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Torrenti
 
(1975)

Riflessioni di Roberto Bertolotti
fotografie di Flavio Nespi

       L’aspetto di un torrente cambia,
       secondo le stagioni.

 

 

 

In primavera è verde,
veloce, come un uomo nel pieno delle forze.

 

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       Da lontano vedete l’acqua muoversi e correre a valle.

       L’acqua è fredda, sana, e dove scorre bassa è limpida,
       per poi rovesciarsi nel verde opaco di una profonda pozza.

 

 

D’estate il torrente, quando non piove da tempo,
è immobile e l’acqua sembra sporca.

Il fondo è verde, coperto d’alghe.
Se ci mettete un piede, si intorbida subito.

 

 

       Nelle cascatelle e nelle correnti è cristallino
       e vi dà una sensazione di fresco.

 

 

Nei silenziosi pomeriggi d’agosto
il torrente vi trema sotto agli occhi, 
se lo guardate a lungo.

D’autunno tutto cambia.
In fondo alla Valle una striscia nera,
irregolare, che luccica qua e là.

Perfettamente immobile.

 

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       Non è vero che i torrenti d’autunno sono azzurri,
       almeno non il Torrente che dico io.
       Tutti sanno come sono i boschi d’autunno, 
       ma il torrente che avanza in fondo alla valle
       è nero mentre il ghiareto è bianco, abbagliante.

 

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E quando arriva la pioggia si abbatte a valle,
come i ragazzini all’uscita dalla scuola,
e scava sotto i piloni dei ponti scalzandoli pian piano
sino a mettere a nudo l’ultima gettata di cemento.

 

 

Le piste costruite sul suo greto le cancella in un attimo,
e con rabbia si riprende il suo spazio,
che aveva concesso all’uomo con benevola indifferenza.

 

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       Si ripulisce per quando verrà il sole e i suoi numerosi ruscelletti
       smetteranno di rovesciargli addosso acqua e terra.

       Quando nevica sul torrente è il silenzio che vi colpisce di più.

       L’acqua dà l’impressione di essere calda,
       e le falde di neve si sciolgono istantaneamente appena toccano la superficie.

 

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I pesci se ne stanno immobili sul fondo, e muovono appena le branchie.

In realtà non è il Torrente che si adatta alla stagione:
Torrente e stagione è tutt’uno.

Torrente, stagione, boschi, Valle è tutt’uno.

 

L’acqua incute sempre un certo timore o un senso di estraneo,
di misterioso.

Quando vedete un minuscolo rio che spacca in due una collina
e scende con il suo filo d’acqua tra un sasso e l’altro

 

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       potete chiedervi da dove nasce,
       dove può nascondersi la prima goccia che lo forma,
       che cosa nasconde lungo il suo percorso:
       due salamandre, minuscoli ragni d’acqua,
       voraci larve di libellule,
       oppure qualche lucido coleottero acquatico dominatore della sua pozza,
       o chissà che altro.

        

    

       Possiamo immaginarlo,
       ma probabilmente non lo sapremo mai.

       Spinti dalla curiosità risalite il rio per un certo tratto.
       Poi vi fermate, incerti, e ritornate indietro. 

       E’ bello risalire un torrente.

       Risalendo tutti i misteri si schiudono,
       si cammina a ritroso nel tempo verso la giovinezza e la nascita.

       E viene voglia di andare sempre più su,
       senza fermarsi,
       sino alla vera e semplice essenza
       delle cose che è nascosta nella prima delle gocce d’acqua
       che lo fanno nascere.

 

cascate-della-golotta

 

Discendendo si va verso l’ovvio,
verso l’arida ragione,
verso la vecchiaia che porta il torrente
a morire in un fiume o nel mare.

 

Un pantano, poche spanne d’acqua.

Quà e là ciuffi di canne ondeggiano appena.

 

 

        La mulattiera che vi arriva,
        in mezzo al prato si muta in due strisce di terra nuda,
        liscia e battuta, sale su un dosso appena accennato 
        e ridiscende più in basso nel bosco, in mezzo al fango.

 

 

I ranocchi saltano nell’acqua, spaventati.

Di fronte la collina che sale,
coperta di felci macchiate di giallo.

I fili d’erba, sotto l’acqua trasparente, sono immobili. 

 

lago-bino

 

        I cerchi dell’ultimo ranocchio sbiadiscono,
        tremolando, vicino all’altra riva.

        Ai bordi della strada i resti di un fuoco,
        con tre grosse pietre annerite disposte attorno. 

        Oppure un torrente carsico,
        che in una fessura buia di roccia come in una profonda
        vena della Terra scorre trenta metri più in basso.

 

lago-bino

 

Sul fondo si intuisce appena l’acqua,
impediti dalle sporgenze della roccia perfettamente levigata.

La strada da dove guardate giù è
pure incassata tra due pareti di roccia.

 

lago-bino

 

         Oppure un antico ponte in pietra a secco,
         con tre piccole arcate.

 

 

Le spallette sono basse, coperte di muschio,
e vi arrivano poco sopra le ginocchia.

Il torrente vi guarda dal basso mentre voi lo guardate.

 

 

 

Una processione di formiche indifferenti attraversa il ponte, 
supera la spalletta e  scompare al di sotto.  

Oppure altri posti ancora, non ha importanza.
Certi posti li ho sognati,
e nella loro rassicurante stranezza erano talmente belli  da mozzare il fiato.
Ricordi di orme di zoccoli
profondamente incise alla rinfusa nel fango secco della riva. 
Una schiusa serale di effimere
che volano come impazzite e ti si depositano addosso,
 sui vestiti, in faccia, sulle braccia,
quando seduto su un sasso il buio ti sorprende mentre cambi una mosca.
Mulattiere dimenticate e abbandonate che si dirigono chissà dove,
 chissà da quando, con il ciglio ricoperto di fragole selvatiche.

 

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        Una casa di sassi scuri,
        cadente e dimenticata da tempo,
        nel profondo di un cupo e solitario vallone boscoso
        disperso tra altre perse valli, 
        paziente come in attesa
        che l’antico abitante vi faccia ancora ritorno alla sera,
        dai campi.

 

 

Un merlo acquaiolo che risale leggero
per rifugiarsi nel nido sotto alla cascatella.

     La pioggia nel bosco e le gocce che si fanno strada lentamente tra rami e foglie.

    Un vecchio e solitario faggio che ha scelto la sua vita
sulla cima aperta di una montagna,
con i radi e sofferenti rami piegati dal vento come una bandiera
e le radici scoperte e contorte come la testa di una Gorgone, 
abbarbicate a rotti blocchi  di arenaria.

 

 

 

       La sagoma scura di un succiacapre
       che sfreccia nel crepuscolo a caccia di insetti.

 

Gli indiani Lakota dicono che niente vive a lungo, fuorché la Terra e le Colline.

Così la Valle rimane.   Non cambia.   Ma noi no.

 

 
 

 

 

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