(frammento
antologico)
Quando
passava, era come un’ombra.
Una foglia che
stormiva.
Una seta mossa
dal vento.
Credo
di non sbagliare. Credo che, negli ultimi anni della sua vita, la soffice
andatura di mia nonna (sto parlando di quella paterna) avesse acquistato
una levità ancor maggiore di quella che la distingueva in gioventù. Era
sempre stata piccola e minuta, ma ora, a questo, s'aggiungeva qualcosa di
spirituale, che rendeva la sua presenza, e il suo passo, ancor più
leggeri e silenziosi. Le cose, le rasentava soltanto. Ma le rasentava
sempre. Quando ti sfiorava, pareva che ti passassero accanto solo le sue
gonne: nere, fruscianti, ordinate. E un’altra cosa, di lei, talvolta, mi
torna, intensa, alla memoria: gli odori, per me straordinari, della sua
casa e del suo giardino. In cucina prevaleva l’aroma di basilico, nella
dispensa il profumo caldo del pane; e, soprattutto, nella saletta da
pranzo, la presenza olfattiva della marmellata d’amarene. Tuttavia, di
quella casa, l’odore più singolare, e insolito, apparteneva alla stanza
dove i miei avevano ricavato la mia camera da letto. Entrandovi, era
impossibile non notare un leggero, ma chiarissimo, sentore di miele. Il
lento, e prolungato, viscoso gocciolare di quel nettare, dai lunghi sacchi
strizzati, appesi alle travi del soffitto, alle bacinelle di legno
d’acacia, posate sul pavimento, aveva impregnato di sé, a causa degli
schizzi e delle sbadataggini di molti anni, anche l’impiantito di
rovere. Così i lunghi assoni, che andavano da un muro all’altro della
stanza, avean dovuto trattenere, e poi liberare nell’aria, per molto
tempo, quella fragranza particolare.
Del
resto, in quella casa, il profumo di miele pervadeva un po’ tutto,
persino il giardino. Era lì,
infatti, che mia nonna teneva le api. Fuori, davanti a casa, una lunga
fila d’arnie costeggiava il confine dell’orto ed arrivava sino
all’angusto stradello, stretto fra due siepi e come incavato nella
terra, dove passavano a stento i buoi con il loro carico di fieno. Tanto
forzato e stretto era il passaggio, che lunghe striature d’erba secca
restavano continuamente impigliate negli arbusti di lavanda e nei filari
di mentuccia. Ricordo che c’era anche un’altra erba medicinale, i cui
sterpi costeggiavano la nostra proprietà. Quest’ultima aveva delle
foglie amarissime, che mia nonna masticava spesso, credo per dar vita al
suo stomaco inerte. “Medico”,
la chiamava la nonna.
Tutto
questo... odori, sapori, immagini, sono dispersi ormai nella memoria, ma
non dimenticati. Tanto che a volte basta una modesta associazione, un
gesto semplice e quieto, una vista, un suono, a richiamarli.
E non so bene cosa, quale configurazione, quali elementi, poterono
trarre il ricordo della nonna dai profondi gorghi della mia memoria,
quando, e sarebbe accaduto da lì a poche settimane, dopo gli avvenimenti
che sto per narrare, davanti alla casa di Sofia, mi sarebbero apparse per
la prima volta le siepi di mortella che facevano da cintura allo stretto e
lungo giardino; ma forse, all’irruzione dell’inconscio nei giardini
ordinati della mia consapevolezza, possono aver contribuito poi anche le
suppellettili e i mobili della sua cucina, di taglio molto rustico, o un
quadro, per me speciale, appeso sopra il tavolo.
L’atmosfera
del dipinto era rara.
Non potevo staccarmene. Lo guardavo
affascinato.
Mai
avevo visto un angolo di giardino, di casa colonica, così vicino alle
immagini del mio cuore, così bello e povero ad un tempo. Non erano viti o
glicini quelli che pendevano dai ferri ricurvi del berceau; erano piccole
e timide rose da siepe: tralci che, congiungendosi con quelle che le
raggiungevano dal basso, selvatiche, canine, aspre, coraggiose,
incorniciavano quasi tutte le cose del quadro, come dentro una specie di
ghirlanda. Cose incerte e
grezze, quei gradini ad esempio e il muretto, che, se non fosse stato
perché erano ingentiliti dalla pulizia evidente e dalle rose, avrebbero
certo dato l’impressione d’abbandono e aridità. E che dire di quel
buffo treppiede poi, che sotto la tovaglietta bianca reggeva un vaso di
fiori campestri? Tutto, tutto,
mi ricordava qualcosa: mani nodose e stanche che avessero sistemato con
amore e mestizia quell’angolo, ravvivato per altro con forza da un
riverbero di sole che tirava fuori tutto il giallo residuo del muro. Su un
tavolo, rotondo, i resti di una bevuta; ma non di vino generoso, ché nel
quadro si vedeva chiara l’estate, si sentiva il caldo del meriggio, si
udiva il crepitare degli insetti. No. Quei bicchieri dovevano aver
contenuto una bevanda dissetante, una menta, un’orzata. Appese al muro
poi, due gabbie. Le vite di quattro canarini. E, poggiato sul muricciolo,
un libro. Rilegato. Nera la copertina, mentre tra i fogli, orlati di rosso
come s’usava un tempo, usciva, come da un messale chiuso, un segnalibro,
una sottile fettuccia sbiadita dalla luce.
Tutto
sarebbe sembrato così semplicemente racchiuso e custodito, se da un
corridoio e una porta, aperta, non si fosse annunciato, intenso,
incontenibile, il dietro della casa. Tutto, da quel vano, annunziava una
luce chiara, che ti veniva incontro come una promessa. Un giardino, ricco
di vegetazione, suggeriva il migliore dei ritiri, quello fatto di letture
sonnolente e indisturbate.

[1]
Rossi, L., La scala di Shepard, Clinamen, Firenze 2007, pagg.
123-
124. L
'ambiente descritto dal frammento antologico appartiene alla casa di
Castagnola, Comune Stradella, Bardi