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Le poesie di Luciano Rossi

 

 

La memoria del vero

 

Inevitabile perdersi

Nella quieta nebbia

Ove l’eco smemorata abita

Di voci lontane.

                  

Vorrei che tutto coprisse,

                   il mondo ineguale

                   e la città estenuata

                   che scolora e ingrigia

 

Solo la grotta dei monti

ancora serba la memoria del vero.

Ivi s’azzurra il ginepro

e la verdelucente bacca

s’impigra e s’acclima

 

                   Ivi il faggio incanutisce.

                   E le nevi verranno.

 

 

 

La strada

 

Verso sera,

i montanari videro,

lontane,

comparire le ruspe.

Un punto all'orizzonte,

ancora senza rumore.

 

I ginepri odoravano

e stormivano lievi

le querce fanciulle.

 

Ma quando

le ruspe aprirono la prima carie[1]

nella giogaia ormai nera di tramonto

mio padre disse: "Ci fanno la strada".

Solo allora le pernici volarono via,

i cani si accucciarono ai suoi piedi

e niente fu più come prima.

 

Mi strinsi bambino alle sue gambe

e lui guardò l'orizzonte anche per me, che non sapevo.

 

Qualcuno tornò dai campi

col suo carico d'erba.

Arava il tramonto con la falce

e scoteva la testa:

traverseranno il mio prato

disse

e non guardò nessuno passando.

Il suo sudore acre, rappreso al legno della cesta,

fu l'ultimo odore buono che sentii

prima che i camion scaricassero,

percotendo pesanti la mulattiera,

le loro rancide ferramenta ostili.

 

Le vecchie del villaggio

non uscirono di casa.

Sapevano che la loro pena non sarebbe mutata,

che la strada non le avrebbe portate in alcun luogo,

che l'oleandro sotto casa sarebbe morto di sete.

 

Morirono le vecchie

e morì l'oleandro.  

Ieri

è morto anche mio padre.  

La strada,

che la sua mano incerta

aveva tracciato sul catasto dei nostri campi più belli,

ha portato la sua bara

in un lontano loculo grigio

uguale a mille altri.

 

Da domani,

negli anni a venire,

un sole inutile

dalla scura carie dei monti

s'affaccerà ogni giorno sui vetri polverosi della sua casa,

traversando le persiane brecciate

ed abbattendosi sulle umide muffe indifferenti

delle mappe catastali.

 

 

 

 

Fra tutti io solo

 

Più di altri ho memoria.

Più di altri ho dolore.

Più di altri che non è partito.

 

La lontananza

e il desiderio

di te

non ha chi resta.

 

Fra tutti io solo

sento le tue voci lontane

che passano e dicono torna,

io solo ascolto gli odori

e i campanacci annuso

discendere a sera.


E bene mi fa questo dolore
come tenda leggera che si muove

sul sanguinar del cuore

stupito di bellezza

che sola ha ciò che è lontano.

 

Se nell’inclita città

chiudo i miei  occhi

sono ancora là  ... loro

       i miei monti

e anch’io

la linea amata dei colli

cupaverdelontana

azzurra talvolta di cielo

e di un mare mai visto.


e Pizzo d’Oca più d’ogni altro

quando ne l’onda di aghi

irsuta della Costa del Cerro

rimoto alle mie spalle

fuggiva nell’ora che dietro il monte scende

il sole.

 

Tornerò a vedervi s’avrò ancora sogno

se prima non m’ucciderà questo dolore

al petto.

 

Sul muretto che io solo so

voglio sedermi

a ricordare

per farmi ancora male

delle estati morenti a Casivecchio

quando già agli studi si tornava

e il dolore del padre
curvo al cadere del 12 settembre

per lo stradello piano camminava,

e qualche sasso era calciato via

o si  taceva.

 

Talora sparuta

una bionda tortora passava

sfuggita ai cacciatori

e l’aratro odo ancora

e la voce che lo guida;
tutti viviamo in un ritorno triste.

Il cane mi cercherà per settimane

e i monti

e gli ultimi giorni dell’estate.

 

 

E i suoi radi capelli nella sera

gli occhi che m’insegnano l’amore

e la tristezza

muti negli ultimi passi verso casa.

E  l’uscio s’apre

e già si chiude  

e così sia ...  

Fuori

 trema la luna

e la lanterna

di petrolio fioca

sul soffitto annerito

non sente i pensieri

tramutarsi in stelle.

 

 

Illic mea carpitur aetas

 

Non lasciarmi

       solo alla finestra

             che ai monti guarda

e delle stagioni regge

l’urto straniero

sempre più,

 

mentre il mio verso

       che insegue il suo senso

                   fuggitivo e cangiante percorre

       l’industriosa giornata

nell’ora sempre più tarda

 inutilmente.

 

 

Novembre

 

Groviglio di rami

Spogli

E dietro nebbia

 

Lontano, più nulla

 

Novembre

Nebbie voci pianure

Cacciatori lontani

Una promessa di neve

 

Una casa

Una finestra

Vetri con barbagli rossi

Una magra fiamma

 

Solo

Estraneo a tutto

Un sempreverde intirizzito

 

 

 

Segreti

 

Il domani ignorare ed aver vago l’oggi,

almeno questo chiedevo alla mia valle.

E il suo segreto tacque l’orizzonte

che imporpora mesta la mia sera.

 

E il vuoto mi appreser le colline

ed il silenzio che la fine appronta.

 

A Robert Frost

 

Porto le mucche a bere

Vieni anche tu?

Han pascolato tutto il giorno e son tornate

Riportando i campanacci serali.

 

Hanno trovato solo

Fronde

E cardi

Ed esauste foglie d’erba

 

Ora hanno sete.

Vieni anche tu?

 

 


[1] La “carie”, ancora oggi ben visibile, è l’incavo del Passo santa Donna sulla Bardi-Borgotaro

 

 

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