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L’impresa araldica della sala Grimaldi[1]

 

di Maurizo Ulino

 

Il 18 giugno dello scorso anno in occasione della visita ufficiale a Campagna di S.A.S. il Principe Alberto Grimaldi, Principe ereditario di Monaco, conclusi la relazione storica affermando: “… Tra i tanti documenti da me consultati che credo daranno un nuovo contributo alla storia dei Grimaldi, menzionerò solo l’atto di Fideiussio de Parendo Sindacatui col quale il governatore generale del marchesato di Campagna, mons. Onorato Grimaldi, concesse alcune nomine di capitano e di assessore nella curia marchesale in nome e per conto di Onorato II Principe di Monaco e di Valditaro e Marchese di Campagna[2]. E’ questo il documento di cui avevo parlato al prof. Saviano, con il quale si può forse riscoprire una corona dimenticata dai Grimaldi di Monaco, che potrebbe riaprire vicende storiche intrise di guerre, concordati, alleanze e intrighi familiari”[3].

Con queste indicazioni a distanza di un anno il prof. Leonardo Saviano ha ritrovato la corona di Valditaro nel castello di Bardi,

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 nella Sala Grimaldi, dove sono rappresentate le virtù cavalleresche di Ercole I Grimaldi, Signore di Monaco, sposo di Maria figlia di Claudio Landi Principe di Valditaro, confermando un dato importante sconosciuto alla storia del Principato di Monaco.

Il dipinto rappresentato in questa sala, nella volta a padiglione, potrebbe essere stato realizzato tra il 1595, data del matrimonio, e il 1604, data dell’uccisione di Ercole I. Ma prima di parlare del titolo principesco assunto dai Grimaldi, è necessario svelare il contenuto della particolare pittura ornamentale barocca, che trae origine dalla nota grottesca e si sviluppa in impresa-araldica, collegabile alla letteratura epico-cavalleresca, un tipo di pittura ornamentale nata nella seconda metà del XVI secolo. Un gusto molto raffinato con scopi tutt’altro che decorativi, affatto semplice, praticamente ignorato dalla critica di storia dell’arte.

Bardi
Bardi
Bardi

Nel quadro, al centro della volta, nel mondo celeste, è rappresentato l’occhio circolare con l’arma dei Grimaldi a forma di iride, circondato dalle armi dei feudi distribuiti secondo l’ordine celeste che sulla Terra è assunto dai titoli goduti da Ercole I Signore Sovrano di Monaco, Marchese di Campagna (campana sormontata da corona), Conte di Canosa (partito: banda accompagnata, ordinata nel verso, da tre gigli nel capo e tre nella punta; dall’altra, una croce di Gerusalemme), Signore di Monteverde (tre colli all’italiana, quello di mezzo più alto con due rami piantati sulla sommità), di Terlizzi (torre torricellata di tre pezzi, quella di mezzo più alta sostenente un arcangelo e quelle ai fianchi due uccelli) e Ripacandida (un leone coronato), sormontato dall’arma dei Landi Principi di Valditaro.

Bardi
Bardi
Bardi

A chiudere il capo, sul tutto, è la corona radiata da sette punte visibili, sostenuta da due monaci voltati di profilo con lo sguardo verso l’interno e “uscenti” dalle armi laterali[4].

Anche le armi feudali sono tonde all’interno di cartigli colorati, a indicare che godono della luce diretta del “Signore”.

L’“emblema” di maggiore importanza tra essi è quello posto sul capo dell’arma dei Grimaldi, che assume in questo caso la funzione di impresa, perché rappresenta il maggiore dei traguardi raggiunti da Ercole I, nel momento in cui è convolato a nozze con Maria Landi.

Un significato a parte invece è assunto dall’arma posta sul bacino del monaco di destra, perché fuoriesce dagli schemi ordinati nell’ideogramma di origine. Vista la impossibilità di riconoscerne gli elementi, perché gravemente danneggiati, possiamo solo supporre ad un’aggiunta successiva, avvenuta con il nuovo titolo assunto da Onorato II e di cui si parlerà all’uopo con i cartigli rappresentati sulla base della volta.

La volta a padiglione è genialmente decorata, non solo per coprire il grosso spazio che rimane tra il quadro e i cartigli, ma per dimostrare il legame tra il divino (l’occhio araldico dell’arma costruita nel ruolo di cristallo che filtra la luce e la trasforma in “mille” colori) e l’umano, a rappresentare il trionfo dello Spirito sulle passioni mutate in Gloria. Fiori e foglie perciò sono così colorite perché godono dell’alta Grazia e della protezione divina attraverso l’intermediazione dei Grimaldi che si esprime sulla Terra con la magnanimità del comando cavalcato. L’energia che giunge ai cartigli è la virtù ispirata da Dio contenuta nelle rappresentazione fantastica della realtà delle immagini dei feudi, dove è esercitato il potere e il controllo della Giustizia.

I cartigli (pelli di animale alle quali sono state lasciate le estremità), simbolo dello strumento utilizzato dai “savi” e dai “dotti” come materiale scrittorio, sono qui usati con il colore “naturale” per descrivere i possedimenti dei Grimaldi.

Come l’intera struttura della volta, irrimediabilmente danneggiata sul lato Ovest, i nove cartigli visibili su tre pareti, dei dodici originariamente dipinti, presentano forti sfioramenti e corrosioni che, in qualche caso, rendono impossibile l’identificazione e la collocazione esatta dei luoghi rappresentati.

Il cartiglio più importante è rappresentato dall’arma che, ad uso di impresa lapidea, porta inciso il nome di HONORATUS, fiancheggiato dalle immagini della spianata di Monaco, vista a volo d’uccello, e le SALINE DI MONACO, come possedimenti importanti, affrontata dalla terna identificabile Monaco e Mentone raffigurate da insenature marine e sulla fascia costiera, e Roccabruna caratterizzata dall’inconfondibile torre che emerge dall’abitato.

La moltiplicazione delle vedute di Monaco rientrano sicuramente nell’orientamento assunto anche dai Landi nella rappresentazione del Principato di Valditaro. Dei feudi posseduti nel regno di Napoli, collocati ai fianchi, si riconosce MONTEVERDE CITA(sic) (ridipinta sulla scritta LA CITTA DI MONTE/ VERDE) per l’iscrizione e non per l’immagine sbiadita, mentre Campagna si riconoscerebbe per l’immagine del castello che sovrasta la città sottostante e non per l’iscrizione cancellata sul cartiglio.

Il cartiglio principale, con l’impresa di HONORATUS, è rappresentato da uno scudo sostenuto da due monaci, sormontata da una corona principesca composta da un cerchio di nove punte visibili, cinque gigliate alternate da quattro raggi, sovrastata da una lista col motto [DEO] IUVANTE[5]. Questo riquadro, come pure altre iscrizioni, presenta una forte manomissione volontaria che ha cancellato con pennellate scure la continuazione dell’iscrizione nello scudo. Ci si è portati a chiedere, perché? La sala, come abbiamo potuto osservare, fu progettata per Ercole I Grimaldi e Maria Landi; Onorato II, per poter celebrare se stesso, ha riutilizzato l’impianto pittorico, collocando nel quadro quell’arma sul punto più alto del nuovo titolo, al disopra del punto d’onore dell’arma di Campagna. a questo punto bisogna far ritorno a quel titolo ritrovato nell’atto del notaio di Campagna, in cui Onorato II è assunto come Principe di Monaco e di Valditaro, quando era ancora vivo lo zio Federico Landi Principe di Valditaro, particolare appellativo che fuor di dubbio si occulta sotto l’espunzione dell’impresa per volontà di chi si era sentito defraudato degli onori. Ciò non toglie l’ipotesi che le cancellature siano state apportate quando Onorato II scelse l’alleanza con la Francia , col Trattato di Péronne, perdendo il diritto di fregiarsi dei titoli raffigurati e pretesi in Italia, ancora dominata dagli spagnoli e dai quali sciolto tutti rapporti di soggezione. Verosimilmente, Federico Landi fece ricadere titoli e possedimenti all’unica figlia Polissena Maria, che si unì in matrimonio con Gian Andrea Doria Principe di Melfi, motivo per cui causò degli asti familiari che con certezza furono “cancellati”, senza però rinnegare i vincoli di sangue, come testimonia ancora oggi l’impresa araldica nella Sala Grimaldi[6].

A Campagna, dal XIV secolo, è vissuto tra le famiglie nobili, un ramo del casato dei Landi originari di Capua, perpetuando familiari distintisi nell’amministrazione civica con vari sindaci, nell’ambito religioso con rappresentanti nel capitolo cattedrale, in ambiente militare illustrato da distinti ufficiali di carriera. Usarono come arma: inquartato d’argento e di neo. Un’ultima spiegazione va data alla terminologia del dipinto, alla locuzione di impresa-araldica, perché rappresenta l’insieme dell’impresistica e dell’araldica, deve perciò essere studiata non separatamente, ma con un linguaggio appropriato.

Per quanto concerne l’impresistica, uno dei maggiori rappresentanti è Giulio Cesare Capaccio, nato a Campagna intorno al 1550, storico e letterato, conosciuto più in Francia che in Italia, storico e letterato, fondatore dell’Accademia degli Oziosi e segretario della città di Napoli, ambasciatore, precettore e bibliotecario dei Della Rovere duchi di Urbino, stimato da principi e porporati; è stato uno dei primi cultori, seguendo l’Alciati, a regolamentare in modo scientifico l’impresistica, pubblicando il trattato Delle Imprese nel 1592, diviso in tre libri e stampato a Napoli da Giacomo Carlino e Antonio Pace.

 

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[1] L’articolo è tratto dall’originale in: AA.VV.,  Segmenti, Segni e testimonianze del Marchesato di Bardi 1257-1682, Parma, 1998.

[2] Campagna, in provincia di Salerno, è situata alla falde di alti monti nel versante meridionale della catena dei Picentini, attraversata da fiumi, l’Atri che confluisce nel Tenza a mezzogiorno del centro antico, tributario del Sele in pianura. Feudo degli Orsini di Gravina dal 1437, nel 1528 era stata concessa da Carlo V Filiberto d’Orange, nel 1532 ai Grimaldi di Monaco, nel 1639 era stata messa in vendita dal Regio Fisco e venduta ai Pironti, che, col titolo di duchi, la ressero fino all’estinzione della feudalità. Le fortune della città erano legate all’elevazione di Campagna agli onori di città e alla sede universitaria di studi concessi da papa Leone X (1518) e all’innalzamento a sede vescovile per mano di Clemente VII (1525). Accanto alla sede vescovile sorsero e si svilupparono ben otto conventi e monasteri di diversi ordini (Francescani, Domenicani, Agostiniani, Benedettini, Paolotti); fu rinomato centro economico e culturale dove si impiantarono tipografie (1545) e vissero accademie letterarie. Il periodo feudale dei Grimaldi è perciò passato alla storia come il “secolo d’oro”.   

[3] Il 18 giugno 1997 S.A.S. il Principe Alberto di Monaco in occasione della visita a Napoli, accolto dalle autorità regionali della Campania e della Provincia di Salerno, concluse la giornata a Campagna, antica capitale dei feudi, posseduta col titolo di Marchesato dal 1532 al 1641. In realtà coronava una serie di incontri tra il Principato di Monaco e la città di Campagna, avviati nel 1991 dalla visita di S.E. René Novella ambasciatore in Italia e dal prof. Leonardo Saviano. In queste occasioni M. Ulino, allievo di Saviano, ha presentato la storia del connubio Grimaldi-Campagna relazionando anche sulle scoperte dell’affresco con l’arma di Ercole I Grimaldi, inquartato con l’aquila imperiale di maria Landi di Valditaro, presente sulla volta del palazzo dei Governatori, di una scala pubblica con i simboli delle losanghe e di fontane presenti nell’arredo urbano avvenuto sotto il governo di Onorato II. Per quanto concerne l’atto citato può essere consultato presso l’Archivio di Stato – Salerno, serie Protocolli Notarili, Campagna, not. Michele Angelo Rosa, busta n° 757, anno 1632, dicembre 11, cc. 388r – 389r.

[4] I feudi concessi a Onorato I Signore di Monaco da Carlo V il 23 luglio 1532 furono: Campagna e Monteverde in Campania, Canosa, Terlizzi e Castel Garagnone in Puglia e  Ripacandida in Basilicata. Tra le armi raffigurate negli affreschi sopra descritti manca quella di Castel Garagnone, perché era una giurisdizione territoriale di un feudo disabitato, oggi collocato tra i comuni di Poggiorsini e Altamura.   

[5] La parola riportata tra le parentesi quadre indica la parte mancante sulla lista dell’epigrafe, riconducibile al motto dei Grimaldi di Monaco.

[6] Mentre l’impresa del castello di Bardi deve intendersi come celebrativa dell’ambito familiare, quella di Campagna dipinta nella volta a botte all’ingresso del Palazzo dei Governatori (oggi è un’abitazione ad uso privato, in ristrutturazione dopo gli eventi del terremoto del 1980), deve intendersi nell’ambito semiprivato, con intenzione augurale di prosperità in ricchezza e abbondanza: arma feconda, sostenuta da “cariatidi”, dalle cui cornucopie si allunga il cordone ombelicale al quale sono legati infanti e giovani, mentre l’età matura è rappresentata come cimiero sulla corona dal monaco, collocato in segno di giustizia e di comando. La difficile ricostruzione effettuata, mostra chiaramente l’arma inquartata dei Grimaldi (d’argento, a quindici fusi di rosso, disposti 5, 5 e 5; ma in questo caso utilizzarono la variante: d’argento a trenta fusi di rosso, disposti 6, 6, 6, 6 e 6) e dell’Impero (d’oro, all’aquila di nero), che è da intendersi come imparentamento o alleanza con una Casa avente titolo imperiale, poiché, in realtà, non specifica l’arma dei Landi di Valditaro (inquartato: nel 1° e nel 4°, palato d’oro e d’azzurro, alla fascia d’argento attraversante sul tutto; nel 2° e nel 3°, fasciato increspato d’oro e d’azzurro), a volte usato con le varianti accollata all’aquila imperiale o con arma dell’impero posta in cuore.

 

 
 

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