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Nonna Matilde [1]

di Luciano Rossi

 

 

 fotografia di Flavio Nespi (vecchietta ripresa a Campo)

 

 

 

 

 

 

(frammento antologico)  

Quando passava, era come un’ombra.                                                 
      Una foglia che stormiva.
      Una seta mossa dal vento.

Credo di non sbagliare. Credo che, negli ultimi anni della sua vita, la soffice andatura di mia nonna (sto parlando di quella paterna) avesse acquistato una levità ancor maggiore di quella che la distingueva in gioventù. Era sempre stata piccola e minuta, ma ora, a questo, s'aggiungeva qualcosa di spirituale, che rendeva la sua presenza, e il suo passo, ancor più leggeri e silenziosi. Le cose, le rasentava soltanto. Ma le rasentava sempre. Quando ti sfiorava, pareva che ti passassero accanto solo le sue gonne: nere, fruscianti, ordinate. E un’altra cosa, di lei, talvolta, mi torna, intensa, alla memoria: gli odori, per me straordinari, della sua casa e del suo giardino. In cucina prevaleva l’aroma di basilico, nella dispensa il profumo caldo del pane; e, soprattutto, nella saletta da pranzo, la presenza olfattiva della marmellata d’amarene. Tuttavia, di quella casa, l’odore più singolare, e insolito, apparteneva alla stanza dove i miei avevano ricavato la mia camera da letto. Entrandovi, era impossibile non notare un leggero, ma chiarissimo, sentore di miele. Il lento, e prolungato, viscoso gocciolare di quel nettare, dai lunghi sacchi strizzati, appesi alle travi del soffitto, alle bacinelle di legno d’acacia, posate sul pavimento, aveva impregnato di sé, a causa degli schizzi e delle sbadataggini di molti anni, anche l’impiantito di rovere. Così i lunghi assoni, che andavano da un muro all’altro della stanza, avean dovuto trattenere, e poi liberare nell’aria, per molto tempo, quella fragranza particolare.

Del resto, in quella casa, il profumo di miele pervadeva un po’ tutto, persino il giardino.  Era lì, infatti, che mia nonna teneva le api. Fuori, davanti a casa, una lunga fila d’arnie costeggiava il confine dell’orto ed arrivava sino all’angusto stradello, stretto fra due siepi e come incavato nella terra, dove passavano a stento i buoi con il loro carico di fieno. Tanto forzato e stretto era il passaggio, che lunghe striature d’erba secca restavano continuamente impigliate negli arbusti di lavanda e nei filari di mentuccia. Ricordo che c’era anche un’altra erba medicinale, i cui sterpi costeggiavano la nostra proprietà. Quest’ultima aveva delle foglie amarissime, che mia nonna masticava spesso, credo per dar vita al suo stomaco inerte.  “Medico”, la chiamava la nonna.

Tutto questo... odori, sapori, immagini, sono dispersi ormai nella memoria, ma non dimenticati. Tanto che a volte basta una modesta associazione, un gesto semplice e quieto, una vista, un suono, a richiamarli.  E non so bene cosa, quale configurazione, quali elementi, poterono trarre il ricordo della nonna dai profondi gorghi della mia memoria, quando, e sarebbe accaduto da lì a poche settimane, dopo gli avvenimenti che sto per narrare, davanti alla casa di Sofia, mi sarebbero apparse per la prima volta le siepi di mortella che facevano da cintura allo stretto e lungo giardino; ma forse, all’irruzione dell’inconscio nei giardini ordinati della mia consapevolezza, possono aver contribuito poi anche le suppellettili e i mobili della sua cucina, di taglio molto rustico, o un quadro, per me speciale, appeso sopra il tavolo.

L’atmosfera del dipinto era rara.
      Non potevo staccarmene. Lo guardavo affascinato.

Mai avevo visto un angolo di giardino, di casa colonica, così vicino alle immagini del mio cuore, così bello e povero ad un tempo. Non erano viti o glicini quelli che pendevano dai ferri ricurvi del berceau; erano piccole e timide rose da siepe: tralci che, congiungendosi con quelle che le raggiungevano dal basso, selvatiche, canine, aspre, coraggiose, incorniciavano quasi tutte le cose del quadro, come dentro una specie di ghirlanda.  Cose incerte e grezze, quei gradini ad esempio e il muretto, che, se non fosse stato perché erano ingentiliti dalla pulizia evidente e dalle rose, avrebbero certo dato l’impressione d’abbandono e aridità. E che dire di quel buffo treppiede poi, che sotto la tovaglietta bianca reggeva un vaso di fiori campestri? Tutto, tutto, mi ricordava qualcosa: mani nodose e stanche che avessero sistemato con amore e mestizia quell’angolo, ravvivato per altro con forza da un riverbero di sole che tirava fuori tutto il giallo residuo del muro. Su un tavolo, rotondo, i resti di una bevuta; ma non di vino generoso, ché nel quadro si vedeva chiara l’estate, si sentiva il caldo del meriggio, si udiva il crepitare degli insetti. No. Quei bicchieri dovevano aver contenuto una bevanda dissetante, una menta, un’orzata. Appese al muro poi, due gabbie. Le vite di quattro canarini. E, poggiato sul muricciolo, un libro. Rilegato. Nera la copertina, mentre tra i fogli, orlati di rosso come s’usava un tempo, usciva, come da un messale chiuso, un segnalibro, una sottile fettuccia sbiadita dalla luce.

Tutto sarebbe sembrato così semplicemente racchiuso e custodito, se da un corridoio e una porta, aperta, non si fosse annunciato, intenso, incontenibile, il dietro della casa. Tutto, da quel vano, annunziava una luce chiara, che ti veniva incontro come una promessa. Un giardino, ricco di vegetazione, suggeriva il migliore dei ritiri, quello fatto di letture sonnolente e indisturbate.


[1] Rossi, L., La scala di Shepard, Clinamen, Firenze 2007, pagg. 123- 124. L 'ambiente descritto dal frammento antologico appartiene alla casa di Castagnola, Comune Stradella, Bardi

 

 

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