L’impresa
araldica della sala Grimaldi
di Maurizo
Ulino
Il 18
giugno dello scorso anno in occasione della visita ufficiale a Campagna di
S.A.S. il Principe Alberto Grimaldi, Principe ereditario di Monaco,
conclusi la relazione storica affermando: “… Tra i tanti documenti da
me consultati che credo daranno un nuovo contributo alla storia dei
Grimaldi, menzionerò solo l’atto di Fideiussio
de Parendo Sindacatui col quale il governatore generale del marchesato
di Campagna, mons. Onorato Grimaldi, concesse alcune nomine di capitano e
di assessore nella curia marchesale in nome e per conto di Onorato
II Principe di Monaco e di Valditaro e Marchese di Campagna.
E’ questo il documento di cui avevo parlato al prof. Saviano, con il
quale si può forse riscoprire una corona dimenticata dai Grimaldi di
Monaco, che potrebbe riaprire vicende storiche intrise di guerre,
concordati, alleanze e intrighi familiari”.
Con
queste indicazioni a distanza di un anno il prof. Leonardo Saviano ha
ritrovato la corona di Valditaro nel castello di Bardi,
nella Sala
Grimaldi, dove sono rappresentate le virtù
cavalleresche di Ercole I Grimaldi, Signore di Monaco, sposo di Maria
figlia di Claudio Landi Principe di Valditaro, confermando un dato
importante sconosciuto alla storia del Principato di Monaco.
Il
dipinto rappresentato in questa sala, nella volta
a padiglione, potrebbe essere stato realizzato tra il 1595, data del
matrimonio, e il 1604, data dell’uccisione di Ercole I. Ma prima di
parlare del titolo principesco assunto dai Grimaldi, è necessario svelare
il contenuto della particolare pittura ornamentale barocca, che trae
origine dalla nota grottesca e si sviluppa in impresa-araldica,
collegabile alla letteratura epico-cavalleresca, un tipo di pittura
ornamentale nata nella seconda metà del XVI secolo. Un gusto molto
raffinato con scopi tutt’altro che decorativi, affatto semplice,
praticamente ignorato dalla critica di storia dell’arte.
Nel quadro,
al centro della volta, nel mondo
celeste, è rappresentato l’occhio
circolare con l’arma dei Grimaldi a forma di iride, circondato dalle
armi dei feudi distribuiti secondo l’ordine
celeste che sulla Terra è assunto dai titoli goduti da Ercole I
Signore Sovrano di Monaco, Marchese di Campagna (campana sormontata da
corona), Conte di Canosa (partito: banda accompagnata, ordinata nel verso,
da tre gigli nel capo e tre nella punta; dall’altra, una croce di
Gerusalemme), Signore di Monteverde (tre colli all’italiana, quello di
mezzo più alto con due rami piantati sulla sommità), di Terlizzi (torre
torricellata di tre pezzi, quella di mezzo più alta sostenente un
arcangelo e quelle ai fianchi due uccelli) e Ripacandida (un leone
coronato), sormontato dall’arma dei Landi Principi di Valditaro.
A
chiudere il capo, sul tutto, è la corona radiata da sette punte visibili,
sostenuta da due monaci voltati di profilo con lo sguardo verso
l’interno e “uscenti” dalle armi laterali.
Anche
le armi feudali sono tonde all’interno di cartigli colorati, a indicare
che godono della luce diretta del “Signore”.
L’“emblema”
di maggiore importanza tra essi è quello posto sul capo dell’arma dei
Grimaldi, che assume in questo caso la funzione di impresa, perché
rappresenta il maggiore dei traguardi raggiunti da Ercole I, nel momento
in cui è convolato a nozze con Maria Landi.
Un
significato a parte invece è assunto dall’arma posta sul bacino del
monaco di destra, perché fuoriesce dagli schemi ordinati
nell’ideogramma di origine. Vista la impossibilità di riconoscerne gli
elementi, perché gravemente danneggiati, possiamo solo supporre ad
un’aggiunta successiva, avvenuta con il nuovo titolo assunto da Onorato
II e di cui si parlerà all’uopo con i cartigli rappresentati sulla base
della volta.
La
volta a padiglione è genialmente decorata, non solo per coprire il grosso
spazio che rimane tra il quadro e i cartigli, ma per dimostrare il legame
tra il divino (l’occhio araldico dell’arma costruita nel ruolo di
cristallo che filtra la luce e la trasforma in “mille” colori) e
l’umano, a rappresentare il trionfo dello Spirito sulle passioni mutate
in Gloria. Fiori e foglie perciò sono così colorite perché godono
dell’alta Grazia e della protezione divina attraverso
l’intermediazione dei Grimaldi che si esprime sulla Terra con la
magnanimità del comando cavalcato. L’energia che giunge ai cartigli è
la virtù ispirata da Dio contenuta nelle rappresentazione fantastica
della realtà delle immagini dei feudi, dove è esercitato il potere e il
controllo della Giustizia.
I
cartigli (pelli di animale alle quali sono state lasciate le estremità),
simbolo dello strumento utilizzato dai “savi” e dai “dotti” come
materiale scrittorio, sono qui usati con il colore “naturale” per
descrivere i possedimenti dei Grimaldi.
Come
l’intera struttura della volta, irrimediabilmente danneggiata sul lato
Ovest, i nove cartigli visibili su tre pareti, dei dodici originariamente
dipinti, presentano forti sfioramenti e corrosioni che, in qualche caso,
rendono impossibile l’identificazione e la collocazione esatta dei
luoghi rappresentati.
Il
cartiglio più importante è rappresentato dall’arma che, ad uso di
impresa lapidea, porta inciso il
nome di HONORATUS, fiancheggiato dalle immagini della spianata di Monaco,
vista a volo d’uccello, e le SALINE DI MONACO, come possedimenti
importanti, affrontata dalla terna identificabile Monaco e Mentone
raffigurate da insenature marine e sulla fascia costiera, e Roccabruna
caratterizzata dall’inconfondibile torre che emerge dall’abitato.
La
moltiplicazione delle vedute di Monaco rientrano sicuramente
nell’orientamento assunto anche dai Landi nella rappresentazione del
Principato di Valditaro. Dei feudi posseduti nel regno di Napoli,
collocati ai fianchi, si riconosce MONTEVERDE CITA(sic) (ridipinta sulla
scritta
LA CITTA DI
MONTE/ VERDE) per l’iscrizione e non per l’immagine sbiadita, mentre
Campagna si riconoscerebbe per l’immagine del castello che sovrasta la
città sottostante e non per l’iscrizione cancellata sul cartiglio.
Il
cartiglio principale, con l’impresa di HONORATUS, è rappresentato da
uno scudo sostenuto da due monaci, sormontata da una corona principesca
composta da un cerchio di nove punte visibili, cinque gigliate alternate
da quattro raggi, sovrastata da una lista
col motto [DEO] IUVANTE.
Questo riquadro, come pure altre iscrizioni, presenta una forte
manomissione volontaria che ha cancellato con pennellate scure la
continuazione dell’iscrizione nello scudo. Ci si è portati a chiedere,
perché? La sala, come abbiamo potuto osservare, fu progettata per Ercole
I Grimaldi e Maria Landi; Onorato II, per poter celebrare se stesso, ha
riutilizzato l’impianto pittorico, collocando nel quadro quell’arma
sul punto più alto del nuovo titolo, al disopra del punto d’onore
dell’arma di Campagna. a questo punto bisogna far ritorno a quel titolo
ritrovato nell’atto del notaio di Campagna, in cui Onorato II è assunto
come Principe di Monaco e di Valditaro, quando era ancora vivo lo zio
Federico Landi Principe di Valditaro, particolare appellativo che fuor di
dubbio si occulta sotto l’espunzione dell’impresa per volontà di chi
si era sentito defraudato degli onori. Ciò non toglie l’ipotesi che le
cancellature siano state apportate quando Onorato II scelse l’alleanza
con
la Francia
, col Trattato di Péronne, perdendo il diritto di fregiarsi dei titoli
raffigurati e pretesi in Italia, ancora dominata dagli spagnoli e dai
quali sciolto tutti rapporti di soggezione. Verosimilmente, Federico Landi
fece ricadere titoli e possedimenti all’unica figlia Polissena Maria,
che si unì in matrimonio con Gian Andrea Doria Principe di Melfi, motivo
per cui causò degli asti familiari che con certezza furono
“cancellati”, senza però rinnegare i vincoli di sangue, come
testimonia ancora oggi l’impresa araldica nella Sala Grimaldi.