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leggende (o fole) 
nella tradizione valligiana

Spesso nelle lunghe e fredde notti d'inverno i contadini si radunavano nelle stalle per sfruttare il calore prodotto dagli animali, ed è  forse in queste serate (i filoss) che prendevano forma queste "fole".

 


fole raccontate
cliccando sul testo potrai ascoltare la storia

tre campane
raccontata da Bevilacqua Mariarosa

fasolino
raccontata da Bevilacqua Mariarosa 



la caterinela

raccontata da Pettenati Armanda  

 

foto non disponibile



gallo papa

raccontata da Pettenati Armanda  

 

foto non disponibile

leggende bardigiane
raccontata dagli alunni della scuola media di Bardi

 

fole da leggere



LA LEGGENDA DI
BARDI  
tratto dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti

         Dopo la battaglia del Ticino (ottobre) e della Trebbia (dicembre 218 a .c.) Annibale Barca, comandante supremo degli eserciti cartaginesi, non potè proseguire verso il Sud Italia a causa del maltempo che mise a dura prova sia i soldati africani che gli elefanti, ormai debilitati dalle fatiche, dai digiuni forzati sulle Alpi e dal clima cosi rigido.

         Egli fu cosi costretto a svernare nel territorio che oggi comprende la provincia di Piacenza.

         Un reparto del suo esercito, mandato in avanguardia, giunse un giorno nella zona montana dove sorge il paese di Bardi che aveva allora un altro nome. A seguito del reparto seguiva un grosso elefante, uno degli ultimi superstiti.

         Gli abitanti del luogo furono terrorizzati da quell’animale sconosciuto e per loro spaventoso. Solo i bambini, spinti dalla curiosità e dalla pena che quel povero animale interezzito dal freddo suscitava, si avvicinarono mettendosi a giocare con la lunga proboscide, accarezzandolo, e a volte portandogli della frutta secca che rubavano dalle scarse dispense domestiche.

         E l’elefante lasciava fare, anzi era ben felice di aver finalmente trovato nuovi e sinceri amici dopo tante battaglie combattute; ed egli comincio a cercarli ed a seguirli docilmente per i campi come un cagnolino.

         Cosi, poco per volta, divenne amico anche degli adulti che lo rispettavano e lo ammiravano molto quando li aiutava nei pesanti lavori dei boschi, spostando ed accostando come fuscelli enormi tronchi tagliati.

         Ma il freddo e la battaglia del Trebbia avevano profondamente minato la salute ed il corpo dell’animale che morì infelice senza poter rivedere la sua terra, qualche tempo dopo.

         Gli abitanti del luogo vollero ricordarlo dando il suo nome al loro paese che fu perciò chiamato Bardi, dal nome latino “Barrus” che significa elefante.  

Questa è la leggenda più popolare che viene tramandata oralmente da varie generazioni.

 

 

CHI ERA IL LADRO?
tratto dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti

        Tanto tempo fa nei pressi di “Spiaggere” vi era un lupo e una volpe, che avevano preso l’abitudine di andare in casa “du zio Vazio” non appena questi si allontanava per recarsi a lavorare nei campi.

        La moglie “Marietta” la mattina prima di partire metteva in una pentola il caglio con il latte, per ritrovarsi la sera con la cena pronta. Da parecchi giorni però il lupo e la volpe divoravano tutto ciò che trovavano compreso il latte coagulato; entravano da una fessura posta nella parte inferiore della porta, mangiavano a sazietà e poi con destrezza si allontanavano dalla cucina senza lasciare alcuna traccia.

        Vasio e Marietta, poveretti, non sapevano chi incolpare per le loro disgrazie.

        Avevano si una gattina, chiamata “Prippa” ma sempre seguiva i suoi padroni nei campi senza allontanarsi.

        Vasio ebbe un’idea: nascondersi sotto la panca per scoprire il ladro.

        Attese alcune ore ed infine vide penetrare di soppiatto prima la volpe poi il lupo.

        I due mangiarono con ingordigia e quando stavano già per andare furono trattenuti da Vasio, che colpì con un bastone, la testa del lupo.

        La ferita provocata era abbastanza profonda, perché la testa dello sventurato lupo sanguinava.

        La volpe invece riuscì a schivare le botte, perché fu più veloce del lupo a guadagnare l’uscita, essendo meno grossa.

        Si mise sulla testa un po’ di caglio e finse anch’essa di essere ferita. La volpe si lamentava e diceva:

“Ohimè! Ohimè! Che il mio cervello va a Vernasca”;

Il lupo mosso da compassione se la caricò sulle spalle; la volpe tutta raggiante beffava il poveretto ignaro dicendo: “ Rio Rio par pian ar marottu u porta ar san”.

 “ Rio Rio par pian ar marottu u porta ar san!” Arrivati alla Costella, a notte profonda la volpe suggerì al lupo di andare a prendere una forma di formaggio. La volpe, astuta, voleva sbarazzarsi del lupo ammalato facendolo annegare. Consigliò all’amico di entrare nel lago e promise di tenerlo per la coda per non farlo affogare.

Questa leggenda si raccontava ai bambini, affinchè non temessero i lupi, infatti si voleva far loro capire che questo lupo affogato era l’ultimo esemplare rimasto sulla terra, dopo la sua morte i lupi non esistevano più.  

Leggenda raccolta da Scimeca Annalisa classe 2° B Scuola Media di Bardi anno scolastico 1986-87.

 

 

GAMBARA

 Una leggenda longobarda, risalente al XII secolo, narra che “Gambara”, la figlia del re, raggiunse il padre in Italia per sposare il nobile che egli aveva scelto come sposo per la figlia e suo successore al trono.

Mentre questi regnava, la giovane regina ebbe da lui un figlio al quale fu posto il nome di Bardo.

         Egli, avendo a sua volta molti figli fondò una roccaforte sull’Appennino portante il suo nome.  

Leggenda tratta da: A. Credali: Leggende, storie e figure del mio Appennino – PR –Battei, 1958.

 

 

LA FONTANA  DEL “ BESTRUIO* ”  
tratto dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti

          Si racconta che, un giorno, un frate, disperato perché non aveva più acqua per il suo Monastero, andò per monti e valli alla sua ricerca..

         Egli giunse davanti alla fontana di Cà del Rosso di Gravago ove l’acqua sgorgava in abbondanza. Il monaco pensò: “finalmente ho risolto il problema! Verrò a patti con la fontana; le chiederò che per 6 mesi disseti la gente qui intorno e per il resto dell’anno disseti il mio monastero”. E cosi avvenne.

         E’ per questo motivo che la fontana per i primi 6 mesi dell’anno è ricca d’acqua e poi all’improvviso, scompare.  

*Litigio

 Leggenda raccolta dai bambini della 3° B della Scuola Elementare di Bardi il 03-02-1988

 

 

LA VASCA DELLA MADONNINA DELLE GRAZIE
tratto dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti

          All’antico Santuario della “Madonnina delle Grazie” sono legati antichi fatti storici, nella zona, il 29/11/1321 il Signore di Cremona Giacomo Cavalcabò con i suoi guelfi si scontrò con Gian Galeazzo Visconti e le truppe Ghibelline da Lui comandate, e quivi trovò la morte.

         Al Santuario è legata anche la leggenda della vasca di San Protaso.

         Narra la tradizione che, dinnanzi alla chiesa, fosse stata costruita una vasca in sasso per ristorare gli stanchi pellegrini che giungevano numerosi e da molto lontano. Un giorno però i mezzadri di San Protaso, (il beneficio parrocchiale), con molta fatica trasportarono alle loro dimore la vasca per poter abbeverare il bestiame.

Ma il mattino successivo, con molto stupore, non trovarono più la vasca dove l’avevano posta: dopo averla cercata dappertutto la ritrovarono dinnanzi al Santuario. I Trombetti (questo è il nome che la tradizione concede ai mezzadri) pensarono ad uno scherzo di cattivo gusto fatto nei loro confronti e riportarono la vasca a San Protaso.

         La notte successiva la vasca scomparve ancora e fu trovata dinnanzi alla chiesa. Per la terza volta i mezzadri riportarono la vasca alle loro case, ed essendo numerosi in famiglia decisero che i più forti e coraggiosi tra gli uomini, durante la notte, avrebbero dormito fuori casa a guardia di qualche male intenzionato.

         Ed ecco che, durante la notte, i contadini vengono svegliati da un canto soave, e colti da grande timore videro alcuni Angeli che si dirigevano in volo verso il Santuario trasportando senza fatica la vasca che, da allora e per molti anni non fu più toccata.

          Leggenda tratta da: Don W. Cavalli – La Madonnina delle Grazie – U.T.PC – 1956.

 

 

SE SI FANNO LE COSE DI NASCOSTO E’ MEGLIO PARLAR PIANO
tratto dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti

 Giuvan e Megliaro erano due amici che amavano la pesca, ma non avendo la licenza agivano di frodo.

Un bel giorno decisero di andare a pescare. Fecero un lauto bottino e la sera andarono dietro la mura del cimitero di Monastero per la spartizione.

Proprio quella sera passarono di lì due fidanzati e, benchè fossero immersi in tutt’altre cose, udirono delle voci che dicevano: “Ce li dividiamo a metà?” Spaventati, i due se la diedero a gambe.

Da quella sera in poi di notte non passò mai più nessuno per la strada del Monastero.  

Leggenda raccolta da Federica Costa classe 2° B Scuola Media di Bardi anno scolastico 1986-87.

 

 

 

CHOLERA MORBUS
tratto dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti  

         Cholera Morbus, un termine che oggi per noi non significa quasi più nulla, ma che per i nostri progenitori durante il XIX secolo fu causa di gravi lutti.

         Dopo il vaiolo ed il tifo che colpirono l’Italia durante i primi decenni del 1800, fu la volta del colera che colpì la penisola all’inizio del 1835.

         La bella statua della Madonna Addolorata posta sull’altare della chiesa parrocchiale e costruita intorno al 1656, porta alla mano destra un anello riguardante proprio la tragica epidemia del 1867.

         Narra infatti la leggenda che, nonostante le prevenzioni possibili a quel tempo, l’epidemia lentamente dilagava anche nella zona di Bardi finché la gente ormai sfiduciata ed impaurita si rifugiò in chiesa in preghiera; all’Addolorata fu posto sulle spalle uno stupendo velo bianco finemente ricamato, e la statua fu portata in processione per le vie del paese. Alla fine della cerimonia mentre la statua portata da solide braccia stava per rientrare nella chiesa gremita, l’Addolorata perse il bel manto che, lentamente scivolò a terra.

          Da quel momento il morbo cessò; la Madonna aveva ascoltato le preghiere giunte sino a Lei da quei cuori impauriti.

         In quel periodo, nella chiesa di Monastero di Gravago, la popolazione del luogo pose una statua dell’Immacolata come ringraziamento per la cessazione del colera; il Conte Angelo Cassoli propose e sostenne con le sue offerte l’erezione di un campaniletto sull’angolo sinistro della facciata della “Madonnina delle Grazie”. Il campanile fu demolito nel 1894 quando iniziarono nuovi lavori di restauro.

Una seconda versione della leggenda vuole che la processione si sia svolta alla “ Madonnina delle Grazie” e non nella chiesa della Addolorata.

          Leggenda raccontata dalla Sig.ra Maria Salvanelli di Bardi.

 

 

 

I MIRACOLI DELLA DEVOTA DELLA COSTA
tratto dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti

        MARGHERITA Carlotti degli Antoniazzi, figlia della montagna bardigiana, nacque nel 1502 a Cantiga, frazione di Costa Geminiana, in una povera e rustica casetta. A Lei si deve la costruzione della chiesa dell’Annunciata e, accanto, la fondazione del convento di suore. La voce popolare le attribuì molti miracoli e fu venerata sia degli umili che dai potenti principi come Santa.

        Margherita ebbe tra il 1610 ed il 1620 il processo di beatificazione, i cui atti si conservano ancora in un volume dell’archivio parrocchiale di Costa Geminiana.

        Non è questo la sede per tracciarne la vita, ci soffermeremo solamente alle testimonianze di suoi miracoli che si traggono dal volume dell’archivio parrocchiale e dai vari testi narranti la sua biografia.

        Più di venti testimoni deposero ai processi di aver visto Margherita, molto spesso, in colloquio con la Vergine Maria che appariva a questa giovane fanciulla mentre pascolava le pecore del padrone a Sarizzuola.

        Dopo essersi rifugiata alla grotta della Rondinara, dove guarì a malapena dal flagello pestifero che aveva ucciso la madre (1524), Margherita prese l’abitudine di uscire dal suo eremitaggio per portarsi a pregare nelle chiese vicine o a visitare e confortare gli ammalati. La chiesa dove sovente si recava era quella parrocchiale di San Bartolomeo della Costa, nella quale era stata eretta una cappella in onore della Madonna. Sopra l’altare era posto un quadro della Vergine e di Gesù bambino.

        Un giorno, mentre era in preghiera davanti all’altare, pregando e piangendo sulla miseria e la morte portata dalla peste, ecco che ad un tratto l’effige della Madonna cominciò a versare dagli occhi copiose lacrime, quasi fosse viva e volesse partecipare al dolore della giovane.

        Naturalmente quella visione impressionò i presenti che gridarono al miracolo. Ancora dopo molti anni si potevano notare sul dipinto, impressi sul volto dell’immagine, i piccoli solchi lasciati dalle lacrime. Questo fatto guadagnò la devozione della popolazione verso quella immagine e Margherita conquistò maggiore stima e venerazione. Da quel giorno operò ovunque con gli appestati sorprendenti guarigioni. Tra i tanti guariti vi fu un certo Menino abitante a Monte Reggio, presso Cà dei Ghiretti.

        Finalmente la pestilenza che aveva imperversato per le valli si placò.

        Era ormai tempo che Margherita ritornasse tra la gente lasciando il suo eremo. A questo punto, la Madonna le ricomparve nuovamente pregandola di costruire una chiesa, in suo onore, sul Monte Lama. La Devota , di fronte alla prospettiva di questo gravoso e impegnativo compito, si sentì scoraggiata e chiese la grazia di poter costruire la chiesa non a Monte Lama ma alla Costa, nel suo paese nativo. La Vergine acconsentì e si accomiatò con consolanti ed incoraggianti parole.

        Uscita da Rondinara, inizialmente, trovò rifugio in uno scomodo tugurio da dove ogni mattina se ne partiva per cercare aiuto ed elemosine per il suo ardito progetto. Quando all’imbrunire tornava, trovava sempre preparato un soffice giaciglio di erbe e di foglie approntato dagli uccelli del bosco.

        La messa in atto del progetto non fu cosa facile e costò alla Devota caro prezzo e pesanti sacrifici. In un primo tempo addirittura il fratello Luchino la osteggiò e la calunniò, prima di redimersi e diventare il suo più valido aiuto.

        Ma se il fratello ora la seguiva, molti erano ancora gli increduli e gli scettici che si facevano beffe di Margherita e non esitavano a farla passare da pazza.

        Una domenica, mentre la Devota stava chiedendo aiuti per la Chiesa , fu coperta da insulti e derisioni da parte di un gruppo di male intenzionati. La giovane di fronte a questo nuovo affronto non si arrese cosi rispose ai giovani: “Voi dunque non prestate fede alle mie parole e me avete presa per una illusa. Bene Stà. Or che direte voi se io vi porrò in chiaro la verità della mia missione da dover vincere la stessa luce del sole? Mi presterete ascolto allora? M passiamo subito alle prove”.

        Senza proferire altro si incamminò con passo deciso verso la chiesa, prese due candele e si diresse alla volta di un laghetto chiamato Roggione che si stendeva in una conca nelle vicinanze di Costa.

        Seguita da una moltitudine di curiosi si fermò sulle rive del profondo specchio d’acqua. Accese le due candele e poi si volse verso la folla: “Ecco io mi metterò dentro questo lago, e se con l’aiuto del Signore mi verrà fatto di passare dall’altra sponda sott’acqua senza punto bagnarmi e senza che si spengano le candele, ciò vorrà essere segno che le cose dette da me intorno la chiesa non me le sono cavate io di mio capo, ma che le mi vennero ordinate dall’alto. Che se per lo contrario resterò vittima della mia temerità, farete di me quel conto che di una piazza”.

        La gente ammutolì quando vide Margherita, fattosi il segno della croce, entrare senza esitazione nel Roggione che la sommerse tra le sue acque scure.

        I minuti passarono lenti, ma poco dopo, con meraviglia generale, la giovane uscì dalla sponda opposta con le candele accese e gli abiti perfettamente asciutti.

        I presenti, vinto l’iniziale sbigottimento, scoppiarono in fragorosi applausi, e da quel giorno in poi, narrano i testimoni, nessuno più la considerò una pazza ed ognuno, secondo le proprie possibilità, contribuì alla costruzione della chiesa. Vicino a questa si volle edificare anche un Monastero.

        Le testimonianze che si traggono dai processi ci narrano di altri fatti straordinari legati alla Devota durante la Sua vita terrena.

        Il 21 Maggio 1533 avvenne la consacrazione della chiesa e l’apertura del Monastero dedicati entrambi all’Annunciata.

        Al termine di quella solenne funzione, Margherita si rinchiuse tra quelle mura.

“Parlava con San Rocco come noi col Sagrestano della Parrocchia”, riferivano le religiose che ben presto la raggiunsero in convento.

Come gia detto, i testi che deposero sotto giuramento ai suoi processi furono molti, spesso non oculari, ma alcune volte fu proprio il diretto protagonista che in prima persona, riferì quanto di umanamente inspiegabile gli fosse successo.

Il 21 Maggio 1565 la Devota morì, lasciando una indelebile impronta del proprio passaggio su questa terra.

 

 

LA FONTANA DEL DIAVOLO
tratto dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti

          Si narra che un tempo, un pastore, mentre pascolava le sue pecore, ebbe una sete tremenda. Girò a lungo sulla montagna, ma non trovò nulla. Allora, sfinito dalla fatica, si sedette su una roccia.

         Il pastore, appena seduto, senti battere forte dei colpi; si girò ma non vide nulla. Poco dopo sentì battere ancora allora disse: “ Chi batte?” Gli rispose una voce:“ Stringiamo un patto?”.

         Era il diavolo che parlava.

         Non si è mai saputo quale patto il pastore abbia stretto col diavolo, però, poco dopo, dietro di sé, egli vide una fontana “di acqua puzza”.  

Leggenda raccolta dai bambini della 3° B della Scuola Elementare di Bardi il 03-02-1988

 

 

LA LEGGENDA DI MONTE LAMA E PIETRA GEMELLA
tratto dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti

          Alle scarne notizie storiche sui castelli di Pietra Gemella e Monte Lama aggiungiamo una leggenda che già nel XII secolo veniva raccontata dai cantastorie e dagli abitanti delle zone vicine.

         Narra dunque la leggenda che il Signore di Monte Lama ed il Signore di Pietra Gemella fossero divisi, ormai da molto tempo, da una grande inimicizia.

         Il Conte di Monte Lama addirittura ordì una congiura per sterminare il rivale e la famiglia, in modo da estendere il suo dominio anche sulle terre di Pietra Gemella.

         In una notte scura di dicembre avanzò cautamente con le sue truppe verso la rocca nemica, appostando i suoi uomini in un punto invulnerabile che egli, fin da giovane, conosceva;

         Seguito da alcuni fidi avanzò verso una finestra della scala principale del Castello, per poter spiare le mosse del rivale e dare il segnale d’attacco convenuto;

         Dalla posizione in cui era vide il Conte di Pietra Gemella, la famiglia e la servitù inginocchiati intorno ad un gran camino.

         Tenendo l’orecchio udì i convenuti nella sala recitare il Rosario.

         Tutto era pronto per l’assalto; le lame dei corti pugnali scintillavano alla luna appena sorta.

         I bravi aspettavano l’ordine del loro padrone, ma egli restava muto, l’orecchio teso verso quelle preghiere.

         Le orazioni stavano terminando, il Signore di Monte Lama sguainò la spada quando, con sua grande sorpresa, sentì chiaramente il Conte aggiungere: “Ora preghiamo per il nostro nemico di Monte Lama, dal quale siamo ormai divisi da tempo. Voglia Iddio che l’antica amicizia ritorni fra di noi al più presto”.

         Queste parole scossero profondamente il nobile in agguato, il suo odio si sciolse come neve al sole. Lentamente abbassò la spada riponendola nel fodero.

Con brevi cenni ordinò ai suoi uomini di ripiegare in silenzio, riprendendo la strada di casa.

         Ai primi bagliori dell’alba, dopo aver passato una notte insonne, tormentato dal rimorso di ciò che stava per accadere, fece sellare il suo cavallo e discese verso Pietra Gemella.

         Bussò alla porta del castello e si gettò ai piedi del vecchio amico, al quale chiedendo perdono, confessò il suo criminale proposito.

         La vecchia amicizia fu cosi rinsaldata ed i rancori vennero dispersi per sempre.  

            Leggenda raccontata da Giacomo Quintavalla di Bardi.

 

 

L’ASSEDIO
tratto dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti

Dal Mastio, Goffredo il castellano della Rocca di Bardi, osservava in silenzio i fuochi degli assedianti che, ormai da 16 mesi, stringevano in una morsa spietata i difensori.

         In quel lungo periodo ogni attacco, sferrato giornalmente, era stato respinto ed i morti non si contavano più ne da una parte ne dall’altra.

         Le possenti mura della fortezza nonostante le catapulte, gli arieti, gli assalti con le torri in legno resistevano saldamente; era il morale dei difensori che aveva ormai ceduto in quelle ultime settimane. I pensieri correvano al secondo durissimo inverno che avrebbe, fra non molto, riportato il freddo e la neve, con le scorte di viveri quasi finite.

         Erano gli sguardi silenziosi dei suoi soldati, era il volto pallido dei bambini e delle donne che rattristavano Goffredo. La paura era una sensazione invisibile aleggiante sui difensori; non timore per la propria fine, ma per la strage che avrebbe coinvolto anche le loro famiglie in caso di resa.

         Il castellano scese le ripide scale in pietra del Mastio e, accompagnato dalle sentinelle, percorse i camminamenti di ronda. I fuochi del nemico illuminavano tenuamente le centinaia di tende dove riposavano altri militi nell’attesa di un’altra alba di battaglia.

         Vi era solo un motivo di consolazione per Goffredo; con il passare dei mesi aveva visto scomparire anche sul volto degli invasori quell’aria baldanzosa e sicura che li aveva contraddistinti nei primi mesi di lotta.

         Il nemico, giunto nei pressi di Bardi, aveva saccheggiato il paese distrutto i campi di grano tutt’intorno, trovando pochissimi viveri già da tempo trasportati nei granai, nei magazzini e nella ghiacciaia della rocca. Per la scarsità di cibo continui rifornimenti arrivavano al nemico dalla città lontana, con gravi problemi di trasporto.

Goffredo, prima di ritirarsi nel suo alloggio, fece un’ultima visita ai granai, dove rimanevano 3 sacchi di grano e alla stalla dove era ricoverata un’ultima vacca. “E’ la fine” pensò, mentre un’angoscia terribile, lo fece rabbrividire, non rimaneva che un ultimo tentativo, una assurda idea che già da diversi giorni lo stava tormentando, ma a questo punto non rimaneva altro da fare.

Alcuni soldati corsero a svegliare tutti gli ufficiali e sotto ufficiali convocandoli nel corpo di guardia della torre di Sud-Ovest dove Goffredo li stava aspettando per esporre il suo piano.

         L’alba della Domenica giunse carica di ansie, le trombe avvisarono i difensori dell’imminente assalto. Gran parte delle forze nemiche erano concentrate sotto gli spalti di Nord-Est dove si sperava di aprire più facilmente una breccia con l’aiuto di catapulte.

         I fanti erano già schierati aspettando l’ordine di attacco, quando dagli spalti si affacciò il castellano riccamente vestito con un abito nero da cerimonia. Egli, senza curarsi degli arceri che potevano colpirlo in ogni istante si issò sulle mura urlando verso il nemico queste parole:

“Vi Vedo pallidi e stanchi soldati! Come ogni giorno di festa noi banchettiamo, ed oggi abbiamo deciso di dividere con voi le nostre pietanze”.

         Goffredo alzò la mano destra, ed a quel segnale convenuto i suoi militi gettarono oltre le mura la vacca squartata e pronta allo spiedo.

         La carcassa dell’animale cadde con un tonfo sordo ai piedi dei soldati sbigottiti, dal ventre dell’animale uscì una cascatella di chicchi di grano.

         Tra le file degli assedianti vi fu un fremito di stupore nell’osservare quella carne, da tempo mancante dalle loro mense, e cosi facilmente gettata dal popolo bardigiano. L’animale fu portato verso le tende degli ufficiali superiori, nelle retrovie, mentre rauche grida, lanciate dai cavalieri, ordinavano alle truppe di ritirarsi verso l’accampamento.

         Fu una Domenica tristissima per i bardigiani assediati nella Rocca.

Goffredo rimase chiuso nei suoi alloggi; se il piano fosse fallito le colpe sarebbero cadute su di Lui.

Nella notte, dall’accampamento nemico, giunsero molte voci e si intravide tra i falò accesi un grande via vai di soldati indaffarati.

All’alba le assonnate sentinelle osservarono, prima incredule e poi con grande gioia, la lunga fila delle truppe nemiche che, convinte dell’impossibilità di conquistare la Rocca di Bardi, si ritirarono sconfitti verso la pianura.  

Leggenda raccontata dalla Signora Anna Ochi Menozzi e rielaborata dal curatore.

 

 

TUTTO PER DELL’ACQUA BENEDETTA
tratto dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti  

         Molti anni fa presso “Casa Grassa”, abitava una donna che aveva poteri demoniaci. Un giorno decise di fare visita alla signora Sterlini che aveva appena dato alla luce un bel bambino.

         Si avvicinò al bimbo e lo accarezzò malignamente sulla schiena. Da quel momento il bimbo incominciò ad accusare strani dolori. Piangeva ininterrottamente, non dormiva durante la notte e non toccava cibo.

         Il padre disperato corse dal parroco per avere consigli. Egli gli chiese una bottiglia d’acqua del pozzo ed avutala la benedì.

         Nell’acqua intravide la sagoma della strega, informò il signor Sterlini e lo invitò a correre a casa prima del tramonto a chiudere le porte e le finestre della sua abitazione per evitare che entrasse la strega, e gli disse di far bollire nell’acqua benedetta gli indumenti del bambino.

         Il poveretto eseguì gli ordini del parroco. Non appena i panni incominciarono a bollire, la strega bussò alla porta e il bambino cominciò a stare meglio.  

Leggenda raccolta da Bertocchi Elena classe 2° B Scuola Media di Bardi anno scolastico  1986-87.

 


La leggenda del lago di Varsi

tratto da: "la canzone del monte" di Francesco Zanetti"

 

Presso Varsi, ai piedi del monte Dosso, è un piccolo lago intorno al quale la fantasia popolare intreccia una strana leggenda.

Dove oggi s'inabissano le acque del lago, sorgeva un giorno un grande e ricco convento.

Quattro torri lanciavano al cielo la gloria e la voce delle campane rombanti e cento monaci empivano gli stalli del coro.

Ma la ricchezza non bene consigliava a carità quei monaci il cui cuore s'era fatto duro, contro il bisogno e il dolore dei miseri.

Un anno era stato povero di raccolti per la grandine che aveva distrutto le messi e la carestia batteva alla porta dei casolari e la fame tormentava le famiglie.

Era la veglia di natale, nel freddo cielo montano fumavano i camini del convento per la cena abbondante dei frati.

Una povera madre con due bambini da sfamare col suo lavoro, da poi che le era morto il marito, aveva ormai finito le sue piccole scorte e né pure un pugno di farina le restava nella madia deserta.

Che avrebbe dato quella sera ai suoi piccoli?

Scese presto al convento, sonò la campana alla porta, e tosto sudi un frusciare di vesti e un battere insieme di grane di rosario.

E la porta s'aprì.

Ma come essa, implorando, ebbe chiesto anche un tozzo di pane per i suoi bambini, la porta si richiuse inesorabilmente e senza pietà.

E tornando a casa affidò la sua causa al Signore.

Attendevano i piccoli figli il ritorno e le tesero le gracili manine, piccole bianche così come un fiore di giglio.

E accese il fuoco e al fuoco mise una pentola con entro dei ghiaiottoli dicendo ai bambini ch'erano fagioli e attesero che fossero cotti.

Sperava così la povera madre che il sonno sarebbe calato sugli occhi dei figli e ancora per una volta avrebbero illuso la loro fame.

S'addormentarono i bambini. E il Signore confortò il loro sogno con una dolce visione di paradiso sfamandoli in un giardino dagli alberi d'oro con pane fatto d'oro.

Appena l'Ave Maria sonava dalla torre della Chiesa ad annunciare la festa di Natale, che s'udì per la valle un gran rombo.

Parve che la montagna tremasse e la terra e la terra traballasse sui suoi cardini.

Una grande meraviglia videro i fedeli che si recavano alle Messe di Natale.

Là dove quattro torri del convento lanciavano al cielo la gloria e la voce delle campane rombanti, un grande lago immoto azzurreggiava d'acque profonde.

E nel profondo trasparivano velate di sogno e di mistero le torri e le mura del convento scomparso.

Ogni notte di Natale, ogni anno, quando l'Ave Maria suona dalla torre di Varsi, il lago s'increspa d'improvviso, e tra le canne sulle rive passano e s'intrecciano grandi voci di disperato lamento.

Questo, come un giorno, è il castigo che Dio ha dato ai monaci infedeli e senza pietà.

 

il portone dell lago.jpg (895498 byte)

il portone del lago

forse poteva essere la testimonianza di questa leggenda

ma è crollato una trentina d' anni fa

passeggiata al lago >>>>

 

 


La leggenda del Groppo della Rocca

tratto da : "sentieri e voci" lavoro di gruppo della scuola media di Varsi

 

In tempi remoti, nella nostra valle, tra il Ceno, il monte Dosso e il monte Barigazzo, c’era una bella collina, isolata in mezzo ai prati, fitta di alberi, di ogni erba e fiore.

Un mattino passò di là un fungaiolo che cercava porcini, da far seccare per l’inverno.

Improvvisamente si trovò davanti una faccia enorme e strana.

Capì che rea un diavolo dall’atteggiamento cortese ma falso.

Gli disse: “vuoi diventare ricco?”

E il fungaiolo: “eh magari”

“Se davvero lo vuoi, ti posso aiutare.

Sotto questa splendida collina c’è un tesoro enorme.

Sarà tutto tuo, ma dovrai cercarlo da solo e scavare, in continuazione, perché se entro la mezzanotte non lo avrai trovato, la collina sprofonderà nel fiume.”

Il funaiolo rimase incerto.

Sapeva chi aveva davanti, ma vedeva anche la sua vita fatta di sacrifici, di lavoro, di chilometri e chilometri per cercare funghi e frutti per l’inverno e per arrotondare la paga.

E sognava anche il bel castello con il caldo, i tappeti, i mobili e il cibo in gran quantità, che aveva visto una volta ad una festa dove era andato a servire.

Forse con quel tesoro avrebbe potuto anche lui avere tutto quello e anche essere generoso con i suoi compaesani, che certo lo avrebbero invidiato.

Alla fine disse: “va bene, accetto.”

Il diavolo, dopo una smorfia soddisfatta, sparì e l’uomo iniziò a scavare energicamente.  

Il sole diventò alto nel cielo per poi abbassarsi e l’uomo sudava e scavava, sempre più in profondità.

Ormai la buca era più alta di lui e ogni badilata sempre più pesante.

Il diavolo, agguato, accolse con piacere il primo buio, mentre l’uomo continuava a scavare, sfinito.

Mentre il destino si stava compiendo, sotto un pesante colpo di piccone sentì un rumore metallico.

Urlò, sguaitamente, e continuò a scavare con nuova forza anche con le mani, scoprendo sempre più monete che brillavano alla luce della luna ormai alta.

Dall’alto il demone lo chiamò e, beffardo, gli sussurrò: “è mezzanotte”.

L’uomo che aveva sollevato il suo viso sporco e stravolto, ma vittorioso, fece una smorfia e urlando: “ma ormai è mioooo….”

Nello stesso istante sprofondò nel Ceno con tutta la terra che ricopriva la dura roccia grigia, in mezzo a milioni di monete d’oro.

Rimase così, della splendida collina, la nuda roccia scura, visibile da ogni parte della valle, là in mezzo ai vasti pascoli.

Qualche tempo dopo un gregge di pecore andò a nutrirsi delle erbe e degli arbusti che avevano ripreso a crescere qua e là sullo spoglio Groppo.

Una di queste, risalendo faticosamente i grossi massi, fu attirata da una moneta luccicante e, curiosa, la ingoiò.

Da allora sulla fronte comparve un ciuffo dorato delle dimensioni e del colore della moneta ingoiata.

E così gli agnelli discendenti da quella imprevidente pecora, che passò il resto della sua vita solitaria, circondata dalla curiosità di tutti.

Se guardate il Groppo e vedete una pecora con un timbro dorato in fronte ricordatevi del fungaiolo del Groppo e imparate, con noi, a vivere in semplicità e letizia.  

 

veduta del Groppo della Rocca da Tosca

passeggiata al Groppo della Rocca>>>>>

 


La leggenda dell’orma del cavallo e della Madonna della Canala

tratto da : "sentieri e voci" lavoro di gruppo della scuola media di Varsi

 

Gli abitanti di Varsi avevano portato la statua della Madonna sul monte Dosso.

Infatti le fondamenta della vecchia cappellina esistono ancora sul monte, ma la Madonna non stava volentieri sulla cima e, secondo gli antichi racconti degli abitanti del paese, di notte scendeva a Varsi e sostava in quel luogo dove attualmente si trova il vecchio oratorio.

Una volta, mentre la Madonna si trovava sulla cima del Dosso, il diavolo volle sfidarla e le disse in tono ironico: “vediamo chi arriva per prima a Varsi, io a cavallo e tu a piedi”.

Il diavolo infatti aveva un bel cavallo nero, mentre la Madonna non possedeva alcun mezzo.

I due contendenti iniziarono a scendere dal monte.

Il diavolo subito superò la Madonna  cavalcando a gran velocità attraverso i –pianlon-.

Arrivò in una località, nei pressi del Rio Golotta, dove c’era una roccia; sembrava proprio che stesse per vincere la corsa e la scommessa ma, all’improvviso il cavallo s’impennò e scivolò sulla roccia viscida lasciandovi le impronte degli zoccoli.

Il diavolo cadde rovinosamente da cavallo e si ruppe la testa.

La Madonna pertanto vinse la corsa a piedi.

Ancora oggi si possono vedere le impronte del cavallo e le gocce di sangue sulla roccia dove il cavallo era caduto.

Quella località è chiamata “l’orma del cavallo”.

Nel luogo in cui sostò la Madonna quando arrivò a Varsi dopo la corsa, fu costruito un oratorio detto della “ Madonna della Canala”, presso il quale sorge una fontana di acqua fresca e limpida.  

 

la chiesa della canala.jpg (309076 byte)

la chiesetta della Madonna della Canala a Varsi 


La leggenda di Tosca ( Varsi )

tratto da : "sentieri e voci" lavoro di gruppo della scuola media di Varsi

 

Sul monte Barigazzo 

c’era un tesoro.  

Un giorno arrivò alla Tosca un uomo che veniva da molto lontano e che aveva con sé una bacchetta misteriosa che era in grado di individuare i tesori.

Egli, accompagnato da un vecchio abitante della zona, camminò a lungo per i folti boschi e, dopo una settimana di accurate ricerche, trovò il luogo dove si diceva che un’autentica città fosse stata sepolta da un monte franato rovinosamente.

Qui il forestiero batté tre volte la terra con la bacchetta prodigiosa e, all’improvviso apparve agli occhi stupiti dei due uomini una grande porta ferrata che si spalancò davanti loro.

Essi entrarono e si trovarono in una grande stanza, dove molti nani, dalla lunga barba e dai capelli bianchi, erano intenti a scrivere.

Tutt’intorno, vi era una gran quantità di oggetti e monete di rame.

Senza essere visti, passarono in un’altra stanza, nella quale c’era un’enorme abbondanza di oggetti, di monete e, d’argento.

Anche qui vi erano dei nani con la barba e con i capelli bianchi che scrivevano con grande attenzione.

I due non furono notati e passarono nella terza ed ultima stanza.

Questa conteneva tesori ancora più preziosi, oggetti e monete d’oro.

Vi erano nani simili ai precedenti, con la barba e con i capelli bianchi.

Ancora una volta i nani non videro i due estranei, e così l’uomo venuto dal mare lontano raccolse tutto l’oro che poteva portare, mentre il vecchio della Tosca prese solo una moneta.

Lo straniero gli disse: “perché non raccogli anche tu molto oro” ?

“perché verrò qui con i miei buoi ed i miei carri e caricherò tutto il tesoro che potrò” rispose l’ingordo.

L’abitante di Tosca chiese, allora, all’uomo del mare: “ti prego, tu ormai stai per partire e fare ritorno alla tua terra lontana con tutto l’oro che hai voluto, lascia a me la verga misteriosa, così che io possa tornare e individuare  facilmente il luogo del tesoro”.

Lo straniero lo accontentò dandogli l’oggetto magico, poi se ne andò.

L’uomo di Tosca, pensando alle favolose ricchezze che aveva visto, andò a prendere i suoi carri ed i buoi e con questi ritornò al luogo del tesoro.

Batté tre volte la terra, con gli occhi accecati dall’avidità, ma ecco che uscì dal monte un gigante spaventoso che lo colpì violentemente, facendolo precipitare nelle acque del torrente sottostante assieme ai suoi carri ed ai suoi buoi.

La voce del gigante, forte e terribile come un tuono, si udì nella valle “o uomo stolto, rispetta le cose misteriose che sono più forti di te e sono avvolte dalla leggenda”.

Dopo quattordici giorni l’abitante della Tosca era morto, i suoi buoi sepolti, e i carri arrugginiti abbandonati a pezzi nel bosco.  

 


La leggenda del lago buono

tratto da : "sentieri e voci" lavoro di gruppo della scuola media di Varsi

 

I contadini avevano già mietuto il grano; le stoppie, riarse dal sole di luglio, sembravano aggiungere caldo.

Il lungo meriggio, appesantito dal finire pigro e monotono delle cicale, diventava sempre più afoso.

Il bestiame soffriva in modo particolare e più non si adattava al chiuso delle stalle: mandrie e greggi furono avviate, libere ai pascoli alti, verso la Tagliata.

Anche qui erbe secche, fogliame appassito e di acqua, solo qualche rigagnolo sparso.

I poveri animali pativano la sete.

Ai villaggi di San Pietro, Tiedoli, Caffaraccia, Trasogna, San Martino giungevano echi tristi: nitriti, muggiti lunghi, belati spenti, anelanti all’acqua sorgente.

Intanto la canicola perdurava e nessuna nube si decideva a percorrere il cielo.

La fede limpida dei contadini chiedeva a Dio il dono della pioggia e faceva tridui di preghiera.

Finché un giorno, improvviso e spaventoso, il tuono annunciò temporale e tempesta.

La pioggia, tanta attesa, veniva ora troppo abbondante e qua e là rovinosa.

Istintivamente gli animali in alpeggio si portarono tutti in una radura dove la prateria formava una piccola conca, e, al ritmo della pioggia che finalmente rinfrescava il loro corpo, iniziarono a saltellare festosi e lieti: che fosse la loro una danza di gratitudine verso il cielo?

Può darsi di si: le creature semplici e spontanee trovarono sempre il modo giusto per dire il loro “grazie”.

Piovve ininterrottamente per molte ore e gli animali continuarono a saltare, correre e far sentire ai villaggi vicini, ciascuno il proprio verso, sereno questa volta!

A sera alcuni uomini di San Pietro e di Tiedoli, accompagnati dai loro ragazzi, andarono a vedere le bestie; con un tempaccio simile poteva anche essere successo qualcosa di strano…

Le cercarono di qua e di là, sotto i possibili ripari.

Le ritrovarono, infine, disposte insieme in cerchio, beate, intente ad abbeverarsi a….un lago che era nato e cresciuto, buono, ai loro piedi.

Da quel giorno nella conca si formò un lago chiamato “Buono” per aver salvato gli animali assetati e i cavalli che ancora pascolano nelle praterie circostanti e a certe ore del giorno raggiungono l’acqua del lago.

A San Pietro tuttora, in piena estate, a ricordo di quel miracoloso avvenimento, si prega la “Madonna della tempesta” che protegga uomini e animali dalla siccità e dai rovinosi temporali estivi.

 


LA LEGGENDA DEI DUE FIUMI FRATELLI

UN GIORNO LONTANO, IN UNA BREVE CONCA DI PIETRA NASCOSTA TRA LE FALDE DEL MONTE PENNA, NACQUERO, L'UNO VICINO ALL'ALTRO, DUE FIUMI: IL CENO ED IL TARO.
QUANDO LA FONTE CHE LE LORO ACQUE FORMAVA FU COLMA, DECISERO DI LASCIARSI E DI SCENDERE VERSO LA PIANURA CHE SI APRIVA DINNANZI ALLA LORO VISTA PERCORRENDO STRADE DIVERSE CON PROMESSA RECIPROCA DECISERO DI RITROVARSI A FORNOVO FORMANDO UN UNICO CORSO D'ACQUA CHE AVREBBE PRESO IL NOME DEL FIUME ARRIVATO PER PRIMO AL LUOGO DELL'APPUNTAMENTO.

DA FORNOVO L'UNICO FIUME AVREBBE PROSEGUITO PER LA PIANURA SINO A RAGGIUNGERE IL PO.
PARLARONO TUTTO IL GIORNO E QUANDO IL BUIO FU COMPLETO DECISERO DI DORMIRE IN ATTESA DEL SORGERE DELLA LUNA.
IL CENO SI ADDORMENTO' MENTRE IL TARO FINSE DI APPISOLARSI; QUANDO VIDE CHE IL CENO DORMIVA PROFONDAMENTE, RACCOLSE TUTTE LE FORZE DELLE SUE ACQUE E SENZA RUMORE SI GETTO' GIU' PER IL MONTE.
DOPO ALCUNE ORE , AL SORGERE DELLA LUNA, IL CENO SI SVEGLIO' E CAPI' L'INGANNO SUBITO.
AMAREGGIATO E DELUSO IL FIUME INIZIO' LA CORSA CERCANDO DI RAGGIUNGERE L'INFEDELE FRATELLO, MA TUTTI I SUOI SFORZI FURONO VANI, E A NULLA VALSERO GLI AIUTI DEI TORRENTI LECCA, TONCINA, NOVEGLIA, SUOI AFFLUENTI.
QUANDO ALL'ALBA IL CENO GIUNSE A FORNOVO VIDE IL TARO CHE GIA' NE LAMBIVA DA TEMPO LE CASE CONTINUANDO LA SUA VELOCE CORSA NEL PO.

 

 

 


La leggenda di Moroello e Soleste

dal sito www.disprorosso.com

Soleste
, la giovane figlia del castellano freme per Moroello comandante delle truppe, ma il padre l'ha promessa in sposa ad un feudatario vicino. Un matrimonio che porterà nuove terre ed una solida alleanza. Solo la balia aiuta Soleste e Moroello e si prodiga affinche i due ragazzi possano incontrarsi e stare insieme. Purtroppo la malasorte sta per accanirsi contro i due giovani amanti.

Moroello deve difendere i confini dello Stato e parte con i suoi soldati. Ogni giorno Soleste sale sul mastio della fortezza ove è possibile spaziare con lo sguardo sulle due vallate e spiare il ritorno di Moroello. Dopo lunghe settimane di attesa finalmente vede avvicinarsi uomini a cavallo, ma sono troppo lontani per poter distinguere i colori e gli stemmi. Solo quando i cavalieri arrivano alla confluenza fra i torrenti Ceno e Noveglia, Soleste nota che i colori non sono quelli dei Landi. Questo significa che Moroello è stato sconfitto! Soleste si uccide gettandosi dal mastio.

In realtà Moroello ha vinto la sua battaglia. Indossa i colori del nemico battuto come ultimo spregio. E' la balia a dare la triste notizia del suicidio a Moroello ed assistere all'urlo straziante mentre egli si getta dagli spalti della Piazza d'armi.

La base del mastio, da anni è soggetta a studi e ricerche notturne con sofisticate apparecchiature elettroniche da parte di ricercatori italiani e stranieri. Il fantasma di Moroello, nell'arco dei secoli, è infatti apparso vicino al mastio a volte accompagnato da una sommessa e triste musica.

 

 

Negli ultimi anni, però, gli "avvistamenti" si sono fatti più frequenti anche da parte dei visitatori e dei ricercatori del Dipartimento di Ricerca del Centro Studi Parapsicologici di Bologna. I quali ultimi sono addirittura riusciti a fotografare il fantasma di Moroello, con una termocamera sofisticatissima, e hanno realizzato nel castello una mostra su questa presenza.

 

 


La leggenda del mulino di Pereti

tratto dal sito di  boreonline

Una delle più belle leggende sui mulini dell nostra vallata è la storia degli spiriti di Pereti.

C'era una volta una donna di Pereti che, come tante altre, andava a macinare il grano all'antico mulino di Miclòt.

Un giorno la donna si attardò al mulino e quando risalì il sentiero per tornare a casa era quasi sera. 
Arrivata ad una piccola radura del bosco detta "in Vall" dove "ci si sentiva" trovò un gruppo di gente che danzava.

La donna fu attratta in maniera irresistibile dai canti e dalle musiche e si fermò a lungo con quegli strani personaggi, malgrado uno di questi le raccomandasse di tornare a casa.

Quando i balli e i canti cessarono, le fu messa in mano una candela per trovare la strada di casa.

Arrivata a casa, la donna ripose la farina nella madia e la candela nella credenza.

Miracolosamente da allora la farina non si esaurì mai.
Allora si ricordò di un altro ammonimento degli stessi personaggi che ballavano nel bosco.

Pensò di consultarsi con persone autorevoli e con il prete e costoro, molto turbati dal racconto, le dissero di riportare laggiù qualsiasi oggetto strano le fosse stato dato in quella occasione.

La donna tornò a casa e quando cercò nella credenza, al posto della candela trovò il braccio di un morto.

Terrorizzata quella sera stessa corse alla radura del bosco per riportare quel macabro oggetto.

Di nuovo trovò quella gente che cantava e ballava, ma questa volta anche se tentata, non si fermò con loro e corse subito, con sollievo, verso casa.

 

 


CHI ERA CHE FACEVA LE TRECCE AI CAVALLI?

NEI PAESI DELLA NOSTRA VALLE, SECOLI ORSONO, CAPITAVA DI ASSISTERE AD UNO STRANO FENOMENO: I CONTADINI LA SERA RINCHIUDEVANO NELLE STALLE I LORO CAVALLI DA TIRO, AL MATTINO LI TROVAVANO CON LUNGHE TRECCE. QUESTO MISFATTO ACCADEVA DURANTE LA NOTTE , MENTRE TUTTI DORMIVANO, PER OPERA DEI FOLLETTI.

COSTORO ERANO ESSERI DISPETTOSI, MISTERIOSI E FURBI PERCHE' NON SI FACEVANO MAI VEDERE DAGLI UOMINI. I POVERI CONTADINI NON SAPEVANO CHI INCOLPARE; AD ESSI NON RESTAVA ALTRO DA FARE CHE SCIOGLIERE LE TRECCE AI LORO CAVALLI, MA IL FATTO SI RIPETEVA PIU' VOLTE E TALVOLTA ACCADEVA DI PEGGIO; I FOLLETTI NON TROVANDO PIU' LE TRECCE BASTONAVANO I CAVALLI. LE POVERE BESTIE AL MATTINO ERANO COSI' STANCHE CHE NON POTEVANO REGGERSI IN PIEDI E QUINDI NON POTEVANO SVOLGERE IL LORO LAVORO. I CONTADINI DISPERATI SI RIVOLSERO AL PRETE PER CHIEDERGLI AIUTO. IL PRETE CONSIGLIO' LORO LA BENEDIZIONE DELLA STALLA.
I FOLLETTI, AVENDO TERRORE DELL'ACQUA SANTA,NON SI AVVICINARONO PIU' AI CAVALLI.

 

 


  LA LEGGENDA DI  PIETRA CORVA

SI RACCONTAVA, DURANTE LA VEGLIA DEL "FILOSS" NELLE CASE O NELLE STALLE DEI VICINI, CHE UNA BELLISSIMA FANCIULLA, FIGLIA DI UN CONTE CHE ABITAVA IL CASTELLO DI ROCCALANZONA,  SI FOSSE INNAMORATA DI UN GIOVANOTTO DI GALLICCHIANO(LOCALITA' POCO DISTANTE DAL CASTELLO DI RIVIANO) CHE PORTAVA A
PASCOLARE LE PECORE VICINO A PIETRA CORVA.
PER QUEI TEMPI NON ERA ASSOLUTAMENTE PERMESSO CHE UN PASTORELLO ALZASSE GLI OCCHI SU UNA FANCIULLA NOBILE E BELLA, TANTO PIU' CHE ESSA APPARTENEVA AL CASATO DEI ROSSI DI SAN SECONDO, ETERNI NEMICI DEI POTENTI PALLAVICINO, FEUDATARI DI VARANO E DI RIVIANO, CUI APPARTENEVA GALLICCHIANO.
NARRA LA LEGGENDA CHE ESSI SI SIANO GETTATI, UNITI, GIU' DALL'ALTISSIMA RUPE DI PIETRA CORVA PER SOTTRARSI AGLI ODI DOMESTICI E ALLA FEUDALE PREPOTENZA DI CHI LI VOLEVA DISGIUNTI E CHE, NELLE CALDE NOTTI D'ESTATE QUANDO LA LUNA E' PIENA ED HA L'ALONE INTORNO, SI VEDONO ALEGGIARE NEL CIELO DUE BIANCHI VELI CHE, DOPO ESSERSI POSATI DOLCEMENTE SU PIETRA CORVA, QUASI AD ABBRACCIARLA, SPARISCONO NEL NULLA, SCIVOLANDO INSIEME DIETRO LA NERA RUPE.

 

 


FILASTROCCHE
tratto dal libro "Leggende Bardigiane" curato da Beppe Conti

Din don batilan
sette donne in son balcon:
ionna a chisa, l'atra a taia,
l'atra a fà on capel de paia,
l'atra a zoga a la bataia,
a la bataia de San Grigro,
mena a scora i so fiò piccinen
cumme i me fioren

 


Din don batilio
sette donne sul balcone:
una cuce, l'altra taglia,
l'altra fa il cappello di paglia,
l'altra gioca alla battaglia,
alla battaglia di San Gregorio,
porta a scuola i suoi figli piccolini
come i miei bambini


Chi, ne voeu pioveu
gnente se moueve
l'erba a secca
a vacca a deventa una stecca
a merga e a patata
a vigna e a tumata
u suchein e l'urtaia
tuttu u deventa paia.
E invece de continuà
a sgusignà
saresse meiu che vegnisse un
bel tempurà.
Parole, parole, parole se senta vurà
ma forsi, intantu in coeu
scumensa a pioeuve.
Quando non vuol piovere
niente si muove:
l'erba secca
la mucca dimagrisce
la melica e le patate
le vigne e i pomodori
lo zucchino e le verdure
diventano tutta paglia.
Poco è ciò che si può fare.
Poco è ciò che si può fare.
Invece di continuare a piovigginare
sarebbe meglio che venisse il temporale.
Parole, parole, parole si sentono volare.
Ma forse intanto oggi inizia a piovere.

 


PROVERBI

UN TEMPO I NOSTRI NONNI UTILIZZAVANO I PROVERBI PER ENFATIZZARE SU MOLTI ARGOMENTI, ERANO LEGATI AL TEMPO ATMOSFERICO, SULL'OSSERVAZIONE DEI COMPORTAMENTI UMANI.

 

ARIA RUSA, O C'A PIOVA O C'A BUFA 

PETLENGA,PETLENGA, CHI G'NA MIGA FA SENSA ( CI INSEGNA A FARCI BASTARE QUELLO CHE ABBIAMO, COME FACEVANO I NOSTRI NONNI CHE         POSSEDEVANO           MENO COSE DI NOI)

IN AVRIL TUT I DI' UN BARIL( ci dice che in aprile dobbiamo sempre aspettarci il peggio)

QUAND AL DUSS AL S'METTA LA BRETA , PAR NIENT AL S'META( ANCHE QUESTO PROVERBIO CI AVVERTE DEL TEMPO CHE FARA'. DICE, INFATTI         CHE, SE IL DOSSO E' RICOPERTO DI NUVOLE,IL TEMPO PEGGIORERA').

MIGA DIR GAT S'AN TE GLE' IN TAL SAC (VUOL DIRE CHE SE NON HAI ANCORA OTTENUTO UNA

        COSA NON DEVI VANTARTI DI AVERLA AVUTA, PERCHE' POTREBBE ACCADERE DI NON OTTENERLA MAI.)

PAR SAN SIMON AL VEN IN TI BUTTIGLION

SE CANTA LA GALEN'A AL GAL AL TESA

 

 


La canzone del "cantamaggio"
  

La festa del cantamaggio ha origini molto antiche
Il primo maggio diverse persone si radunano all'alba e cominciano a girare casa per casa cantando vecchie canzoni popolari, il padrone di casa li ospita donando loro vino uova e altro.
L'essere visitati è sempre stato ritenuto un segno di buon auspicio.

A voi padroni di casa, vi siam venuti a dire
che l'è arrivato maggio, se n'è partito aprile
capo di primavera.
Se non volete credere che maggio sia arrivato
affacciatevi al balcone vedrete ben fiorito
l'è maggio garantito.
Il mese di maggio è il mese di Maria 
sù e sù cantiamo in compagnia.
Trecento costiole (crinali) abbiamo attraversato
trecento ragazzine abbiamo salutato.
Dateci delle uova massere (massaie)
dateci le uova della gallina bianca e se vurei che canta.
Vardei in te la vostra canteina, che ghè una grossa teina, denene in fiaschetto, che ghe semo in sette o in otto.
In pace vi troviamo e in pace vi lasciamo
arrivederci a un altr'anno.

 

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