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POESIE DI BEPPE CONTI





PICCOLO EMIGRANTE D’APPENNINO

(Piazza di Friburgo 1910)

 

Balla l’orso su di una piazza lontana dal suo mondo,

goffi movimenti al suono di una triste musica.

 

Il padrone lancia un’occhiata cattiva

ed il piccolo emigrante impaurito si scuote

dal torpore del freddo che lo avvolge.

 

La testa china, la mano tesa

verso uno scarso pubblico che lo deride, lo insulta.

 

Poche monete cadono nell’incavo di quella mano bianca,

qualche spicciolo di carità da una donna

che non ha il coraggio  di accarezzare quel volto sporco.

 

Il padrone è infuriato

anche stasera, nella misera stalla, il piccolo uomo e l’orso

riceveranno una crosta di pane secco ed un’altra dose di bastonate.

 

Ma non è questo che lo fa soffrire,

è invece il ricordo dello sguardo di una madre che lo ha venduto

per sfamare i fratelli più piccoli,

è la disperata solitudine che ormai avvolge la sua vita,

è la nostalgia di una misera casa sperduta nel verde dell’Appennino.

 

Balla l’orso su di una piazza lontana dal suo cuore,

adesso la musica sembra ancora più triste.

Il piccolo emigrante alza gli occhi al cielo,

sta aspettando la pioggia per non piangere da solo.

 

 

 


PREGHIERA DI UN FIGLIO DEL XX SECOLO

 

Abbiamo perduto oh Signore,

abbiamo perduto noi figli del XX secolo,

alzando al cielo le nostre bandiere intrise d’odio e di sangue innocente,

mandando al massacro in battaglia milioni di fratelli.

 

Abbiamo perduto oh Signore,

voltando lo sguardo per non incrociare occhi intrisi di pianto,

i volti sconvolti di troppi uomini imprigionati dietro fili spinati,

o agonizzanti con un ago nelle vene nei vicoli bui di gelide città.

 

Abbiamo perduto oh Signore,

tappandoci le orecchie per non sentire l’urlo di madri sole,

soffocando le speranze dei giusti in nome di folli, sanguinarie ideologie,

per non ascoltare il grido di dolore di una terra avvelenata nel nome di un falso progresso.

 

Abbiamo perduto oh Signore,

spegnendo con la violenza il sorriso dei bambini, la loro gioia di vivere,

abbandonandoli nella miseria,

uccidendoli tra fame e stenti;

 

Abbiamo perduto oh Signore,

abbiamo perduto noi figli del XX secolo,

staccando dai muri il tuo crocifisso ed i simboli di ogni umana speranza,

alzando al cielo le nostre bandiere scosse solo da un vento di tragiche, disperate solitudini.  

10.02.05

 


UN UOMO NEL PARCO.

 

C’è un uomo sulla panchina del parco, sta piangendo,

nascondendo il suo volto tra le mani.

Ha perduto la speranza, non ha più sogni;

un attore stanco di recitare un finto copione nella vita, di fingere gioia

di offrire un arido amore che non può donare a nessuno,

di mostrare falsi, inutili sorrisi.

 

Quanti uomini ho visto sulle panchine dei parchi,

quanti pianti, quanti stanchi volti nascosti tra le mani.

Quanti uomini nelle affollate solitudini delle città

aspettano un raggio di sole mentre la vita sfuma in un residuo di nebbia.

 


RICORDI

 

Mi manca il sapore delle amarene,

e la fragranza del pane nostrano cotto nel forno a legna.

Mi manca il canto degli uccelli,

che preannunziava l’alba di una luminosa giornata di primavera.

Mi manca il folle volo delle rondini,

contro il tramonto di un rosso cielo estivo.

Mi manca il profumo dei campi

dopo lo sfalcio dell’erba, la luce sulle cime dei monti,

il sospiro dei boschi d’Appennino, il tiepido vento marino

e la dolce, malinconica pioggia del primo autunno.

Mi rimane solo il ricordo del sommesso, triste pianto di una donna sola,

in buie, gelide notti d’inverno,

ed una pallida foto appesa

ad un  vecchio muro scrostato.

 

01/2006

 

 

VECCHIA CONTADINA

(PREGHIERA DELLA SOLITUDINE)

 

 

Come sono sola mio Signore in questa notte d’estate.

Seduta sulla porta di casa, contro il buio che inghiotte il villaggio,

cadono le mie lacrime come le stelle nella notte di San Lorenzo.

 

Come sono sola mio Signore tra queste case abbandonate,

mentre osservo la luce dell’alba illuminare il rosso manto dell’Appennino

e lo scorrere della mia vita in un Autunno senza speranza.

 

Come sono sola oh Signore nei gelidi tramonti dell’inverno,

quando la neve ti entra nel cuore ed il sibilare del vento tra le vecchie finestre

mi ricorda il rantolo di un uomo che ha lasciato i polmoni in una miniera del Belgio,

per una cucina di formica ed uno scialle nuovo.

 

Come sono sola mio Signore nel ricordo di quel giorno di maggio

quando anche mio figlio è partito attraverso i verdi prati

rincorrendo un’altra vita, senza più voltarsi indietro.

 

Solo io rimango tra questi monti silenziosi, sull’aia deserta,

tra questi campi incolti, nel profondo di questi boschi

percorsi da cinghiali e da invisibili, intense  malinconie.

 

 


CHIARA MATTINA AD HIROSHIMA

 

La tua prigione non ha sbarre non ha catene, ma è dentro di te.

Chi è il carceriere? Sei tu o forse è il mondo che ti circonda con il suo odio.

Era una chiara mattina d’agosto ad Hiroshima ed i bambini smisero di giocare,

strinsero le mani dei nonni, delle madri

e guardarono scendere un paracadute verso il ponte Aioi;

non capirono, non potevano capire che l’uomo stava perdendo distruggendo la sua razza.

 

Che cosa è il mio dolore?

Cosa rimane del dolore di quelle anime bruciate?

Cosa rimane del rombo di un aereo, del calore e del boato di una bomba

che esplode sul punto zero?

Cosa rimane dello straziante rimorso di un colonnello pilota?

 

Solo cenere che s’innalza in un mostruoso fungo di fumo.

Solo cenere che, in un impetuoso vento rovente,

ricopre le ombre calde stampate sui muri della città.

Solo cenere in desolate ed allucinanti praterie in una valle color ruggine.

Solo cenere che ogni giorno ci spazzoliamo dalle nostre disperate coscienze.

 

 

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