Quercia
grande mozzata alla vita,
si
staccano sbilenche, come brani
di
pelle lebbrosa,
tegole
di corteccia
lasciando
intravedere il bianco livido dell’anima
di
morto legno.
Spesse
radici pietrificate, indurite,
incuneate
nella terra, inutili.
Rattrappite
e vuote vie di linfa,
innumerevoli
e minuscole, dove una volta
pompavano
con forza umori
sino
alla tua più alta foglia.
Solo
quando ti ho vista a terra
ho
preso interamente coscienza del tuo essere:
immensa
da sdraiata, come un gigante stanco,
mai
stata così maestosa come quando
sapevi
di morire.
Nella
tua breve e ultima estate d’agonia
hai
buttato quattro minuscoli rametti
con
poche foglioline d’un verde pallido:
il
tuo sforzo più penoso, dopo centinaia d’anni
di
facili e infinite verzure.
Ora
sei lì, tozza, memore, sostiene ciò che resta
del
tuo corpo dolente in un’apparenza di
vita
un
cavo d’acciaio.
Una
gazza chiassosa si posa sul tuo moncone
di
collo decapitato: riesci ancora
a
sentire le sue risa ?
Forse
eri stanca e pesavano i tuoi molti anni,
come
a volte agli umani.
Ma
ho sfiorato con la mano,
la
primavera successiva,
molti
piccoli virgulti che bucavano
timidi
la terra umida,
tutt’intorno
al tuo grembo ora avvizzito:
il
tuo ultimo generoso pensiero alla vita
prima
di morire.
(Ad
una amica quercia centenaria sradicata da una tromba d’aria il
27 maggio 1996)