fu il primo approccio in un locale da ballo.
Poi, inizi anni ottanta, tornò a casa dall’ Inghilterra un altro grande personaggio, Toni Carpanini e la sua splendida moglie. Ricordo che appena arrivato in Italia gestivano un bellissimo bar in stazione a Parma e io allora 17 enne lavoravo a Parma insieme a mio zio Luciano. Tutte le mattine con la corriera delle 5 arrivavamo a Parma al caffè da Toni con la bicicletta e via per i campi per andare a lavorare in un’ officina. Comunque capitava che il buon Toni tornasse a Bardi la sera. Ricordo che aveva un range rover e tante volte, quando ritornavamo con lui, mi raccontava che l’ambiente non è che gli piacesse molto, infatti di lì a qualche anno vendette il bar è comprò la Baracca. Ne fece la storia insieme al fratello Domenico, artista nell’ arte della ristorazione ed entrambi bravissimi nella realizzazione di una pizza che penso ognuno di noi abbia mangiato e ancora oggi ne assaporiamo la bontà, a detta di tutti se si vuole mangiare una signora pizza bisogna andare da Toni. Il forno lo realizzarono mio papà, io e i vari muratori di Monti, tutto realizzato sotto la supervisione di Toni e Domenico perché dicevano che doveva avere caratteristiche particolari, infatti il forno è ancora oggi attivo, penso che qualche milione di pizze le abbia cotte.
In quegli anni quante battaglie, quante feste realizzate all’interno, mi ricordo un anno organizzarono uno spettacolo con ” Cicciolina”.
Le pornostar erano ancora una cosa nuova e quella sera finito lo spettacolo, con il locale pieno dappertutto, ebbe dei problemi ad andarsene, fortunatamente aveva la scorta. Poi insieme alla balera sempre molto attiva, nacque la discoteca “Sherwood “, era carina ma non ebbe molto successo. Comunque chi non ricorda quelle feste fantastiche come la prima ed unica festa hawaiana, organizzata dai mitici “Coccodrilli ” Toni, Stefan, Enrico Trump il Mitico, il grande Bambolo, Giscar e tanti altri che giravano con la Lacoste e le Timberland. Poi le altre feste realizzate dalle Pink ladies, capitanate da mia sorella Marghe con la Patty, le Cinzie, la Mariuccia, la Mariella e tante altre. Quante feste ancora, come quella anni sessanta e la festa western, dove Dino e Grisù presero dall’esterno il pony di Toni e via di trotto dentro al locale con Toni furioso dietro. Per queste feste si dedicavano tanti giorni di preparativi, a studiare sempre i particolari giusti perché fossero motivo d’incontro tra di noi. Veramente dei giorni stupendi dove non bastava un messaggio per approcciare una ragazza ma era tutto più magico e più vero. I giorni dopo le feste trovavi, esposti al centrale, i reportage di foto e commenti del mitico Flesh che rimanevano esposti per settimane ed erano motivo di divertimento commentandole.

Ma la cattedrale di noi ragazzi, negli anni ottanta, era la mitica ed unica Carpanella. Ma qui troppe ne ho da raccontare, quindi voglio aspettare un’ altra sera per raccontarvi dei miei ma anche nostri meravigliosi ricordi di quei giorni unici alla Carpanella. Per stasera vi mando un grosso bacio, sperando che queste piccole chicche possano farci passare qualche minuto di serenità e scavare nella nostra memoria. Un bacio a tutti

dodicesima parte

Amici miei, buonasera.
Anche oggi 30/03/2020 voglio rivivere insieme a voi i ricordi, i momenti ed i personaggi magici del nostro Bardi, sperando sempre che sia tutto gradito e riesca a staccarci per qualche minuto da questi giorni così terribili. Ormai solo bollettini di guerra, anche oggi tanti amici se ne sono andati e un pensiero va a due di loro: il buon salumiere del Fogliano, quanti salumi nel bar, sempre capace e grande intenditore sempre pronto ed anche a Briccoli, che come avevo già detto fu un grande campione di motocross degli anni settanta e uno dei realizzatori tecnici della nostra pista di motocross. Giorni strani questi, nei quali forse ci sentiamo uniti come non mai, ma tutti distanti rinchiusi nelle nostre case, nei nostri pensieri di cosa sarà di noi dei nostri figli. E allora torniamocene un pochino indietro nei nostri giorni passati, nel nostro Bardi che era.
Dovremmo essere all’undicesimo episodio, stasera volevo proseguire ripercorrendo con la mia memoria le nostre vie in paese. Vi avevo parlato del nostro pavone e lì mi ero soffermato ad alcuni grandi ristoranti e locali. Salendo il paese, chi non si ricorda di fronte ai furon, la bottega di calzature di alta qualità dell’Irma Taverna ed il nostro sempre brillante Italo che si divertiva a raccontare a noi ragazzini delle storie che avevano sempre finali da caghetto. Il famoso Scarfa, emigrato insieme al fratello più grande negli stati uniti e mai più tornati. Che bello era entrare in quel negozio, sento ancora l’odore della pelle delle calzature. 
Era un odore di buono e di bello, la vetrinetta era ben allestita e sempre pronta; l’ Irma era sempre molto gentile e dolce. Una sera mi ricordo che cadde, scivolò su una lastra di ghiaccio nel scendere dal mercato. Di lì passavamo io e il mio grande amico Adolfo, non c’era nessuno e quindi con uno sforzo estremo riuscimmo a soccorrerla. Fortunatamente non si fece niente e non passò più giorno che non ci ringraziasse. 
Grande Irma, è una di quelle persone che tieni sempre nel cuore.
Appena passato il negozio, negli anni 70, c’era la famosa “trattoria del cacciatore”, molto caratteristica, tutti ci ricordiamo di Marino e di sua moglie, la sempre bella Loredana Franchino.
Poi negli anni si trasferirono a Varano e prese il loro posto la grande lavanderia subacchi, sua moglie, la Lucia e la Marialuisa, anche quello un negozio sempre molto attento con la propria clientela.
Da lì a poco nacque un’ altra moderna lavanderia che era di mia zia Lina. Cosa dire di mia zia Lina, era una donna super, sempre disponibile. Lo spettacolo e la voglia di fare festa sempre nel cuore tanto che sapeva coinvolgere tutte le sue amiche coetanee e non in ogni cosa, non c’era carnevale o evento che non la vedesse partecipe e regista, dalle recite alle fantastiche gite in compagnia, era un fiume di energia positiva. Sapeva mettere gioia e felicità in tutto e in tutti, era una burlona la mia zia Lina. Suo marito, mio zio Giovanni, ” il Baccio”, era una brava persona, anche lui sempre molto attento con tutti. Facendo l’autista delle corriere, era sempre a disposizione per chi dovesse fare commissioni a Parma. Mi ricordo che una volta mi raccontò che da giovane lo fermarono i carabinieri perché usava la “brillantina”, era moro con i baffoni neri e venne scambiato per un mafioso, ma subito si accorsero dello sbaglio. Erano due figure talmente diverse ma tanto simili. Quanto era meticoloso, mi ricordo quando si trasferirono ad abitare sopra al teatro vecchio. Che bello, salivi le scale e trovavi alle prime rampe un corridoio, in fondo abitava Pugolotti con la famiglia e lì viveva anche una vecchiettina, la salvanelli. Aveva due baffi bianchi e capelli appena raccolti, un grembiule e nonostante avesse l’acqua in casa usava andare una volta al giorno con un fiasco a prendere l’acqua alla fontana in cima Bardi. Chissà, forse per far vedere che esisteva anche lei.
Comunque poi trovavi la scuola di musica, si saliva ancora una rampa di scale e trovavi i cironiti, i vecchi che ogni volta che passavo, se capitava di vederli sul balcone, una caramella nel grembiule c’era sempre per me. E poi arrivavo alla porta, suonavo e sentivo un coro di pappagallini che ti accoglievano e sentivo la bellissima voce di mia zia Lina: “ah ve Francesco ve u me belu!” e lì trovavo i miei cugini Ugo, Beppe, la Mariuccia, la Giacinta e la Chiara, che bello era tutto magico. Unico momento per me triste era quando iniziavano i preparativi per il mare.  Erano i primi anni che i dipendenti potevano usufruire delle ferie. Pensare che mio zio aveva una Fiat 750 blu e lui, sempre meticoloso, preparava il portapacchi pieno di borse e li caricava in sette in macchina. Ricordo che quando partivano non andavo a salutarli, un po’ per gelosia da ragazzini e li guardavo da lontano andare. E anche quando poi tornavano, passavano parecchi giorni prima che mi rivedessero, poi quando mi passava mi consolavo ascoltando i loro racconti, che giorni fantastici, belli davvero.
Comunque di fronte alla lavanderia subacchi, quando io ero molto piccolo, mi ricordo che c’era la tabaccheria della Bice, anche lei rimase un personaggio in paese. Prese poi il suo posto la magnifica gioielleria della Mary e Luciano, che troviamo ancora oggi. Quanti orologi e oggetti preziosi di alta qualità, Mary si è sempre contraddistinta per la sua cordialità e professionalità, le sue vetrine sono sempre curate e ben allestite. Salendo c’era poi un piccolo negozietto, una ferramenta dove trovavi sempre una vecchiettina che era come una nonnina di tutti, io la chiamavo la signora gigetta Pini. Era come entrare in un altro tempo, tutto odorava di olio, chiodi e catene; che bello riassaporare quei momenti.
Di fronte c’era il magico e bellissimo negozio di mio nonno “cichen” e le fantastiche sarte, le mie care zie Rosa ed Anna. Non mi dimenticherò mai di mia zia Rosa con la sua macchina da cucire al lato della porta, quanti cento lire a noi nipoti e tanti eravamo. Quando un gelato volevamo mangiare dalla zia Rosa bisognava passare. C’ era sempre quel buon odore di stoffe e quel luogo era un altro avamposto di battesimi. Anche loro non si facevano scappare niente,  ad ogni cliente un nomignolo, mi piaceva sedermi nella panchetta che avevano ed ascoltare tutti i vari pettegolezzi delle comare del paese che tante ne raccontavano! Mi viene un sorriso e sento ancora le esclamazioni di mia zia Rosa quando vedeva arrivare una cliente: “uime’ adessu cumme ‘fumma’ a dighe che el tende in en miga pronte?” Capitava che le varie clienti, quelle del paese, erano più insistenti e magari riuscivano ad averle prima perché il giovedì, giorno di mercato, erano tante che dalla campagna venivano in paese, con la speranza di trovare le tende pronte e io mi divertivo a guardarle. Appena entravano mia zia Rosa esclamava: “e va chi ghe’! Cumme a va’! tu s’è, sera dre a preparate el to’ tende, te se che me s’è rutta a macchina da chise e ne ghe lo’ miga fata a preparatia, perché po’ ghava anca del misure che ne capiva miga ben, ma te vedere ‘giuvedi ti fo’ truva belle pronte, ma varda ti  che lavu’!”. Poi ne arrivava un’ altra e la storia era quasi sempre quella perché il lavoro era tanto e sempre molto curato e loro pur di non perdere il cliente, con qualche storiella si arrangiavano sempre. Che bello, che magia nel mio cuore, che giorni. Era tutto vivo, magnifico, mai un momento triste.
E avanti proseguiamo, di fronte al negozio di mio nonno c’era  la famosa e speciale gelateria e latteria da Zanre. Quanti gelati buoni e speciali e per tanti anni anche ritrovo per noi monelli. Nel retro c’era infatti una stanza con il calcetto dove ci scappava di tutto: le prime fumate di nascosto e a volte succedeva che qualche gelato in più uscisse dal frigo, le prime storielle. Mi ricordo l’anno della vittoria dei mondiali dell’ 81, tirò fuori tutte le damigiane di vino che aveva in cantina e le distribuì gratis a tutti. Scorreva il vino per strada! Oggi sarebbe impensabile rivivere certi momenti così magici.
Poi di fronte a Zanre’ trovavi la gioielleria del mitico  Amici; una vetrinetta piccola e lui sempre con il suo monocolo per le varie riparazioni di orologi o incisioni e noi monelli sempre pronti a qualche bonario dispettuccio.
E come dimenticare la trattoria del Pellicano allora gestita dal buon “Pinen”, un omettino gentile e sua moglie come lui. Era un locale rinomato per l’ottima cucina e le grandi sfide esterne nel campo da bocce. Mio nonno, quando già non lavorava più, era solito andare a farsi le sue belle briscole con tutti i suoi coetanei e una cioccolata nel riaccompagnarlo a casa c’era sempre per me. Altro locale con tanta storia e sapore del saper vivere ma lì ero molto giovane per ricordare .
Uscendo trovavi di fronte il negozio delle fantastiche parrucchiere estetiste: le Lampredi, bellissime.
Di fronte trovavi allora il nuovissimo negozio dei primissimi dischi, cassette e dei primi mangianastro di Rossi Luciano “cicanen”.
Poi salivi e trovavi il grande negozio di scarpe di Boccacci ” fiuron” e sua moglie ,la maestra Maria. Che personaggio fiuron, sempre tutto vestito elegante, era un tipo particolare, facile vederlo con la sua spider bianca e guai chi si fermasse anche solo a guardarla.
Di fronte c’era come un piccolo supermercato di alimentari gestito dagli arata, quelli “del cinema”, poi il bel negozio di merceria della Pina Conti, donna sempre gentile, sorridente e di grandi maniere. Un’ altra di quelle persone indelebili che si tengono nel cuore per quanto erano persone belle e vere.
E poi l’ unica come allora oggi, la macelleria Tedaldi, i Gabodi, come loro pochi così bravi nell’arte della scelta e lavorazioni della carne. Chi non si ricorda i fantastici addobbi per il venerdì Santo.
Sono ricordi tanto sono belli e intensi che rivivendoli sembrano favole. 
Comunque anche stasera ci siamo tenuti un pochino di compagnia, un bacio a tutti, a domani.

tredicesima parte

sarà solo un primo capitolo della nostra fine ed i giorni a venire penso ne saranno testimoni.

Ma ora voglio tornare a scherzare con il nostro pesce d’ aprile, quando tutto era magico e così ritornerà. Proseguiamo il nostro viaggio risalendo il nostro paese, dopo il  negozio dei Tedaldi si trovava un negozio di alimentari che in quegli anni era gestito dalla famiglia del mitico e grande Alfredo Boggiani.
Quante burle, lui in quegli anni aveva una piccola impresa di costruzioni dove i soci erano lui e  “faccia da can”. La chiamavano l’ “impresa du’ fi’ de fero”, l’ unico lavoro iniziato e mai finito sono le tre colonne del ponte che doveva essere costruito sulla toncina: le colonne ci sono ma del ponte mai nessuna traccia. Era uno dei tanti Bardigiani che se sentiva odore di festa era in prima fila. Il carnevale a Bardi era un evento sempre speciale, sentito a mille dai bambini, giovani ed anziani. Un anno vide tra i grandi protagonisti proprio Alfredo. Forse era il 1978/ 79, io e mio papà lavoravamo ancora nella nostra officina di famiglia in via card. Samore e per la combriccola avevo preparato uno scheletro in ferro che somigliava ad un cammello che  poi il buon  Dante Pascelupo rivestì con dei sacchi in modo da renderlo somigliante all’animale. Mentre eravamo in finitura cominciarono ad arrivare le prime persone già vestite, in particolare vediamo arrivare uno rapato a zero tutto coperto da porpora dorata e con occhiali a specchio. Era Alfredo, irriconoscibile! Vi ricordate il gruppo i rokets, era  uguale. Dietro di lui il buon Brunon che si era fatto rasare ai lati tenendo la cresta e si era pitturato la faccia come gli indiani d’America. Lo era spiaccicato. con il suo fisico perfetto ed i primi tatuaggi,  penso fosse uno degli unici in quegli anni ad averli, ma erano belli ed unici, poi sembrava proprio un comanchero. Il Bozzuffi Renato era invece vestito da Arabo, che mai nessuno come lui poteva rappresentarlo. Quando tutti erano pronti, forse eravamo una trentina, di sabato sera, partimmo: Bozzuffi Dante alla conduzione del cammello e dentro le gobbe erano entrati Luigi Baraccone e dietro Renato Rolli e Mario Figoni. Era un cammello un po’ anomalo in altezza, andava via di punta, poi non vedevano molto bene e quanti calci nel culo si presero. A seguire le bellissime odalische, Norma e tante altre e poi una sfilza di frati incappucciati con a capo mio papà. Che serata, un mix di tutto, il divertimento c’era dalla preparazione alla serata e poi l’ingresso alla Carpanella (allora ancora con l’ingresso dal ristorante). Che ridere nel far scendere il cammello dalle scale! Cos’era il carnevale per noi, che bello, si cominciava settimane prima.  Come dimenticare poi il  carosello con il camioncino 850 che avevo preparato in officina da me a Casabagaglia, con una bandiera immensa dietro perchè si era già prevista la vittoria dei mondiali nell’80.
Ricordo una delle tante vicende del buon Boggiano: una sera, il giorno della festa della donna, girò tutti i locali dove festeggiavano, con una capra. Voi vi potete immaginare, tanto beveva lui tanto ne dava alla capra, girarono forse qualche giorno, che fine fece la capra non si è mai saputo.
Quante ne combinò il grande Alfredo, sempre grande capomastro e sempre pronto a dare a una mano a tutti, ciao grande Bardigiano.
Salendo per il paese si trovava il grande Giotto, con la sua gamba di legno, quanti dispettucci quando si andava a comprare i libri, le penne o le matite. Entravi e potevi sentire quel buon profumo d’inchiostro, con i primi astucci, che magia anche quel negozio.
Poi salivi e trovavi la mega boutique Maucci, forse uno dei primi negozi di abiti d’alta moda con le sue splendide vetrine che quasi metteva soggezione ad entrare. Più si saliva e più si capiva che si entrava in alta Bardi.
C’era Brigati Michele con il suo negozio di frutta e verdura,  poi con l’amico Pietro Lampredi, quanti ricordi ad ascoltare i primi dischi nella sua cantina. Mi viene alla mente che erano i primi tempi che si sentiva parlare della discoteca, forse il 1977, anno di nascita della Carpanella come ristorante ma dove a pian terreno crearono  una discoteca che nel nostro immaginario era un posto dove ti sedevi ed ascoltavi la musica. In quegli anni il liscio la faceva ancora da padrone,  suonavano solo la domenica pomeriggio e i pionieri della nostra compagnia furono proprio Pietro e il bado che ci andarono  come disc jockeiy, poi c’era il buon Beppe Conti che fu pioniere della disco music. Ritornavano alla sera perché purtroppo si andava a piedi ed entusiasti ce la descrissero come un qualcosa di fantascientifico: tu entri, ti siedi e ascolti la musica con tante luci colorate. Da lì in poi iniziammo a frequentarla, ma di questo ve ne parlerò più avanti. Voglio ricordare i giorni che passammo alle querciole, in un casolare di proprietà del padre di Pietro, quante merende e giri in moto, con un guzzi 500 che suo padre ci lasciava usare. Era da poco che avevano dismesso la pista di motocross ma per noi era un campo di libertà e anche un rifugio di tanti personaggi strani dove era possibile incontrare di tutto. Esistevano delle palazzine, una grossa che era adibita a docce e spogliatoi per i piloti e una mega palazzina su due piani dove era alloggiata la giuria ed i vari fotografi. Lì ci passarono in tanti e tanti anche ci dormivano. Ci fecero un periodo dei ragazzi di Borgotaro un po’ fuori dagli schemi.  Quelli erano gli anni in cui verso Borgotaro e Bedonia si cominciava a parlare di droga, in Val Taro, molti morirono per overdose. Fortunatamente i carabinieri a Bardi furono sempre molto attenti perché questa merda non dilagasse in paese ed anche questi ragazzi di Borgatoro sparirono presto. Brutto capitolo questo, di un Bardi non nostro.
Quanti giri in motorino, era il nostro rifugio per le nostre prime fumate, quante fughe dai carabinieri, in noi monelli c’era sempre la voglia di trasgredire.  In estate andavamo in paese puntualmente durante le ore più calde, per la sfortuna di qualche turista ed emigrante che voleva fare un riposino.  Precisi arrivavano i carabinieri e qualcuno di noi si prendeva una tirata d’orecchie e anche qualche multina. Quante tirate d’orecchie anche dalle giovani guardie Bragazza e Deari. Comunque, quanti bei giorni con il buon Lampredi padre e le sue storie. Era un personaggio, un vero Bardigiano, persona unica nella sua particolarità che terrò nei miei più bei pensieri.
Salendo trovavi la banca allora Bedoniese poi Popolare di Modena e lì quante ne ho da raccontare: inizio anni ottanta iniziarono i primi furti, molto frequenti nei vari negozi e officine, ma la banca venne presa di mira. Ci fu una prima rapina modello far west dove non riuscirono a rubare tanto ma riuscirono a scappare. Si racconta che il buon Baraldo, appuntato dei carabinieri e sempre un pochino distratto, inseguendo i ladri con la sua macchina si andò a scontrare con la Campagnola dei suoi colleghi e da lì cominciarono le prime storielle simpatiche ma fastidiose su questo episodio .
Le scorribande di questi delinquenti non finirono, infatti da lì a poco fecero un’ altra rapina molto roccambolesca. Uscirono con i soldi in una borsa e in mano e nello scappare giù per il paese perdevano i soldi, oramai allo sbando e giunti alla macchina, fuggirono con una mini minor. Uno dei primi a rincorrerli fu proprio il buon Alfredo che allora aveva un’ Alfa Giulia, ma questi sopra Grezzo uscirono di strada e fortunatamente il buon Alfredo non riuscì a prenderli perché avrebbero fatto una brutta fine. Comunque i nostri carabinieri si mobilitarono e con molta attenzione cercarono di risalire a tutta la dinamica della rapina. La sera stessa della rapina, il buon e grande appuntato Milani insieme ad un collega girarono tutte le frazioni della zona, avvisando e cercando di proteggere come potevano gli abitanti di dove si presumeva potessero vagare questi delinquenti. Avvisavano di chiudere tutto dicendo che loro ne erano alla ricerca. Quando il buon Milani arrivò a Ponte Raffi, dove c’era la trattoria di Tambini, entrò e, purtroppo, lì vide questi personaggi seduti al tavolo. Non voglio e non posso descrivere la terribile scena a cui tutti assistettero poco dopo, tanto mi fa male. Posso immaginare che gli sia passata tutta la sua vita davanti e per Giorgio, la Giuliana, la Giovanna, non oso immaginare il terrore di questi poveri ragazzi nell’ assistere a quella orribile scena. Bardi nel giro di poco era circondato da Carabinieri e Polizia, sul paese una centrale operativa e la strada che portava ai raffi era tutto un lampeggiante. Sgomento e dolore in paese per quel povero Appuntato, giovane sposo con figli, freddato a terra. Si sentì che due li presero subito sotto al ponte pieni di droga ma altri riuscirono a fuggire nei boschi. I giorni dopo c’erano, elicotteri e cani tutto per poter prendere questo criminale.  Finchè ad una certa ora a Boccolo, nel bar di Gandolfini, si fermò questo delinquente per bere qualcosa dato che era tutta la notte che fuggiva, con prontezza il Gandolfini avvisò i carabinieri del suo passaggio ed in pochi minuti furono vicini a questa specie di essere umano. Qualcuno dice che il suo fedele e caro amico Nestore, allora in servizio a Bardi come guardia forestale, nel vedere fuggire questo schifoso in un campo, era pronto a farlo fuori dalla rabbia. Fu la prontezza di un ufficiale deĺl’arma a fermarlo. Penso che dopo la guerra questo sia stato uno degli episodi più terribili e tristi che Bardi abbia passato. Nel cuore e nella ment c’è sempre il pensiero del dolore che hanno causato, questi drogati delinquenti , alla famiglia del povero Milani e anche di questi ragazzi, compagni e amici. Ogni volta che li vedo provo ad immaginare quello videro i loro occhi e accadde nella loro mente, il terribile ricordo che si portano dietro, comunque si dice che la vita va avanti ma a volte per tanti di noi dura più di altri. 
Comunque per stasera mi fermo a domani sperando che sia sempre un piacere rivivere le nostre vite bardigiane un Bacio a tutti

quattordicesima parte

Amici miei, buonasera. Oggi, 03/04/2020, siamo al quattordicesimo episodio. Un altro giorno di quarantena moltiplicata a data da definirsi, perché nostra unica arma di difesa concessa per combattere siamo noi rimanendo fermi! Gli unici combattenti sono tutti gli operatori sanitari, che con una banale mascherina e un paio di guanti per ora possono solo contrastarlo, quindi tutti i nostri carri armati, basi missilistiche e chi più ne ha più ne metta, non servono a niente! Questo dovrebbe farci molto riflettere.
Come diceva un grande saggio di Bardi, il buon Bruno Cironiti, Dio quando vide che l’uomo era troppo casinista e non riusciva a stare in pace, per limitare i danni, diede ad ogni popolo un modo di comunicare diverso. Nessuna lingua fu più uguale per millenni e questo riuscì a far stare ognuno nelle proprie terre; ci vollero secoli e ancora oggi le nostre lingue parlate sono completamente diverse. Se notate, da quando l’uomo ha cominciato a cercare di tradurre o di impossessarsi di altre lingue e culture, da quando è nata la Globalizzazione sfrenata senza regole ne confini, è cominciato il caos totale. Oggi, nonostante tutte le nostre tecnologie e studi, il succo è sempre quello: ognuno a casa sua. Tutto ciò è servito solo a creare guerre, conflitti ed estinzione di popoli. La natura ogni tanto si fa viva e ci distrugge senza frontiere e ci rispiega il Vangelo e chi comanda realmente.

Comunque, proseguiamo il nostro viaggio nel nostro bellissimo Bardi che almeno a noi ci ha regalato momenti indimenticabili. 
Eravamo rimasti alla banca, salendo  si trovava quel magnifico negozietto chiamato ” piccolo parigi” ed era proprio così, facevano sempre scalpore le sue vetrine un po’ ose’, allestite sempre in modo molto trasgressivo per quegli anni, manichini molto particolari con gli intimi da donna sempre molto provocanti e forse un po’ fuori tempo. Luigi era un tipo molto particolare, gentile nei modi, forse un pochetto fru. I manichini rispecchiavano un pochino tutto l’insieme di questo negozio, fuori dai soliti schemi tradizionali. All’ angolo c’era una piccola cartoleria allora gestita dai Segadelli, mi vengono alla mente i figli Paolo e Stefano. 
E poi sulla destra il mitico e ineguagliabile “bar piccolo”: quante storie e personaggi, è sempre stato il crocevia, dalla gestione dei Fulgoni a quella oramai storica per noi del buon Gambarini. Io l’ho sempre visto come un folletto burlone, un minuto qui e un altro là, sempre molto attento ai propri clienti . Ma appena ne capitava o ne capita occasione lo scherzetto è in agguato . Mi ricordo uno dei tanti scherzi: qui capitò al buon Bruno Cironiti, una sera gli misero un pallone gonfiabile all’estremità della marmitta della sua Campagnola e lui come ogni sera ad una certa ora, con molta calma, si dirigeva verso casa. Era solito partire al minimo per non consumare benzina  e quando arrivò quasi in fondo al paese ci fu l’esplosione del pallone, lui scese e non c’era niente, solo in alto il folletto gambarini che dall’angolo del bar se la rideva divertito. Questo scherzo andò avanti per parecchie sere finché il folletto venne colto in flagrante e qualche calcio nel culo se lo prese, dal buon Bruno.
Fu sempre luogo di ritrovo per i professoroni del paese che ne avevano una per tutti, riuscivano a far morire e rinascere le persone in pochi minuti tanto le chiacchiere erano intense e colorite.
Lì era proprio vero che da un dito ne veniva fuori una gamba ma sempre un luogo bello e simpatico del paese, sempre tra i primi ad aprire per poter dare un buon caffè o cappuccino a chi partiva con i camion o in macchina o con le corriere, sempre strapiene, che andavano a Parma, Borgotaro, Bedonia , persino una che andava a Bore. Un bar che oramai da decenni ha fatto la storia di Bardi. 
Poi si riscendeva e vi era uno splendido forno all’inizio di Ranzetti che poi divenne dei Todesco Pietro, “o piron” e il fratello, anche questo ci ha accompagnato per tanti anni. Quante focacce e pizze, il sabato sera o quando volevi se capitava la notte di fare tardi, bussavi alla finestra e sul retro erano sempre disponibili e cordiali nello sfamarci con buone pizze, dolci e focacce . 
Che bello il sabato sera, finite le danze c’erano nuvole di ragazzi che forse neanche negli allora affollati giorni di mercato riuscivi a trovare .

Poi i nostri mitici portici, sempre luogo d’incontro da una piazza all’ altra, dove ci si poteva fermare per una chiacchiera e dove mi ricordo che si piazzò, ogni giovedì, uno dei primi marocchini con il suo banco pieno di tappeti, occhiali, sterei, cassette ed orologi. Era un piccolo mercatino di tutto un po ‘dove la trattativa la faceva da padrona, si partiva da prezzi improponibili e si arrivava a comprare per quasi un niente, per tutti sembrava una manna anche quello poi divenne parte del paese nei giorni di mercato. C’era poi la classica 1500 con il baule aperto che vendeva il pesce e sentivi quell’ odore di mare, poi l’ allora ufficio postale, con il nostro grande e sempre gentile Maurizio, un uomo distinto che non ne esistono più, ritornato dalla Russia con piedi congelati, messo alla prova duramente dalla vita, ma nonostante tutto questo, pronto e attivo nella vita, creandos,i nonostante le difficoltà, una splendida e sana famiglia fatta di persone che dovrebbero essere ricordate più spesso per il loro senso civico e d’ esempio per tante generazioni. Io non lo conoscevo tantissimo ma lo ammiravo molto conoscendo bene le sue splendide figlie Mariangela e Patrizia, ancora oggi un bellissimo esempio di insegnamento sano. La moglie era anche lei sempre molto gentile, sono persone speciali che terrò sempre nei mie ricordi .
Mi ricordo un episodio che mi venne raccontato dal grande Alfredo Costa: il fratello di Maurizio che abitava a Campello, appena poteva  e all’insaputa del fratello Maurizio, saltava sul trattorino e via a Noveglia a farsi una briscola e qualche bianchino. Puntuale arrivava la telefonata di Maurizio chiedendo di lui al Costa e lui appena intuiva, dopo due secondi era già sul trattorino di ritorno per Campello. Ma la scena buffa era che lui in dialetto  diceva: “ma porca miseria cumme ‘u fa’ a savei sempre che son chi”. Tanti piccoli ricordi piacevoli e divertenti di persone speciali. Il buon Maurizio in quegli anni era accompagnato dal Tambini ,”u trei pe’” e i vari postini tra i quali il mio grande e speciale zio di Grezzo, Pierino, quanto gli volevo bene, era il mio padrino, lui e mia zia Maria erano sempre disponibili per noi. La domenica era il giorno di vacanza a Grezzo, forse anche perché mia mamma e suo fratello volevano riprendersi un po’ il tempo perduto. Anni prima infatti dovettero per forza di cosa distaccarsi, dopo la morte prematura della mia cara nonna Margherita, mia mamma , ancora molto piccola, dovette andare in collegio dalle suore nel castello di compiano e li studiò da maestra. Mio zio era ancora molto giovane e mio nonno Celeste Tambini non riusciva con tutti e due, così fu obbligato a prendere questa decisione. Anche lui era un postino, pensate che tutti i giorni scendeva da Grezzo a piedi, ritirava la posta e la distribuiva andando fino ai paesini dopo i Cabriolini. Il mio caro nonno celeste,  purtroppo quando morì ero troppo piccolo per averne un chiaro ricordo.
Comunque che bello tutte le domeniche a Grezzo, io, mia sorella Marghe, Fede, Giacomo ancora molto piccolo e poi arrivò Paolo. Bei giorni, che ricordi, pensare che Giacomo e Paolo vennero mandati lì per dei periodi interi perché soffrivano un pochino di bronchite e a Grezzo, a detta dei dottori, c’era l’aria buona.
Con mio cugino Giancarlo e Roberto un pochino più piccolo, eravamo sempre su per i monti pronti a studiare trappole per catturate gli animali ma con scarso successo .
Che belli quei giorni, quanti ragazzini, anche li vicino a mio zio c’erano i Marcellini che sembravano tanti folletti, da ogni buco ne spuntava uno, erano imprendibili e ci guardavano con diffidenza, non si avvicinavano mai, e noi che ci sentivamo i cittadini perché arrivavamo da Bardi. Che bello con la Fiat 124 verde pisello che aveva un odore di nuovo all’interno che tutte le volte qualcuno si sentiva male. Appena sotto c’era tutto il quartiere dei Mazzocchi, la Loredana, Mariarosa, Toni, Giuseppe,  Angelo, Angela, la Paola e Mario. Che bello, che ricordi, che momenti.  Quanti ragazzini a Grezzo mamma mia. 
Il bar sempre affollato di gente, poi le prime scorribande della banda, io, Adolfo, Ivan e Toni tutte le domeniche in giro per i monti e se capitava di passare da Grezzo, una domenica a casa di mia zia Maria e magari l’altra a casa della nonna di Adolfo, che bello.

Per il giorno della sagra mi ricordo che si arrivava e si sentiva quel buon profumo di brodo fatto con la gallina nostrana, in casa di mio zio era tutto addobbato a festa. Le buonissime torte di mia zia Maria, i suoi speciali anolini, era una grande cuoca, sempre con il suo bel sorriso e con mio cugino Giancarlo sul campanile a suonare le campane a festa, che atmosfera magica, che momenti, quelle sì che erano sagre .

Mio zio, che ogni domenica aveva qualcosa di nuovo da farci vedere, una domenica, (non esistevano ancora le tv a colori), prese non so dove un pannello con tanti colori che con la luce dello schermo faceva trasparire le immagini a colori ma non ebbe molto successo perché di tv a colori neanche l’ombra. 
Che paese magnifico Grezzo, il buon Giancarlo, il macellaio che abitava appena sopra mio zio, i suoi cavalli e le mucche che ogni sera se ne andavano alla fontana a bere, starei ore a raccontare quanto bello che era Grezzo.

Purtroppo il bagno non c’era ancora in casa ed era nell’orto, mamma mia d’estate quante mosche.

Poi c’era la Severina e suo padre, un ometto che sembrava uno di quei vecchietti del Far West con i capelli lunghi e bianchi e due baffoni , mia sorella Marghe sempre terrorizzata . 
Era un paesino dove tanti migrarono in Inghilterra molti anni prima e fecero fortuna ma tutti gli anni puntuali riempivano il pese nel periodo estivo. Il paese stesso aveva quel sapore d’Inghilterra, di thè, le persone, le donne avevano tutto uno stile diverso dagli altri paesini, sentivi nell’aria l’odore di buono e di speciale. 
Partivamo da Bardi a piedi per prendere lezioni dalla maestra Gina, lei molto brava ma anche molto severa, era di una scuola di altri tempi dove educazione e rispetto erano parole sacre. 
Poi andavi alla “Villa ” dove c’era una vecchiettina, zia di mia mamma, ecco li era un altro angolo di Grezzo che adoravo, lì entravi in un’ altra dimensione dove i profumi, l’arredamento  e le cose erano tutte belle e di gusto. Comunque anche stasera spero di avervi fatto passare un minuto con me in posti e ricordi meravigliosi, un bacio a tutti.

quindicesima parte

Amici miei, buonasera, anche oggi 07/04/2020 siamo qui rinchiusi combattendo questo mostro che più distruttivo non poteva essere. Siamo arrivati alla quindicesima parte che mi auguro serva a farci trascorrere qualche attimo nei nostri ricordi che penso siano sempre piacevoli.

Nela parte precedente mi ero soffermato su quel piccolo angolo di paradiso che era Grezzo ed ora voglio ritornare al nostro Bardi. Attraversando i portici che erano una sorta di passaggio da un quartiere all’altro, arrivavi nella maestosa piazza del mercato. Uscendo, sulla destra, trovavi i bagni pubblici; mamma mia che odori ne uscivano, e sulla sinistra un piccolo barettino simpatico allora gestito dai Biolzi. Era il luogo di ritrovo dei buoni Bruno Bertocchi, Gino della carpana e tanti altri. Gino, che forse persona più vera non c’era, era buono e generoso,  gran lavoratore  e artista nel lavorare il sasso e grande muratore , ma quante ne ha combinate, tanto era artista nel lavoro tanto diventava burbero e dispettoso quando capitava di bere qualche bicchierino. Qualche episodio voglio raccontarlo: un sabato sera, prima di andare in Carpanella, il bar centrale era pieno murato di giovani dentro e fuori, io stavo servendo alcuni tavoli all’esterno quando a un certo punto arriva una macchina nuova, ritirata il giorno stesso dalla concessionaria, adesso non ricordo se era una golf o altro, con dentro dei ragazzi di Varano che parcheggiarono appena sul marciapiede visto che non c’era abbastanza posto. Arriva Gino con il suo GT Alfa, passa davanti al bar al minimo, guarda il Pinna, un ragazzo di Varano e lo punta con un dito,  poi va via  due minuti, fa il giro del paese, torna e boom! Gli demolisce tutto il retro della macchina . Il Pinna, che era il proprietario, esce incredulo dell’ accaduto e comincia a prendere a pugni il buon Gino finchè poco dopo arrivano i carabinieri e Gino viene preso e accompagnato a passare la notte in caserma. Mai si capì perché gli demolì la macchina. Questo era Gino e chissà, sicuramente l’attenzione quella sera fu tutta per lui, forse era quello il suo scopo. In estate era sua abitudine, dopo una certa ora, fermarsi con la sua Ducati in vari punti del paese e li giù di acceleratore, forse per rendere il sonno meno piacevole ad alcune persone che non gli erano tanto simpatiche. Tante altre ce ne sarebbero da raccontare, ci vorrebbero ore, come ad esempio le sue scorribande nel piacentino insieme a Calice e Moretti, la cui base era il barino. Era un uomo a cui sicuramente non mancava la forza, mi ricordo una volta lo vidi passare in via Roma perché allora aveva una storia con una ragazza inglese, Ginger, molto bella che abitava proprio lì: lui in sella alla sua Ducati enduro sotto casa sua con tre asse da ponte su una spalla e dall’altra parte che portava la moto. Sfido chiunque a farcela , era fantastico, tanto burbero quanto buono, veramente una persona speciale, una di quelle persone che rimarranno sempre nei nostri ricordi come un buono forse un pò incompreso, chissà, ma comunque un grande Bardigiano, Ciao Gino.
Comunque, entravi nella piazza del mercato e sulla destra trovavi la trattoria dei Boccacci, maestri di cucina, sotto c’era un’ officina di macchine e vicino, mi ricordo c’era un deposito dove il buon Mancuso in estate era solito fare magazzino per le cocomere.
Di fronte trovavi la banca Emilina con il buon Trombi, da sempre direttore, poi la classica Barberia e l’ assicuratore Bertorelli Guerrino, grande personaggio, dinamico, barbiere di fiducia di mio papa’.
Sapeva destreggiarsi da buon barbiere a grande assicuratore, grandi personaggi che hanno saputo chi in un modo chi in un altro far crescere il nostro Bardi. 
Poi trovavi Riccardo con la sua macelleria, grande amico di mio nonno cichen, e da mani esperte come le sue passo ad altre mani sempre all’altezza: il buon e sempre speciale, cordiale e gentile Giancarlo.
Salivi due scalini e trovavi la mitica cooperativa della Fausta, entravi in negozio e c’era quel buon odore di salumi e formaggi e la sempre presente Fausta, un pò mascolina ma sempre molto gentile, con le sue famose focacce con la mortadella, ne sentivi il profumo per tutta la piazza.
Poi ti spostavi e trovavi l’edicola del buon Armando Badini, mi ricordo quando rientrava a casa con la sua Guzzi e i figli Moreno, la Tania e Nadia, tutti in sella. 
Mi ricordo un episodio che mi successe quando forse avevo dieci o undici anni, mia mamma era seduta a bere il the con delle sue cugine inglesi al bar grande e queste mi diedero delle caramelle. Non mi scorderò mai, erano rotonde e grosse, me ne misi una in bocca e  mi si piantò in gola, soffocandomi. Io nel frattempo mi ero allontanato dal bar per scendere a casa, e cominciai a non respirare più e passando davanti all’ edicola, l’ Armando vide che ero agitato ed avevo anche cambiato colore e senza pensarci mi prese per i piedi e mi mise a testa in giù e con un colpo secco alla schiena mi fece sputare la caramella, penso proprio che se non fosse stato per la prontezza del buon Armando non so come sarebbe finita.
Grande Armando, che personaggio, anche lui come tanti, pezzo di un Bardi fantastico.
Poi proseguivi e trovavi il Bar Grande allora gestito dai Rosati, il buon Giostra, molto più grande di noi, un’ altra figura bardigiana insieme al padre di cui però ho un vago ricordo, 
Mi ricordo una domenica, il campo sportivo era gremito di gente per una partita, passa il Giostra a manetta con una bellissima Giulia bianca, arriva alla curva del baraccone e vola contro le piante demolendola, tutti accorsero all’incidente, che giornata .
Da lì a poco il buon Giostra e il buon Guidino, erano gli anni dei figli dei fiori in cui era normale o quasi girovagare per il mondo, partirono per il Nord Europa. Penso che fecero fortuna, o quasi, in Svezia. Dicono che il Guidino si accampò al campo sportivo e poi partirono insieme. Altri tempi, di tanti avventurieri che in un modo o in un altro riuscirono a realizzare qualcosa di speciale.
Comunque anche per oggi vi auguro tanto bene, alla prossima, un bacio.

sedicesima parte

Amici miei Buonasera Anche oggi 11/04/2020 dovrei essere giunto alla mia sedicesima stazione visto che abbiamo appena passato il nostro venerdì Santo, nei miei ricordi e sempre con l’intento di farvi rivivere qualche attimo del nostro magico Bardi.
Come vi dicevo proprio il venerdì Santo giorno molto sentito da tutti credenti e non .,
Il mio pensiero non poteva che andare alle nostre processioni per il paese ma come erano belle caratteristiche piene di affiatamento amore ogni angolo carrubbio via finestra vetrina i Tedaldi , Basini con la loro maestria nel saper addobbare e creare scene di tempi che furono , come tutto ciò ci trasportava in quel mistero infinito che fu’ la passione di Cristo e penso che in tutti noi bambini e adulti ottimo scenario per immergerci per un attimo in quella sofferenza
Infinita e punto di riflessione di come potrebbe essere migliore il mondo se si ascoltasse un pochino di più il cuore , e di quante persone potrebbero soffrire meno nel mondo se tutti si ascoltasse un pochino in più la parola Amore e non business.
Comunque sono sempre più convinto che tanti sono i paesi bellissimi e ognuno con le sue particolarità, ma la magia del nostro Bardi è unica ,
Mi viene alla mente il sagrato quando cambiarono le campane, arrivarono in paese vennero posizionate li per giorni perché tutti potessero osservarle che belle luccicanti, e per poterne ascoltare il suono c’era un martello di legno ” un episodio mi viene alla mente sul campanile c’era il campanone che veniva di solito suonato a martello per avvisare di qualche pericolo per il paese e una sera lo senti’ suonare stava bruciando la casa dei Rossi e dal suono dello stesso tutto il paese si riverso’ per spegnere l’ incendio si sentiva nell’aria quell’odore di bruciato e di dolore fortunatamente risolto senza ne vittime ne feriti” , comunque con mio nonno chiamato a visionarne il montaggio da parte dell’ allora monsignor Marchesi , che bello per me ragazzino mi ricordo montarono una specie di teleferica al groppo che arrivava all’incirca a metà posizionarono questo enorme motore una grande ruota che fungeva da trazione per il cavo posizionato all’ estremità del campanile mi ricordo furono giorni di grande fervore che spettacolo vedere queste grosse campane salire ed essere posizionate sul campanile cosa che per un bambino quasi impossibile, e mio nonno che mi dava tutte le spiegazioni del caso che emozione ne sento ancora i brividi nel vedere un opera così imponente , fino al montaggio finale erano spettacolari luccicanti e quando cominciarono a far sentire la propria voce in tutta la vallata, le funzionalità erano tantissime il suono principale come sentiamo ancora oggi è uguale a quello del famosissimo Big bang di Londra solo che suonando a ogni quarto d’ora il paese era un concerto continuo di campane e questo dopo qualche tempo dovette essere limitato un pochino .Però sempre oramai da decenni li a tenerci il tempo della nostra vita.
Mio zio Giovanni era solito andare ad oliare ed ingrassare tutte le movimentazioni e mi ricordo che qualche piccione novello finiva nelle buonissime bombe di mia nonna , Comunque era un ‘altro bellissimo episodio di vita di rinascita del nostro paese. 
E come non ricordare la nostra bellissima pala del Parmigianino tenuta per decenni impolverata e abbandonata nella sacrestia in San Giovanni nessuno ne sapeva ne di chi fosse o altro ” addirittura si dice che venne usata come tavola da ponte per muratori” in quegli anni tanti appassionati di opere antiche mobili ed altro erano sempre alla ricerca , e capitò che alcuni di questi s’imbatterono in questa magica pittura da buon intenditore uno di questi vide che era un dipinto raffigurante lo sposalizio di Santa Caterina mancante dalla collezione del Parmigianino . Con destrezza cerco di comprarlo dall’allora prete con qualche soldo ma fortunatamente l’allora sempre attento e noto intenditore nostro monsignor Marchesi
Blocco tutto e non permise nessun spostamento . Ma da lì intervenirono le belle arti ritirandolo per il restauro e per anni della pala non si seppe più nulla , 
Fu la costanza del monsignore a far fare ritorno alla pala stessa a Bardi , ma con delle condizioni da parte delle belle arti , 
Che venisse protetta con un sistema di allarme e di un inferiata .
La grande inferiata venne commissionata ai miei mio nonno mio papa e i miei zii, 
Mi ricordo che venne fornito un disegno da parte di tutta la comunità ecclesiastica cardinale Samore’ compreso per come doveva essere realizzata , 
Ma a mio papà non piaceva .Quindi gli fece la proposta di dargli tempo e gli avrebbe realizzato in scala reale come sarebbe venuta l’inferiata . Quindi creo ‘una base in lamiera pari alle dimensioni reali della campata e volta della Chiesa, e li si mise a disegnare sull’opera che aveva in testa di come secondo lui doveva essere realizzata e gessetti alla mano cominciò a disegnare su queste lamiere perché come per la realizzazione di qualsiasi opera d’arte necessita sempre di uno schizzo da seguire e in questo caso ogni piccola piega ricciolo andava poi domato il ferro alla forgia perché prendesse le forme desiderate operazione di grande maestria come i grandi artisti sanno fare nel realizzare opere artistiche stava realizzando un opera ed io bambino attento lo guardavo mentre disegnava con il suo gesso , e poi vederlo all’opera alla forgia nel realizzare ciò che aveva disegnato ” Ciao papà questo è uno dei tanti bellissimi ricordi che tu mi hai lasciato e del grande uomo che eri” ” , passo’ qualche tempo e gli diedero il via e lui che era il più portato per queste opere si mise alla forgia con la collaborazione dei propri fratelli e dopo giorni e giorni di sapiente lavoro nel domare il ferro dandogli quelle forme artistiche di un opera d’arte degna di proteggere un altrettanto opera stupenda passo qualche anno perché tutto giungiesse al termine
Mi ricordo il giorno del trasporto dall’officina alla chiesa che impresa venne fatto un enorme cavalletto dove si posizioni in verticale questa opera d’arte meravigliosa e trainata da un trattore venne portata sino all’interno della Chiesa con tante difficoltà visto che allora ancora certi mezzi di sollevamento non esistevano , una volta sotto la volta della Chiesa si trattava di sollevare e posizionare questa se pur bella opera anche pesante varie decine di quintali , e le ipotesi che avevano formulato erano tante ma tutte molto troppo complesse , e di li passo’ l’allora mitico e famoso campanaro chi non si ricorda del folletto della Chiesa il Grande Carlo Donetti un omettino il suo baschetto in testa la sua sigaretta sempre penzolante sul labbro e l’inseparabile tabarro. padrone incontrastato del buon mantenimento della Chiesa stessa quanti ” crucchi ” a noi monelli , comunque si sofferma un attimo e con due parole disse a tutti i presenti invece di scervellarvi tanto!! 
Io farei un semplice foro al centro della volta che arrivi al soffitto e da lì fissare un” Parancolo” a catena e la sollevate senza nessun problema , e tutti si guardarono in faccia sbigottiti !!nessuno di loro penso’ alla cosa più semplice da farsi , così fecero e di li a poco la maestosa inferiata battuta ribattuta nel suo splendore venne fissata e anche questo piccolo episodio di vita che ancora oggi ammiriamo . Fu proprio la costanza e l’amore per Bardi del nostro monsignore Marchesi a mettere ogni cosa al posto giusto.
La nostra chiesa quanti sapienti sacerdoti che hanno saputo darci tante grandi e piccole lezioni di vita ma quanto era importante per noi ragazzini anche se tanto monelli la chiesa .
Ora purtroppo in mano a impiegatucci senza senso , solo unico superstite di una chiesa che non esiste più il Buon don Luigi del monastero uno degli ultimi veri discepoli di Dio .
Comunque la chiesa cos’era per noi tanto di più i Preti i curati sempre presenti bella vita di noi ragazzi le suore che con maestria sapevano gestire l’allora fiorente asilo con insegnamenti ed educazione speciali purtroppo il progresso e l’emancipazione sono riusciti a dissolvere tutto quello che di buono ne sapevano far uscire.
Comunque quanto era bello mi ricordo un anno messa di mezzanotte andammo in chiesa io e mio nonno lui con il suo tabarro il cappello entrammo un freddo glaciale un cielo sereno di stelle stupendo, la messa era detta dal Monsignor Marchesi , e mi ricordo la diceva dal pulpito che ora non esiste più, iniziava a mezzanotte e minomo durava due ore , quella notte mi vengono alla mente tante suorine missionarie tutte vestite d’ azzurro che donavano ai fedeli un santino e una medaglietta la chiesa gremita di gente , uscimmo e tanta neve era venuta con il provino quasi tutto surreale mio nonno mi avvolse nel suo tabarro, una notte che non dimenticherò mai chissà piccole gocce di pensieri di momenti speciali unici.
Comunque questo era per ricordarci che Bardi è e sarà sempre un luogo magico 
Questi giorni le uova i giochi tutto il paese profumava di buono di bene , speriamo di uscire tutti da questo incubo e poterci riabbracciare tutti meglio e più di prima .
Un augurio di una Buona Pasqua speciale a mio Papa ‘ovunque tu sia tu che eri un leone con il cuore di un angelo peccato che tanti non hanno saputo seguire il tuo insegnamento .
Buona Pasqua a tutti voi di cuore un bacio grande alla prossima

 

diciasettesima parte

Amici miei, buongiorno. Anche oggi 24/04/2020, riprendo il mio viaggio nei miei ricordi della vita nel nostro meraviglioso Bardi,dovrei essere al diciassettesimo capitolo. In questi giorni dei veri bardigiani ci hanno lasciato, parlo del buon Marzani “RINO” e Giannetto Minetti, persona sempre disponibile, gentile e sorridente, grande lavoratore, il migliore responsabile delle strade provinciali, un grande uomo e padre di famiglia. Sono figure che  lasciano sempre un segno nel nostro cuore, ciao, buon viaggio.
Stiamo attraversando un brutto momento, dove la natura ci sta dimostrando che può andare avanti senza di noi mentre noi non possiamo andare avanti senza di lei. Speriamo che questa segregazione forzata da un esercito di omini invisibili ci faccia ragionare e riflettere, ma da quello che vedo siamo tutti solo ed esclusivamente preoccupati di mantenere un sistema che tanto ci ha dato ma di tutto ci ha privato. Ci ha privato di tutte quelle belle situazioni che vivevamo una volta, quando con niente avevamo tutto mentre ora con tutto non abbiamo niente, solo cattiverie, egoismo, arrivismo, con il paraocchi che ci porta sempre più lontani da quello che era e che dovrebbe tornare, scusate se mi ripeto.
Sappiamo tutti che è impossibile e che anche questa situazione non ci cambierà, perché siamo tutti lì pronti solo ad impadronirci del nostro egoismo e ripartire a condurre una vita fatta solo di obblighi e costrizioni, e poi per cosa? Per godere di qualche attimo fatto non più di sorrisi ma solo di preoccupazioni.  
E da qui viaggio con la memoria e penso a quando eravamo ragazzini, sempre attivi, tutte le pensavamo per il piacere di divertirci senza avere niente, bastava incontrarsi tra amici e lì c’era tutto. Ora i ragazzini cos’ hanno? Telefonino, computer, PlayStation, senza pensare all’abbigliamento e già a dieci anni li vedi annoiati e senza fantasia, magari più intelligenti ma senza tutto quello che dovrebbero avere.
Comunque ero rimasto come diciamo noi in cima a Bardi e lì mi viene alla mente quando dovevano costruire il “cremlino”, palazzo della famiglia Chiappini. Ricordo noi bambini che ci rincorrevamo nelle fondamenta, erano un labirinto, altissime e sempre noi monelli dove non dovevamo esserci c’eravamo. 
E da lì scendevi e trovavi la casa della gioventù , che opera meravigliosa per noi ragazzi, quante generazioni hanno giocato e si sono divertite in quel posto. All’interno era un luogo di ritrovo per tutti, quanti episodi di vita, noi sempre a pensare a fare qualche dispetto a quelli più grandi.
Tornando sul paese trovavi il nostro mitico cinema Verdi; quanti momenti, dalla proiezione di film ai teatri, mi ricordo che ci andavo sempre con mio nonno e quanto mi divertivo quando arrivavano i burattini dei ferrari “bargnocla Sandron ” e tutti gli altri, che meraviglia vederli. Per diversi anni fece tappa a Bardi anche lo zecchino d’oro con tutti i vari personaggi come “il mago zurli” e tutto il coro, che momenti, penso che in tanti ci siamo passati, abbiamo vissuto quel posto magico con i suoi personaggi: Antenore alla cassa e Nando alla proiezione e quanti magheggi per poter entrare. Guardando il film “nuovo cinema paradiso” ritrovo quell’ atmosfera dove vivevamo situazioni un poco simili.
Il cinema Verdi fu un bellissimo luogo di aggregazione e di vanto per il paese, purtroppo la chiusura fu un’altra nota negativa per Bardi .
Poi quante volte a giocare da ragazzini nel granaio del consorzio, con l’amico Franchino Ghelfi, allora suo padre era il gestore del consorzio agrario. Ricordo che purtroppo una mattina, mentre stavamo andando a scuola, ci dissero che suo papà morì uscendo di strada con il suo camioncino di ritorno da Parma; che brutto giorno per tutti noi.

Poi trovavi il distributore con il lavaggio, tutte opere del piccolo grande uomo che era Ernesto Rosati, una persona meravigliosa che ebbi la fortuna di conoscere bene. Era pieno di vita, dinamico, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo da fare, dall’ allevamento di polli a quello di Bovini, che personaggio, sempre con belle macchine sportive. Quando con mio papà aprimmo l’officina a Noveglia, i primi anni veniva da noi, un po’ per passare il tempo e anche per dilettarsi un pochino con il ferro, era un gran burlone che si divertiva facendo dispettucci a tutti i vari personaggi suoi coetanei che venivano in officina. Mi ricordo che un giorno io avevo comprato, in accordo con lui, un topo finto di gomma che sembrava vero, proprio un “pongone”. Sapendo che mio papà era terrorizzato dai topi , lo mise vicino ad un macchinario e lì a poco mio papà passò di lì, lo vide, si mise a urlare e scappò.  L’ Ernesto divertito fece finta di ucciderlo e si mise a rincorrere mio papà con il topo per la coda, che scena sembravano le comiche “Davide contro Golia”. Poi tanti altri episodi divertenti, era uno spasso lavorare all’ inizio degli anni 80, grande Ernesto, ti terrò sempre nei miei ricordi più belli ricordandoti come una persona che seppe creare tanto, un saluto . 

Poi trovavi il distributore che negli anni ottanta era gestito da Gandolfini, un personaggio sempre sorridente e ben vestito che sembrava un boss.  Oltre al distributore gestiva tutti i camionari che lavoravano in quegli anni per la “laterlite”.
Poi magari camminando incontravi” Pero”, un omettino simpatico e curvo, forse perché, dicevano, dormiva in una cascina. Sembrava un simpatico folletto e questo mi fa ricordare le fantastiche partite che facevano scapoli contro sposati e a lui in una partita gli fecero fare da guarda linee quindi potete immaginare l’atmosfera divertente che si creava. Le porte venivano allestite con una Sega legata sulla porta degli scapoli e un bel paio di corna su quella degli sposati, le scarpette potevano essere scarponi o stivaloni, le regole non esistevano ma il divertimento era assicurato. Infatti il prato era gremito di gente, e poi seguivano le mitiche partite del torneo dei Bar  dei Brocchi, tanta passione e calore, mamma mia che momenti. Un anno arrivammo in finale: Bar centrale contro Carpanella, fu una partita epica, mia sorella organizzò le ragazze pon pon, la Carpanella era la favorita con tutto il clan pellegrini al completo in squadra, magliette del Brasile con nomi dei vari giocatori  mentre noi, come Bar centrale, magliette un pochino meno vistose. C’erano Giorgio Cella e i suoi amici di Milano, in porta mio fratello Fede, fu una partita all’ultimo sangue con supplementari e poi rigori, un tifo da stadio e agli ultimi rigori tira mio fratello: Ciano non prende il tiro, goal! Che vittoria, i Pellegrini indiavolati con Ciano che non aveva parato mio fratello, quel giorno sembrava un gatto, che giornata. Poi rassegna per il paese, tutti sul mitico Becco, un Peugeot 504 pik up rosso e tutti insieme al Bar centrale per una grande festa con torte d’erbe e di patate. 
Altra epica finale fu il Bar centrale contro il Pavone con i vari Ganassa, Losa, Paolino, Assirati, Molla e tanti altri, che partite, che momenti indimenticabili. Proseguendo trovavi poi il meccanico Luciano, l’autoscuola di Rengozzi, anche questo che personaggio, sempre elegante, sorridente e gentile, come svago la domenica  si dilettava a fare volare i suoi modellini di aerei, ogni tanto ne perdeva qualcuno contro qualche pianta ma erano divertenti, un pochino i padri di quelli che oggi chiamiamo droni.
Poi trovavi il grande ed unico elettrauto Andrea Lamberti “Scurc” sempre pronto a risolvere ogni problema, e cosa dire della mitica carrozzeria Milano con il grande Giancarlo Rossetti e suo zio, un ometto zoppo sempre molto impostato e il grande Daniele, devo dire sempre grandi carrozzieri allora come adesso, sempre all’ avanguardia.
Sopra trovavi il Minetti con il suo studio dentistico unico per quegli anni.
E ti trovavi di fronte quel fantastico complesso delle scuole, un palazzo per le elementari,un altro per le medie e le superiori e la favolosa palestra, arrivarono fino a dare il diploma da ragioniere. Era un complesso che pochi paesi potevano vantarsi di avere, mi ricordo che io feci la prima elementare nella sede del comune, struttura costruita nell’ epoca di Mussolini, con terrazze per la ginnastica e grandi aule, poi ci trasferirono tutti nel nuovo complesso, non ci sembrava vero, tutto odorava di nuovo e di fresco, le classi immacolate, che giorni meravigliosi in quelle aule, quanti ricordi. Troppi sono per poterli raccontare tutti, come maestro delle elementare ho avuto la fortuna di avere una persona fantastica come Domenico Bozzia che sapeva seguirci tutti senza trascurare nessuno, sempre molto attento  e molto preparato su tutta la didattica e sull’attualità, come lo sbarco sulla Luna. Mi ricordo sempre che diceva : “vedrete, arriverà che creeranno navicelle che come autobus porteranno la gente in giro per lo spazio” e penso che ci siamo arrivati.  E tutti i giorni avanti e indietro da Borgotaro, un episodio molto forte che voglio collegare a questo: una mattina in classe eravamo tutti ad ascoltare la lezione quando ci fu un boato tremendo: si ruppero alcuni vetri, noi sobbalzammo tutti, non si capiva ciò che fosse successo. Poco più tardi si seppe che due aerei da caccia si erano scontrati sopra la strada che porta al Pellizzone, fu un macello, c’erano pezzi dappertutto, in tanti accorsero e si diceva che anche i pezzi dei piloti erano sparsi. Altro triste episodio che portò tanti membri dell’Aeronautica per molto tempo a presidiare e recuperare tutto sul luogo dell’ incidente .
Quante marachelle con il mio amico Tonino Pettenati, mi ricordo che un giorno invece di ascoltare la lezione, eravamo intenti ad altre cose e il maestro senza tante parole, ci affibbiò un bel quattro meno meno sul quaderno con l’impegno di farlo firmare dai nostri genitori, ma al ritorno a casa sapevamo che sarebbero stati guai e magari ci arrivava qualche scappellotto, perciò ci guardammo e il foglio firmato sparì dai quaderni, fortunatamente il giorno seguente non li chiese ma ci servì da lezione.
Altro episodio che ricordo e ancora oggi ci penso, il cinque io lo scrivevo al contrario e non c’era verso di scriverlo dritto, so solo che quel numero me lo fece riscrivere forse per centinaia di volte finché non imparai ma a volte ancora oggi mi capita e sì, i metodi erano quelli.
Un altro ricordo fu l’arrivo in classe di un ragazzino che proveniva dall’Inghilterra, aveva qualche anno più di noi, lo misero nella nostra classe perché doveva imparare l’ italiano. Era il grande Maurizio Bosi “Missio”,  ben presto imparò l’ italiano e data l’età diventò subito capoclasse, seguiva bene il ruolo datogli ma sempre in buona amicizia.
Che belle classi, quanti eravamo. Anche stasera vi ho raccontato un pochino i miei ricordi di quanto avevamo e ora non abbiamo più. Leggendoli dovrebbero farci riflettere un pochino tutti e dovremo cominciare a prendere seriamente l’idea di reimpostare e non lasciare morire la nostra magnifica valle e il nostro unico Bardi. Un bacio e un abbraccio a tutti, al prossimo episodio, ciao.

6 thoughts on “BARDI NEI RICORDI DI FRANCESCO BOCCACCI

  1. Tu sei quel Francesco Boccacci che ha frequentato la scuola media dal ’73 al ’76!
    Non ti ho dimenticato, come si potrebbe!
    Come ricordo Sergio, Alberto, Claudio…Lina, Antonella, Gisella…ci siete tutti.
    Vedo che ti diletti a scrivere con il plauso dei tuoi concittadini.
    Bravo “ragazzo”un po’ monello!

    Marisa Guidorzi

  2. Buongiorno professoressa Guidorzi
    Si sono io quel Boccacci Francesco un Po monello e con immenso piacere leggo il suo commento non potevo avere regalo più bello e inaspettato spero di non deluderla con il mio italiano frettoloso .
    Di lei ho un ricordo magnifico indelebile la sua eleganza nel saper insegnare .Il libro che mi regalo’ con una bellissima dedica che custodisco ancora nelle mie cose di valore.
    E da adulto il suo ricordo è ancora come ieri la sua bravura nell’ insegnare e fondamentale per la nostra crescita .
    Ora ho una famiglia cinque figli la prima Elisa laureata in psicologia il maschio secondo alessio perito commerciale poi due gemelle una Eleonora studia all’Accademia delle belle arti a Bologna l’ altra la Mara lavora in una nota farmacia Romana dopo essere stata eletta miss Parma e arrivata in finale nazionale a miss Italia vincendo la fascia dedicata a Fabrizio Frizzi e quindi cerca di sfondare nel mondo dello spettacolo e l’ ultimo Thomas 12 anni il mio gioiello a scuola modello sarebbe stato un ottimo allievo comunque mi piacerebbe avere sue notizie e grazie davvero di cuore di questa sorpresa un bacio

  3. Ciao, carissimo Francesco, che piacere ritrovarti. sapessi quante volte ho pensato e penso a quei ragazzini di un paese la cui esistenza ignoravo ! Il tono delle tue parole non smentisce il ricordo che ho di te, ti ritrovo nell’atteggiamento tra il serio, educato sempre, ma con un mezzo sorriso che traspariva. Sento che ti sei fatto una bella famiglia, per me siete ancora quei bambini, ma mi conforta sempre sapervi su una buona strada. Hai formato una famiglia numerosa su modello di quella dei tuoi genitori, sento l’orgoglio di padre e la soddisfazione dei successi dei tuoi figli. Tante volte mi sono domandata della vostra sorte, delle strade per le quali vi foste incamminati e mi sono iscritta al gruppo di Bardi proprio per trovare qualche traccia di voi, a dir la verità con molta discrezione per non invadere troppo il campo personale.
    Venni a Bardi alcuni anni fa, passai da via Cella, piazza del Mercato, il Castello, il “groppo” di S. Francesco dove voi andavate a giocare e mi portai a casa le foto…
    Io vivo a Fidenza dal ’76 ed ora sono in pensione, ho due figli: Raffaella disegnatrice anatomica per testi scientifici che abita a Bologna e Giuseppe perito agro-industriale in un’azienda di sperimentazione sementiera, specie pomodoro. Purtroppo non ho nipoti, ma sono abituata a non annoiarmi mai, anchein questo tempo difficile.
    Caro Francesco la primavera mi ha portato proprio un bel regalo: te!
    Ti auguro ogni bene e anche a te un grosso bacio dalla tua insegnante e un po’ mamma.

  4. Ciao, completo l’elenco: la bionda occhi cerulea Paola Antoniazzi, Cassi Gianclaudio, il panettiere Castagnoli Gianpietro, la dolce moretta Gabriella Ferrari, l’ altra biondina Annamaria Rabaiotti e Giovanna Tambini dagli occhi molto belli. Ti accorgerai che il tuo paese ti diventerà sempre più caro con il passàre del tempo. Buona fortuna, ora mi ritiro, pur continuando a leggere ciò che scriverai. Marisa

  5. Caro Francesco in questi momenti brutti i tuoi scritti ci donano uno spiraglio di sole. E oltretutto, sono appassionanti, rappresentano un’importante testimonianza della storia del nostro piccolo/grande paese. GRAZIE MILLE

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