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LA LEGGENDA DI
BARDI
tratto
dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti
Dopo la battaglia del Ticino (ottobre) e della Trebbia (dicembre
218 a
.c.) Annibale Barca, comandante supremo degli eserciti cartaginesi, non
potè proseguire verso il Sud Italia a causa del maltempo che mise a dura
prova sia i soldati africani che gli elefanti, ormai debilitati dalle
fatiche, dai digiuni forzati sulle Alpi e dal clima cosi rigido.
Egli fu cosi costretto a svernare nel territorio che oggi comprende
la provincia di Piacenza.
Un reparto del suo esercito, mandato in avanguardia, giunse un
giorno nella zona montana dove sorge il paese di Bardi che aveva allora un
altro nome. A seguito del reparto seguiva un grosso elefante, uno degli
ultimi superstiti.
Gli abitanti del luogo furono terrorizzati da quell’animale
sconosciuto e per loro spaventoso. Solo i bambini, spinti dalla curiosità
e dalla pena che quel povero animale interezzito dal freddo suscitava, si
avvicinarono mettendosi a giocare con la lunga proboscide, accarezzandolo,
e a volte portandogli della frutta secca che rubavano dalle scarse
dispense domestiche.
E l’elefante lasciava fare, anzi era ben felice di aver
finalmente trovato nuovi e sinceri amici dopo tante battaglie combattute;
ed egli comincio a cercarli ed a seguirli docilmente per i campi come un
cagnolino.
Cosi, poco per volta, divenne amico anche degli adulti che lo
rispettavano e lo ammiravano molto quando li aiutava nei pesanti lavori
dei boschi, spostando ed accostando come fuscelli enormi tronchi tagliati.
Ma il freddo e la battaglia del Trebbia avevano profondamente
minato la salute ed il corpo dell’animale che morì infelice senza poter
rivedere la sua terra, qualche tempo dopo.
Gli abitanti del luogo vollero ricordarlo dando il suo nome al loro
paese che fu perciò chiamato Bardi, dal nome latino “Barrus”
che significa elefante.
Questa
è la leggenda più popolare che viene tramandata oralmente da varie
generazioni.

CHI
ERA IL LADRO?
tratto
dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti
Tanto tempo fa nei pressi
di “Spiaggere” vi era un lupo e una volpe, che avevano preso
l’abitudine di andare in casa “du zio Vazio” non appena questi si
allontanava per recarsi a lavorare nei campi.
La moglie “Marietta” la mattina prima di partire metteva in una
pentola il caglio con il latte, per ritrovarsi la sera con la cena pronta.
Da parecchi giorni però il lupo e la volpe divoravano tutto ciò che
trovavano compreso il latte coagulato; entravano da una fessura posta
nella parte inferiore della porta, mangiavano a sazietà e poi con
destrezza si allontanavano dalla cucina senza lasciare alcuna traccia.
Vasio e Marietta, poveretti, non sapevano chi incolpare per le loro
disgrazie.
Avevano si una gattina, chiamata “Prippa” ma sempre seguiva i
suoi padroni nei campi senza allontanarsi.
Vasio ebbe un’idea: nascondersi sotto la panca per scoprire il
ladro.
Attese alcune ore ed infine vide penetrare di soppiatto prima la
volpe poi il lupo.
I due mangiarono con ingordigia e quando stavano già per andare
furono trattenuti da Vasio, che colpì con un bastone, la testa del lupo.
La ferita provocata era abbastanza profonda, perché la testa dello
sventurato lupo sanguinava.
La volpe invece riuscì a schivare le botte, perché fu più veloce
del lupo a guadagnare l’uscita, essendo meno grossa.
Si mise sulla testa un po’ di caglio e finse anch’essa di
essere ferita. La volpe si lamentava e diceva:
“Ohimè!
Ohimè! Che il mio cervello va a Vernasca”;
Il
lupo mosso da compassione se la caricò sulle spalle; la volpe tutta
raggiante beffava il poveretto ignaro dicendo: “ Rio Rio par pian ar
marottu u porta ar san”.
“
Rio Rio par pian ar marottu u porta ar san!” Arrivati alla Costella, a
notte profonda la volpe suggerì al lupo di andare a prendere una forma di
formaggio. La volpe, astuta, voleva sbarazzarsi del lupo ammalato
facendolo annegare. Consigliò all’amico di entrare nel lago e promise
di tenerlo per la coda per non farlo affogare.
Questa
leggenda si raccontava ai bambini, affinchè non temessero i lupi, infatti
si voleva far loro capire che questo lupo affogato era l’ultimo
esemplare rimasto sulla terra, dopo la sua morte i lupi non esistevano più.
Leggenda
raccolta da Scimeca Annalisa classe 2° B Scuola Media di Bardi anno
scolastico 1986-87.

GAMBARA
Una leggenda longobarda, risalente al XII secolo, narra che “Gambara”,
la figlia del re, raggiunse il padre in Italia per sposare il nobile che
egli aveva scelto come sposo per la figlia e suo successore al trono.
Mentre questi regnava, la giovane
regina ebbe da lui un figlio al quale fu posto il nome di Bardo.
Egli, avendo a sua volta molti figli
fondò una roccaforte sull’Appennino portante il suo nome.
Leggenda
tratta da: A. Credali: Leggende, storie e figure del mio Appennino – PR
–Battei, 1958.

LA
FONTANA DEL
“ BESTRUIO* ”
tratto
dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti
Si racconta che, un
giorno, un frate, disperato perché non aveva più acqua per il suo
Monastero, andò per monti e valli alla sua ricerca..
Egli giunse davanti alla
fontana di Cà del Rosso di Gravago ove l’acqua sgorgava in abbondanza.
Il monaco pensò: “finalmente ho risolto il problema! Verrò a patti con
la fontana; le chiederò che per 6 mesi disseti la gente qui intorno e per
il resto dell’anno disseti il mio monastero”. E cosi avvenne.
E’ per questo motivo che la
fontana per i primi 6 mesi dell’anno è ricca d’acqua e poi
all’improvviso, scompare.
*Litigio
Leggenda
raccolta dai bambini della 3° B della Scuola Elementare di Bardi il
03-02-1988

LA
VASCA DELLA
MADONNINA DELLE GRAZIE
tratto
dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti
All’antico Santuario
della “Madonnina delle Grazie” sono legati antichi fatti storici,
nella zona, il 29/11/1321 il Signore di Cremona Giacomo Cavalcabò con i
suoi guelfi si scontrò con Gian Galeazzo Visconti e le truppe Ghibelline
da Lui comandate, e quivi trovò la morte.
Al Santuario è legata anche
la leggenda della vasca di San Protaso.
Narra la tradizione che,
dinnanzi alla chiesa, fosse stata costruita una vasca in sasso per
ristorare gli stanchi pellegrini che giungevano numerosi e da molto
lontano. Un giorno però i mezzadri di San Protaso, (il beneficio
parrocchiale), con molta fatica trasportarono alle loro dimore la vasca
per poter abbeverare il bestiame.
Ma
il mattino successivo, con molto stupore, non trovarono più la vasca dove
l’avevano posta: dopo averla cercata dappertutto la ritrovarono dinnanzi
al Santuario. I Trombetti (questo è il nome che la tradizione concede ai
mezzadri) pensarono ad uno scherzo di cattivo gusto fatto nei loro
confronti e riportarono la vasca a San Protaso.
La notte successiva la vasca
scomparve ancora e fu trovata dinnanzi alla chiesa. Per la terza volta i
mezzadri riportarono la vasca alle loro case, ed essendo numerosi in
famiglia decisero che i più forti e coraggiosi tra gli uomini, durante la
notte, avrebbero dormito fuori casa a guardia di qualche male
intenzionato.
Ed ecco che, durante la
notte, i contadini vengono svegliati da un canto soave, e colti da grande
timore videro alcuni Angeli che si dirigevano in volo verso il Santuario
trasportando senza fatica la vasca che, da allora e per molti anni non fu
più toccata.
Leggenda
tratta da: Don W. Cavalli –
La Madonnina
delle Grazie – U.T.PC – 1956.

SE
SI FANNO LE COSE DI NASCOSTO E’ MEGLIO PARLAR PIANO
tratto
dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti
Giuvan
e Megliaro erano due amici che amavano la pesca, ma non avendo la licenza
agivano di frodo.
Un
bel giorno decisero di andare a pescare. Fecero un lauto bottino e la sera
andarono dietro la mura del cimitero di Monastero per la spartizione.
Proprio
quella sera passarono di lì due fidanzati e, benchè fossero immersi in
tutt’altre cose, udirono delle voci che dicevano: “Ce li dividiamo a
metà?” Spaventati, i due se la diedero a gambe.
Da
quella sera in poi di notte non passò mai più nessuno per la strada del
Monastero.
Leggenda
raccolta da Federica Costa classe 2° B Scuola Media di Bardi anno
scolastico 1986-87.

CHOLERA
MORBUS
tratto
dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti
Cholera Morbus, un termine che oggi per noi non significa quasi più
nulla, ma che per i nostri progenitori durante il XIX secolo fu causa di
gravi lutti.
Dopo il vaiolo ed il tifo che
colpirono l’Italia durante i primi decenni del 1800, fu la volta del
colera che colpì la penisola all’inizio del 1835.
La bella statua della Madonna
Addolorata posta sull’altare della chiesa parrocchiale e costruita
intorno al 1656, porta alla mano destra un anello riguardante proprio la
tragica epidemia del 1867.
Narra infatti la leggenda
che, nonostante le prevenzioni possibili a quel tempo, l’epidemia
lentamente dilagava anche nella zona di Bardi finché la gente ormai
sfiduciata ed impaurita si rifugiò in chiesa in preghiera;
all’Addolorata fu posto sulle spalle uno stupendo velo bianco finemente
ricamato, e la statua fu portata in processione per le vie del paese. Alla
fine della cerimonia mentre la statua portata da solide braccia stava per
rientrare nella chiesa gremita, l’Addolorata perse il bel manto che,
lentamente scivolò a terra.
Da
quel momento il morbo cessò;
la Madonna
aveva ascoltato le preghiere giunte sino a Lei da quei cuori impauriti.
In quel periodo, nella chiesa
di Monastero di Gravago, la popolazione del luogo pose una statua
dell’Immacolata come ringraziamento per la cessazione del colera; il
Conte Angelo Cassoli propose e sostenne con le sue offerte l’erezione di
un campaniletto sull’angolo sinistro della facciata della “Madonnina
delle Grazie”. Il campanile fu demolito nel 1894 quando iniziarono nuovi
lavori di restauro.
Una
seconda versione della leggenda vuole che la processione si sia svolta
alla “ Madonnina delle Grazie” e non nella chiesa della Addolorata.
Leggenda
raccontata dalla Sig.ra Maria Salvanelli di Bardi.

I
MIRACOLI DELLA DEVOTA DELLA COSTA
tratto
dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti
MARGHERITA Carlotti degli
Antoniazzi, figlia della montagna bardigiana, nacque nel
1502 a
Cantiga, frazione di Costa Geminiana, in una povera e rustica casetta. A
Lei si deve la costruzione della chiesa dell’Annunciata e, accanto, la
fondazione del convento di suore. La voce popolare le attribuì molti
miracoli e fu venerata sia degli umili che dai potenti principi come
Santa.
Margherita ebbe tra il 1610 ed il 1620 il processo di
beatificazione, i cui atti si conservano ancora in un volume
dell’archivio parrocchiale di Costa Geminiana.
Non è questo la sede per tracciarne la vita, ci soffermeremo
solamente alle testimonianze di suoi miracoli che si traggono dal volume
dell’archivio parrocchiale e dai vari testi narranti la sua biografia.
Più di venti testimoni deposero ai processi di aver visto
Margherita, molto spesso, in colloquio con
la Vergine Maria
che appariva a questa giovane fanciulla mentre pascolava le pecore del
padrone a Sarizzuola.
Dopo essersi rifugiata alla grotta della Rondinara, dove guarì a
malapena dal flagello pestifero che aveva ucciso la madre (1524),
Margherita prese l’abitudine di uscire dal suo eremitaggio per portarsi
a pregare nelle chiese vicine o a visitare e confortare gli ammalati. La
chiesa dove sovente si recava era quella parrocchiale di San Bartolomeo
della Costa, nella quale era stata eretta una cappella in onore della
Madonna. Sopra l’altare era posto un quadro della Vergine e di Gesù
bambino.
Un giorno, mentre era in preghiera davanti all’altare, pregando e
piangendo sulla miseria e la morte portata dalla peste, ecco che ad un
tratto l’effige della Madonna cominciò a versare dagli occhi copiose
lacrime, quasi fosse viva e volesse partecipare al dolore della giovane.
Naturalmente quella visione impressionò i presenti che gridarono
al miracolo. Ancora dopo molti anni si potevano notare sul dipinto,
impressi sul volto dell’immagine, i piccoli solchi lasciati dalle
lacrime. Questo fatto guadagnò la devozione della popolazione verso
quella immagine e Margherita conquistò maggiore stima e venerazione. Da
quel giorno operò ovunque con gli appestati sorprendenti guarigioni. Tra
i tanti guariti vi fu un certo Menino abitante a Monte Reggio, presso Cà
dei Ghiretti.
Finalmente la pestilenza che aveva imperversato per le valli si
placò.
Era ormai tempo che Margherita ritornasse tra la gente lasciando il
suo eremo. A questo punto,
la Madonna
le ricomparve nuovamente pregandola di costruire una chiesa, in suo onore,
sul Monte Lama.
La Devota
, di fronte alla prospettiva di questo gravoso e impegnativo compito, si
sentì scoraggiata e chiese la grazia di poter costruire la chiesa non a
Monte Lama ma alla Costa, nel suo paese nativo.
La Vergine
acconsentì e si accomiatò con consolanti ed incoraggianti parole.
Uscita da Rondinara, inizialmente, trovò rifugio in uno scomodo
tugurio da dove ogni mattina se ne partiva per cercare aiuto ed elemosine
per il suo ardito progetto. Quando all’imbrunire tornava, trovava sempre
preparato un soffice giaciglio di erbe e di foglie approntato dagli
uccelli del bosco.
La messa in atto del progetto non fu cosa facile e costò alla
Devota caro prezzo e pesanti sacrifici. In un primo tempo addirittura il
fratello Luchino la osteggiò e la calunniò, prima di redimersi e
diventare il suo più valido aiuto.
Ma se il fratello ora la seguiva, molti erano ancora gli increduli
e gli scettici che si facevano beffe di Margherita e non esitavano a farla
passare da pazza.
Una domenica, mentre
la Devota
stava chiedendo aiuti per
la Chiesa
, fu coperta da insulti e derisioni da parte di un gruppo di male
intenzionati. La giovane di fronte a questo nuovo affronto non si arrese
cosi rispose ai giovani: “Voi dunque non prestate fede alle mie parole e
me avete presa per una illusa. Bene Stà. Or che direte voi se io vi porrò
in chiaro la verità della mia missione da dover vincere la stessa luce
del sole? Mi presterete ascolto allora? M passiamo subito alle prove”.
Senza proferire altro si incamminò con passo deciso verso la
chiesa, prese due candele e si diresse alla volta di un laghetto chiamato
Roggione che si stendeva in una conca nelle vicinanze di Costa.
Seguita da una moltitudine di curiosi si fermò sulle rive del
profondo specchio d’acqua. Accese le due candele e poi si volse verso la
folla: “Ecco io mi metterò dentro questo lago, e se con l’aiuto del
Signore mi verrà fatto di passare dall’altra sponda sott’acqua senza
punto bagnarmi e senza che si spengano le candele, ciò vorrà essere
segno che le cose dette da me intorno la chiesa non me le sono cavate io
di mio capo, ma che le mi vennero ordinate dall’alto. Che se per lo
contrario resterò vittima della mia temerità, farete di me quel conto
che di una piazza”.
La gente ammutolì quando vide Margherita, fattosi il segno della
croce, entrare senza esitazione nel Roggione che la sommerse tra le sue
acque scure.
I minuti passarono lenti, ma poco dopo, con meraviglia generale, la
giovane uscì dalla sponda opposta con le candele accese e gli abiti
perfettamente asciutti.
I presenti, vinto l’iniziale sbigottimento, scoppiarono in
fragorosi applausi, e da quel giorno in poi, narrano i testimoni, nessuno
più la considerò una pazza ed ognuno, secondo le proprie possibilità,
contribuì alla costruzione della chiesa. Vicino a questa si volle
edificare anche un Monastero.
Le testimonianze che si traggono dai processi ci narrano di altri
fatti straordinari legati alla Devota durante
la Sua
vita terrena.
Il 21 Maggio 1533 avvenne la consacrazione della chiesa e
l’apertura del Monastero dedicati entrambi all’Annunciata.
Al termine di quella solenne funzione, Margherita si rinchiuse tra
quelle mura.
“Parlava
con San Rocco come noi col Sagrestano della Parrocchia”, riferivano le
religiose che ben presto la raggiunsero in convento.
Come
gia detto, i testi che deposero sotto giuramento ai suoi processi furono
molti, spesso non oculari, ma alcune volte fu proprio il diretto
protagonista che in prima persona, riferì quanto di umanamente
inspiegabile gli fosse successo.
Il
21 Maggio 1565
la Devota
morì, lasciando una indelebile impronta del proprio passaggio su questa
terra.

LA
FONTANA DEL
DIAVOLO
tratto
dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti
Si narra che un tempo, un pastore, mentre pascolava le sue pecore,
ebbe una sete tremenda. Girò a lungo sulla montagna, ma non trovò nulla.
Allora, sfinito dalla fatica, si sedette su una roccia.
Il pastore, appena seduto, senti battere forte dei colpi; si girò
ma non vide nulla. Poco dopo sentì battere ancora allora disse: “ Chi
batte?” Gli rispose una voce:“ Stringiamo un patto?”.
Era il diavolo che parlava.
Non si è mai saputo quale patto il pastore abbia stretto col
diavolo, però, poco dopo, dietro di sé, egli vide una fontana “di
acqua puzza”.
Leggenda
raccolta dai bambini della 3° B della Scuola Elementare di Bardi il
03-02-1988

LA
LEGGENDA DI
MONTE LAMA E PIETRA GEMELLA
tratto
dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti
Alle scarne notizie storiche
sui castelli di Pietra Gemella e Monte Lama aggiungiamo una leggenda che
già nel XII secolo veniva raccontata dai cantastorie e dagli abitanti
delle zone vicine.
Narra dunque la leggenda che
il Signore di Monte Lama ed il Signore di Pietra Gemella fossero divisi,
ormai da molto tempo, da una grande inimicizia.
Il Conte di Monte Lama
addirittura ordì una congiura per sterminare il rivale e la famiglia, in
modo da estendere il suo dominio anche sulle terre di Pietra Gemella.
In una notte scura di
dicembre avanzò cautamente con le sue truppe verso la rocca nemica,
appostando i suoi uomini in un punto invulnerabile che egli, fin da
giovane, conosceva;
Seguito da alcuni fidi
avanzò verso una finestra della scala principale del Castello, per poter
spiare le mosse del rivale e dare il segnale d’attacco convenuto;
Dalla posizione in cui era
vide il Conte di Pietra Gemella, la famiglia e la servitù inginocchiati
intorno ad un gran camino.
Tenendo l’orecchio udì i
convenuti nella sala recitare il Rosario.
Tutto era pronto per
l’assalto; le lame dei corti pugnali scintillavano alla luna appena
sorta.
I bravi aspettavano
l’ordine del loro padrone, ma egli restava muto, l’orecchio teso verso
quelle preghiere.
Le orazioni stavano
terminando, il Signore di Monte Lama sguainò la spada quando, con sua
grande sorpresa, sentì chiaramente il Conte aggiungere: “Ora preghiamo
per il nostro nemico di Monte Lama, dal quale siamo ormai divisi da tempo.
Voglia Iddio che l’antica amicizia ritorni fra di noi al più presto”.
Queste parole scossero
profondamente il nobile in agguato, il suo odio si sciolse come neve al
sole. Lentamente abbassò la spada riponendola nel fodero.
Con
brevi cenni ordinò ai suoi uomini di ripiegare in silenzio, riprendendo
la strada di casa.
Ai primi bagliori
dell’alba, dopo aver passato una notte insonne, tormentato dal rimorso
di ciò che stava per accadere, fece sellare il suo cavallo e discese
verso Pietra Gemella.
Bussò alla porta del
castello e si gettò ai piedi del vecchio amico, al quale chiedendo
perdono, confessò il suo criminale proposito.
La vecchia amicizia fu cosi
rinsaldata ed i rancori vennero dispersi per sempre.
Leggenda raccontata da Giacomo Quintavalla di
Bardi.
L’ASSEDIO
tratto
dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti
Dal
Mastio, Goffredo il castellano della Rocca di Bardi, osservava in silenzio
i fuochi degli assedianti che, ormai da 16 mesi, stringevano in una morsa
spietata i difensori.
In quel lungo periodo ogni
attacco, sferrato giornalmente, era stato respinto ed i morti non si
contavano più ne da una parte ne dall’altra.
Le possenti mura della
fortezza nonostante le catapulte, gli arieti, gli assalti con le torri in
legno resistevano saldamente; era il morale dei difensori che aveva ormai
ceduto in quelle ultime settimane. I pensieri correvano al secondo
durissimo inverno che avrebbe, fra non molto, riportato il freddo e la
neve, con le scorte di viveri quasi finite.
Erano gli sguardi silenziosi
dei suoi soldati, era il volto pallido dei bambini e delle donne che
rattristavano Goffredo. La paura era una sensazione invisibile aleggiante
sui difensori; non timore per la propria fine, ma per la strage che
avrebbe coinvolto anche le loro famiglie in caso di resa.
Il castellano scese le ripide
scale in pietra del Mastio e, accompagnato dalle sentinelle, percorse i
camminamenti di ronda. I fuochi del nemico illuminavano tenuamente le
centinaia di tende dove riposavano altri militi nell’attesa di
un’altra alba di battaglia.
Vi era solo un motivo di
consolazione per Goffredo; con il passare dei mesi aveva visto scomparire
anche sul volto degli invasori quell’aria baldanzosa e sicura che li
aveva contraddistinti nei primi mesi di lotta.
Il nemico, giunto nei pressi
di Bardi, aveva saccheggiato il paese distrutto i campi di grano tutt’intorno,
trovando pochissimi viveri già da tempo trasportati nei granai, nei
magazzini e nella ghiacciaia della rocca. Per la scarsità di cibo
continui rifornimenti arrivavano al nemico dalla città lontana, con gravi
problemi di trasporto.
Goffredo,
prima di ritirarsi nel suo alloggio, fece un’ultima visita ai granai,
dove rimanevano 3 sacchi di grano e alla stalla dove era ricoverata
un’ultima vacca. “E’ la fine” pensò, mentre un’angoscia
terribile, lo fece rabbrividire, non rimaneva che un ultimo tentativo, una
assurda idea che già da diversi giorni lo stava tormentando, ma a questo
punto non rimaneva altro da fare.
Alcuni
soldati corsero a svegliare tutti gli ufficiali e sotto ufficiali
convocandoli nel corpo di guardia della torre di Sud-Ovest dove Goffredo
li stava aspettando per esporre il suo piano.
L’alba della Domenica
giunse carica di ansie, le trombe avvisarono i difensori dell’imminente
assalto. Gran parte delle forze nemiche erano concentrate sotto gli spalti
di Nord-Est dove si sperava di aprire più facilmente una breccia con
l’aiuto di catapulte.
I fanti erano già schierati
aspettando l’ordine di attacco, quando dagli spalti si affacciò il
castellano riccamente vestito con un abito nero da cerimonia. Egli, senza
curarsi degli arceri che potevano colpirlo in ogni istante si issò sulle
mura urlando verso il nemico queste parole:
“Vi
Vedo pallidi e stanchi soldati! Come ogni giorno di festa noi
banchettiamo, ed oggi abbiamo deciso di dividere con voi le nostre
pietanze”.
Goffredo alzò la mano
destra, ed a quel segnale convenuto i suoi militi gettarono oltre le mura
la vacca squartata e pronta allo spiedo.
La carcassa dell’animale
cadde con un tonfo sordo ai piedi dei soldati sbigottiti, dal ventre
dell’animale uscì una cascatella di chicchi di grano.
Tra le file degli assedianti
vi fu un fremito di stupore nell’osservare quella carne, da tempo
mancante dalle loro mense, e cosi facilmente gettata dal popolo bardigiano.
L’animale fu portato verso le tende degli ufficiali superiori, nelle
retrovie, mentre rauche grida, lanciate dai cavalieri, ordinavano alle
truppe di ritirarsi verso l’accampamento.
Fu una Domenica tristissima
per i bardigiani assediati nella Rocca.
Goffredo
rimase chiuso nei suoi alloggi; se il piano fosse fallito le colpe
sarebbero cadute su di Lui.
Nella
notte, dall’accampamento nemico, giunsero molte voci e si intravide tra
i falò accesi un grande via vai di soldati indaffarati.
All’alba
le assonnate sentinelle osservarono, prima incredule e poi con grande
gioia, la lunga fila delle truppe nemiche che, convinte
dell’impossibilità di conquistare
la Rocca
di Bardi, si ritirarono sconfitti verso la pianura.
Leggenda
raccontata dalla Signora Anna Ochi Menozzi e rielaborata dal curatore.

TUTTO
PER DELL’ACQUA BENEDETTA
tratto
dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti
Molti anni fa presso “Casa Grassa”, abitava una donna che aveva
poteri demoniaci. Un giorno decise di fare visita alla signora Sterlini
che aveva appena dato alla luce un bel bambino.
Si avvicinò al bimbo e lo
accarezzò malignamente sulla schiena. Da quel momento il bimbo incominciò
ad accusare strani dolori. Piangeva ininterrottamente, non dormiva durante
la notte e non toccava cibo.
Il padre disperato corse dal
parroco per avere consigli. Egli gli chiese una bottiglia d’acqua del
pozzo ed avutala la benedì.
Nell’acqua intravide la
sagoma della strega, informò il signor Sterlini e lo invitò a correre a
casa prima del tramonto a chiudere le porte e le finestre della sua
abitazione per evitare che entrasse la strega, e gli disse di far bollire
nell’acqua benedetta gli indumenti del bambino.
Il poveretto eseguì gli
ordini del parroco. Non appena i panni incominciarono a bollire, la strega
bussò alla porta e il bambino cominciò a stare meglio.
Leggenda
raccolta da Bertocchi Elena classe 2° B Scuola Media di Bardi anno
scolastico 1986-87.
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