|
| |
|
IL
CARDINALE ANTONIO SAMORE’ BARDIGANO BENEMERITO
( A
cura di Beppe Conti)
Pagine tratte dal testo di Nuovo L. – Il cardinale Antonio Samorè.
Sacerdote e diplomatico al servizio della chiesa e della pace – Sorriso
Francescano - 2005
|
Antonio Tullo
Giuseppe Samorè nacque a Bardi (allora Provincia di Piacenza e
tutt’ora Diocesi piacentina) il 4 dicembre 1905 da Gino
(1877-1956) e Giuseppina Basini (1880-1933); I suoi genitori si
erano sposati nel giugno 1901
ed avevano gia
una figliola Iolanda (1902-2000). II piccolo Tonino, come
abitualmente veniva chiamato in famiglia, venne battezzato il 16
dicembre,dal parroco Giuseppe Morini. II padre originario di
Brisighella, era stato
carabiniere. "Messo in congedo' 'Si stabilì a Bardi
e divenne
impiegato all'anagrafe. II Comune aveva la sua sede nel castello e
a noi fu assegnata un'abitazione tra quelle mura turrite:
io crebbi tra
i due grandi cortili e il panorama che dall' Appennino,
nell'ondeggiare dei colli verso il Taro".
La diligenza nel fare le cose, fu fin dall'infanzia, una nota
caratteristica della personalità di Antonio Samorè. La prima
maestra Rosa Maruffi "amica
della mamma" lo guidò nei primi studi,
Tonino ne ebbe sempre un grato ricordo e mantenne con lei
cordiali relazioni fino alla morte avvenuta nel 1958.
Il piccolo Tonino e la sorella Iolanda crebbero in un ambiente
sereno, ma sobrio ed essenziale,che ricorderà così: "La mia
fu un'infanzia austera. Il necessario non mancò mai il superfluo
neppure lo cercai.
Il 24 giugno 1915 ricevette
la Cresima
dal vescovo di Piacenza mons. Giovanni Maria Pellizzari(1851-1920).
Faceva parte dei chierichetti della parrocchia, svolgendo il suo
servizio in modo assiduo, puntuale e fedele. Così scriveva:
"All' età di nove o dieci anni fui invitato dal curato di
allora don Egidio Bottini, a far parte dei chierichetti".
Dopo qualche anno l'arciprete parroco mons. Egidio Piazza,
contento del buon servizio si rivolse a mamma Giuseppina e le
disse: "Signora, Tonino non potrebbe andare in Seminario? -
la mamma rispose - domandiamolo a lui".
Avvenne proprio così. Chi infatti chiedeva al futuro cardinale a
chi dovesse oltre al Signore, la propria vocazione, si sentiva
immancabilmente rispondere: "a mia mamma e
al mio parroco". Ricorderà, inoltre, che non sapeva che cosa
volesse dire andare in Seminario; me lo spiegarono; ci pensai e
risposi di si". Fu un si fedele e convinto.
Nell'ottobre 1916 Tonino entra nel Seminario di Piacenza, il
distacco dalla famiglia e dal paese fu doloroso, anche perche non
era stato assegnato al vicino Seminario di Bedonia, ma appunto
al Seminario Urbano di Piacenza. Passato il primo momento di
sofferenza si trovò bene e ci rimase volentieri.
Di questo periodo ricorderà con stima il direttore spirituale:
mons. Tarquinio Mosconie il rettore mons. Luigi Tammi e i
professori mons. Umberto Malchiodi
poi vescovo di Piacenza e' mons. Adelchi Albanese poi
vescovo di Viterbo.
Conclusi gli studi al Seminario urbano di Piacenza vinse il
concorso di ammissione e passò
come alunno del Collegio Alberoni, aperto nel 1751 dal cardinale
Giulio Alberoni e affidata ai Preti della Missione di san Vincenzo
de Paoli. Era il settembre del 1921, superiore del collegio era
padre Alcide Marina (1887-1950).L'ambiente era signorile,
culturalmente vivace, raccolto
e impegnativo. Ricordando quel periodo dirà:" Furono anni di
grande austerità, ma non mi pesarono non ne fui mai infastidito
neppure quando a sera venivamo chiusi a chiave nelle nostre
stanzette, nel lato più quieto dell'edificio con le finestre a
mezzogiorno, suI giardino".
Si deve all'intuizione di padre Marina se, in accordo con il
vescovo di Piacenza Ersilio Menzani (1872-1961), alcuni alunni
dell'Alberoni entrarono al servizio diretto dalla Santa Sede: i
cardinali Agostino Casaroli, Silvio Oddi, Opilio Rossi e Luigi
Poggi, e i vescovi Artemio Prati, Carlo Martini.
Il cardinale Samorè rimase sempre affezionatissimo al suo
Collegio, alla spiritualità e all' esempio di carità di san
Vincenzo de Paoli e non mancava di presenziare a feste e momenti
celebrativi.
Al Collegio Alberoni ricevette
"l'impronta indelebile, non solo
di una ordinaria cultura, ecclesiastica e generale... ma
soprattutto di una spiritualità che può ben essere definita
vincenziana. Una spiritualità robusta e insieme dolce; profonda e
restia a vistose manifestazioni esteriori".
Nelle molteplici attività e nei diversi luoghi in cui Samorè si
trovò a svolgere il suo servizio,
mai dimentico i tre punti cardini dell'insegnamento
di san Vincenzo de Paoli: la missionarietà, la formazione del
clero e l'attenzione alle varie forme di povertà.
Completati gli studi teologici, il 10 giugno 1928 venne ordinato
sacerdote nella cattedrale di Piacenza da mons. Menzani. Il giorno
seguente celebrò la prima messa nella Chiesa di San
Lazzaro, assistito dal padre Marina e nell' estate finalmente
a Bardi.Al pranzo che seguì non invito solo i parenti e la gente
più in vista del paese, ma anche anziani e persone semplici
della popolazione.
Si laureò in Teologia, il 29 giugno 1929, discutendo la tesi di
carattere storico-dogmatico sul primato petrino negli anni 452-523
dal titolo: "Prima sedes a nemine iudicatur".
Fu quindi inviato a prestare il suo primo servizio pastorale nella
parrocchia cittadina di San Savino; in qualità di curato.
Prevosto era mons. Pio Cassinari (1870 - 1936) il quale, pur non
essendo molto anziano, era molto
malfermo di salute,"mi diede fiducia, mi lasciò fare e mi
affidò la gioventù maschile, l'istruzione catechistica,
l'assistenza ai malati. Curavo, inoltre, il bollettino
parrocchiale".
Dovette sostituire pressoché in tutto monsignor Cassinari nei
periodi non brevi in cui questi era infermo. Racconterà: "Mi
trovavo bene", nel frattempo
la mamma, il babbo e la sorella lo avevano raggiunto in città.
In Lituania erano trascorsi tre anni circa da quando era giunto a
San Savino e il giovane sacerdote desiderava chiedere al vescovo
che gli fosse assegnata una Parrocchia in campagna, ma un giorno
gli giunse una richiesta del tutto inattesa. "P. Alcide
Marina lo convocò in
Collegio e senza mezzi termini gli chiese: "Vuole andare in
Lituania con monsignor
Arata? Risposi: Signor Superiore se crede che possa farlo"','
'Monsignor Antonino Arata (1883-1948) era anch'egli alunno del
Collegio Alberoni. Fu inviato in qualità di incaricato d'Affari
della Santa Sede in Lituania ed in seguito venne nominato vescovo
titolare di Sardi e consacrato dal Card. Eugenio Pacelli
nella basilica di san Pietro: Mons.Arata aveva chiesto a Roma che
gli mandassero qualcuno "perché il lavoro era molto e da
solo non ce la faceva. Gli risposero di non aver nessuno da
inviargli e gli consigliarono di cercarsi lui stesso un
collaboratore".
Per questo monsignor Arata si era rivolto al P. Marina per avere
consiglio e l'indicazione di qualche sacerdote; Quest'ultimo ne
parlò con il vescovo Menzani che si mostrò favorevole. Quando
giunse la richiesta ufficiale da parte del Sostituto della
Segreteria di Stato mons. Ottaviani (1890-1979) la cosa era
maturata.
Venne fatta la proposta a don Samorè che, passato momento di
turbamento e pianto, anche per il pensiero di lasciar soli il
babbo, la mamma e la sorella, accettò. La mamma morì qualche
mese dopo la sua partenza.
La procedura era indubbiamente insolita, ma spiegabile con il
fatto che
la Santa Sede
, dopo la prima guerra mondiale e gia durante il pontificato di
Benedetto XV, proseguito con Pio XI, aveva allacciato relazioni
diplomatiche con diversi stati, per cui aveva bisogno di molto
personale diplomatico. Normalmente, infatti, si entra al servizio
diplomatico della Santa Sede dopo una adeguata preparazione alla
Pontificia Accademia Ecclesiastica di Roma e talvolta con un
tirocinio più o meno lungo alla Segreteria di Stato, ma per don
Antonio le cose presero un'altra piega. Era la fine di settembre
del 1932.
Incominciava una straordinaria esperienza che lo accompagnò per
tutta la sua vita: alla missione sacerdotale si univa la missione
diplomatica.
La Lituania
fu per circa sei anni il
campo di lavoro di don Antonio; lavoro totalmente nuovo, irto di
difficoltà che misero presto alla prova la sua prudenza e il suo
spirito di sacrificio che meravigliarono monsignor Arata che
apprezzò il suo collaboratore. Difficoltà anche perché ad un
certo punto si trovo Incaricato d'Affari durante un'assenza di
monsignor Arata che nel 1936 diverrà Nunzio". In quegli
stessi anni ebbe modo di compiere diversi viaggi e missioni nella
vicina Polonia e nei Paesi Baltici.
Negli anni passati a Kaunas monsignor Samorè si affezionò molto
alla Lituania "e il suo cuore non si stacco mai dalla sorte
infelice di una nazione cattolica fiera della propria identità",
che nell'agosto 1940 verrà invasa dalle truppe sovietiche
perdendo la propria indipendenza. "Sempre nel dopoguerra e
fino alla marte, monsignor Antonio Samorè fu amico affettuoso e
sollecito della comunità lituana, incoraggiando ogni iniziativa
religiosa, culturale e di soccorso che sostenesse la causa del
popolo oppresso e ne tenesse viva la fiera anima in attesa di
risorgere".
Intanto nel 1938 aveva conseguito presso
la Lateranense
la laurea in Diritto Canonico con la tesi: "Concordatum inter
Sanctam Sedem et Hispaniam anni 1717". Passo un breve periodo
presso
la Nunziatura Apostolica
di Berna in qualità di Incaricato d'Affari. Venne quindi chiamato
a Roma a lavorare alla Segreteria di Stato dove lo volle monsignor
Domenico Tardini, contento del servizio svolto, dell'impegno
profuso dal giovane Samorè.
In Segreteria di Stato negli anni che vanno dal 1938 al 1947
monsignor Samorè lavorò a fianco del Cardinale Eugenio Pacelli,
Segretario di Stato di Pio XI e poi papa Pio XII, dei monsignori
Domenico Tardini (1888-1961) e Giovanni Battista Montini
(1897-1978), poi papa Paolo VI. Furono gli anni terribili dell'Anschluss
austriaco, della crisi di Monaco, dell'occupazione tedesca della
Cecoslovacchia, del patto russo-tedesco, dell'invasione della
Polonia e del conseguente
scoppio della Seconda Guerra mondiale. Anni di grande sofferenza,
distruzioni, crudeltà atroci, deportazioni di Ebrei e di altre
popolazioni e le prove dure che affliggevano
la Chiesa
prima nei territori occupati dai nazisti, poi dai comunisti.
L'immenso lavoro svolto dalla Santa Sede in quei terribili anni si
trova negli undici volumi degli "Actes et Documents du Saint
Siege relatifs a
la Seconde Guerre
mondiale". Ricorderà di quel periodo: "quanti appunti
miei mi ritornarono con una
annotazione del Card. Maglione, che con la sua larga calligrafia,
sapeva occupare tutta una riga per dire:
card Samorè! E quando l'annotazione cominciava così, quel card
era lo zuccherino per addolcire la risposta negativa". Nella
primavera del 1941 mons. Samorè allora minutante della prima
sezione della segreteria di Stato visitò i vescovi del Nord
Italia per comunicare oralmente le disposizioni relative ad un
atteggiamento prudente nei riguardi del fascismo anche perché si
temeva qualche provocazione da parte dei fascisti più
intransigenti. Si paventava una "campagna scandalistica
contro il clero".
Fu soprattutto con monsignor Domenico Tardini che il minutante
Samorè entro in sintonia di lavoro, stima collaborazione,
amicizia che durerà fino alla morte del primo. Alla scuola di
Tardini apprese "non senza fatica la disciplina e la
riservatezza; disciplina che diviene costume, abito mentale, che
costa fatica acquisire, ma che non si perde più",
soprattutto per uno che aveva un carattere di base,emotivo e
sensibile come il Samorè.
Negli anni della guerra mons. Samorè era incaricato di seguire la
situazione in Polonia e in seguito di occuparsi della sorte degli
ebrei che venivano deportati in Germania. Mons. Samorè aveva
redatto nel 1942 la bozza di lettera al ministro degli esteri
Joachim van Ribbertop sulla dolorosa situazione in cui si trovava
la Polonia. Stese
, inoltre, nel giugno del 1944, un memorandum di risposta al
rappresentante del presidente Roosevelt presso
la Santa Sede
Myron Taylor.
Quest'ultimo aveva chiesto di avere per iscritto il punto di vista
del papa a riguardo del comunismo. Il testo preparato da Samorè,
rivisto da Tardini, venne presentato a Pio XII che vi apporto
soltanto due modifiche. "Il memorandum di Samorè opponeva le
realtà dei fatti conosciuti alle promesse in cui voleva cullarsi
il presidente Roosevelt.
La situazione religiosa in Unione
Sovietica non dava alcun segno di miglioramento.
La legislazione
antireligiosa restava in vigore". I membri del clero che
erano sopravvissuti si trovavano sovente in carcere o comunque
impossibilitati a svolgere il loro ministero.
Prestava anche il suo servizio per dare informazioni ai parenti
che non sapevano nulla dei loro congiunti.
Il lavoro assiduo con queste "personalità di grande rilievo,
di eccezionale finezza diplomatica e personale dignità" fu
per lui certamente una grande scuola di vita sacerdotale e
diplomatica.
Nonostante il notevole lavoro che monsignor Samorè disimpegnava
in Segreteria di stato, con autentico spirito sacerdotale, si era
offerto, accanto a monsignor Mario Nasalli Rocca di Corneliano,(che
per molti anni svolse un prezioso servizio di assistenza dei
detenuti) di assistere i carcerati rinchiusi nella prigione di
Regina Coeli in Roma ed in particolare alcuni condannati a morte.
Nel servizio alla Segreteria di Stato, mons. Samorè "affinò
la preparazione diplomatica con l'impegno, l' assiduità, la
dedizione al lavoro, senza risparmio di forze e di orari. Gia
allora ebbero modo di rivelarsi la sua intelligenza pronta,
sorretta da una forte memoria, la capacita di afferrare i problemi
e la volontà tenace di portarli a soluzione con criteri precisi
ed organici. Ogni questione diplomatica era vista in una visione
di Chiesa, una Chiesa da far conoscere ed amare anche dai piu
lontani, come madre protesa ad
aprire le braccia ai popoli per soccorrerli e salvarli.
Pio XII e Samorè per Antonio Samorè aver collaborato prima con
il cardinale Eugenio Pacelli e poi aver servito i1 papa Pio XII fu
un'esperienza unica tanta era l'ammirazione e la venerazione che
ne aveva e che mantenne per tutta l'esistenza. Conservo come
reliquie alcuni suoi ricordi. Il
primo incontro avvenne ne1 1935, ma fu soprattutto dopo i1 1938
che la collaborazione divenne via via più frequente.
Quando il 2 marzo
1939 l
'eletto papa Pio XII, dopo aver dato la prima
benedizione lasciava la loggia di San Pietro, gli si fecero
incontro i monsignori Tardini e Montini e alcuni collaboratori
della Segreteria di Stato tra cui Samorè. Così questi ricorderà
quel momento e le parole che
il nuovo pontefice disse: "Vorrei domani mattina, lanciare un
primo messaggio di pace, vorrei dare un primo messaggio di
pace".
Questa fu la prima preoccupazione di Pio XII "uomo di
pace" e in questa sensibilità per la pace ed a questa scuola
ricca di umanità che Samorè lavorò per tutti gli anni della
Seconda Guerra Mondiale, accanto a Pio XII, Tardini e Montini.
Evitare la guerra, quando questa scoppiò, ridurne per quanto era
possibile gli effetti disastrosi, affrettare la pace, mentre si
cercava di alleviare le sofferenze attraverso una vasta opera
caritativo-assistenziale. L'assillo per la pace di Pio XII fu
pienamente condiviso e sofferto dai suoi collaboratori.
Net 1953 Samorè, divenne segretario per gli Affari Ecclesiastici
Straordinari e, da quel momento e fino alla morte del
pontefice, Le udienze e le occasioni di incontro furono più
numerose. Si trovava in sintonia con gli orientamenti del Papa,
con la sua visione ecclesiale e con quello che era il maggior
problema del momento, l'atteggiamento da tenere di fronte al
comunismo.
Quando, il 7 ottobre 1958, si aggravarono le condizioni di salute
di Pio XII, che si trovava a Castelgandolfo, fu proprio Samorè,
che avvisato da mons. Nasalli Rocca, a chiamare immediatamente
monsignor Tardini e dargli i ragguagli sulla situazione.
Vescovo e Nunzio Apostolico
Alla fine
della sua missione diplomatica in Colombia, la citta di Bogotà"
come segno di stima e riconoscenza, per l' opera volta in favore
delle classi umili gli dedicò un quartiere: il barrio Samorè uno
dei più popolosi della capitale colombiana.
Segretario per gli Affari Ecclesiastici Straordinari Passarono
rapidamente poco meno di tre anni quando fu richiamato a Roma per
un nuovo e piu impegnativo incarico.
Va ricordato che la carica di Segretario di Stato era vacante dal
1944, anno della morte del cardinale Luigi Maglione (1877-1944),
che Pio XII non aveva rimpiazzato. Il pontefice aveva preso
direttamente in mano la situazione servendosi di mons.
Tardini e di mons. Montini che alla fine di novembre del 1952
aveva elevato entrambi, fatto più
unico che raro, alla carica di Pro-Segretario di Stato; il primo
per gli Affari Straordinari, il secondo per gli Affari Ordinari.
Fu Tardini che chiese ed ottenne dal papa che mons. Samorè
venisse promosso il 17 febbraio 1953 Segretario della
Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, (che dopo
la riforma di Paolo VI divenne Consiglio per gli Affari Pubblici
della Chiesa) in quella prima sezione della Segreteria di Stato
che lo aveva conosciuto minutante.
Per 14 anni ricoprì questo incarico servendo alacremente tre
pontefici, Pio XII, Giovanni XXIII dal 1958 al 1963 e Paolo VI dal
1963 al 1967.
Gli anni in cui mons. Samorè fu segretario degli Affari Straordinari,
fu anche il tempo della decolonizzazione, prima dell'Asia e poi
dell' Africa. Con la formazione di nuovi stati le rappresentanze
diplomatiche pontificie passarono da
56 a
78, i vescovi africani che all'inizio degli anni '50 erano qualche
decina, al momento del Vaticano II superavano il centinaio.
Il "messaggio all' Africa" che Paolo VI lanciò negli
anni '60 per incoraggiare la maturità della Chiesa africana porta
l'ispirazione di mons.. Samorè". Prendendo in esame gli
accordi stipulati tra
la Santa Sede
e diverse nazioni del mondo, durante gli anni che vanno dal '53 al
'67, emergono documenti importanti: il Concordato con 1a Spagna,
del generale Franco, dell'agosto 1953; con
la Repubblica Dominicana' nel giugno 1954, nel quale è evidente
il personale impegno di monsignor Samorè; l'accordo con
la Repubblica Argentina
del 10 ottobre 1966 per conformare il Concordato alle esigenze
maturate dalla Chiesa post - conciliare; con l'Argentina, gia nel
1957, era intercorso un accordo per la giurisdizione castrense
l'assistenza religiosa delle Forze Armate; con
la Bolivia
nel '58 per la giurisdizione castrense e un'altro, diversi anni
dopo, sulle Missioni. Con
la Repubblica Austriaca
vi furono quattro accordi per l'erezione di Diocesi,
l'Amministrazione Apostolica del Burgenland ed anche
l'Amministrazione Apostolica Innsbruck-Feldklrch -e infine
sull'ordinamento scolastico e i rapporti patrimoniali.
Con
la RepubblicaFederale Tedesca vennero stipulati cinque accordi e
un concordato generale tra
la Serle Apostolica
e il Land della Sassonia inferiore.
Altri accordi, di vario genere, vi furono per la giurisdizione
castrense con il Paraguay,
la Tunisia
,
la Jugoslavia
e Haiti.
La situazione della Chiesa ad Haiti, sotto il regime del dittatore
Duvalier, era di grave tensione: tre vescovi erano stati espulsi,
si era nell'impossibilita di provvedere alle diocesi e la
popolazione si trovava in grande privazione e miseria.
Il Protocollo del 15 agosto 1966 permise di risolvere con
dignità la situazione dei vescovi espulsi e di poterne nominare
altri quattro che monsignor Samorè andò personalmente a
consacrare. Così si rimediò a questa lacerazione e
la Chiesa
poté riprendere una certa attività.
Era da circa" un anno Segretario per gli Affari Ecclesiastici
Straordinari che avviò una nuovissima iniziativa con la
collaborazione di un minutante di valore quale monsignor Agostino
Casaroli, poi Segretario di Stato:"Il frutto di questo lavoro
fu
la Prima Conferenza
dell'Episcopato Latina-Americana (CELAM) che si tenne a Rio de
Janeiro nell'estate del 1955, che impastò "un'azione di
collegialità per un coordinamento continentale. A questa
iniziativa seguì nel 1958 la creazione della Pontificia
Commissione per l'America Latina (CAL) di cui Samorè fu prima
Segretario, Vice Presidente ed infine Presidente.
Si mise in moto "un'attività di sensibilizzazione e di
promozione delle vocazioni, di iniziative di apostolato laico, di
opere educative e di promozione umana", che coinvolse non
solo i Vescovi Latino-Americani, ma anche alcuni vescovi europei,
statunitensi e canadesi.
Fu questa la prima esperienza di solidarietà ecclesiale che
coinvolse i rapporti tra nord e sud dei due continenti americani e
dell'Europa, che porto nel 1959, al
la Conferenza Interamericana
di Washington. All'inizio del 1961 monsignor Samorè presiedette
una riunione straordinaria dell'episcopato Latino-Americano a Mar
del Plata (Buenos Aires) dedicata
alla questione sociale "mentre l'addensarsi di una minacciosa
infiltrazione marxista rendeva urgente proporre la dottrina
sociale cristiana alle coscienze dei cattolici e alle iniziative
della Chiesa".
Nel 1965 compì un lungo viaggio in Brasile e partecipò
all'inaugurazione del Seminario Interregionale di Recife. Fu
inoltre nella delegazione che accompagnò Paolo VI nel viaggio a
New York,per visitare l'Assemblea generale dell'ONU, che si tenne
dal 3 al 5 ottobre 1965.
Samorè
accompagnò il Pontefice nel viaggio a Bogotà nell'agosto del
1968, per partecipare alle celebrazioni del XXXIX Congresso
Eucaristico Internazionale e all'apertura della seconda Conferenza
Generale dell’Episcopato Latino Americano.
Negli anni tra il 1953 e il 1967 dovette adempiere missioni
esterne e legate al suo ufficio principale e che richiedevano
una grande attenzione
nell'intrattenere relazioni pubbliche. Fu, inoltre,
Consultore delle Sacre Congregazioni per
la Dottrina della Fede,dei Vescovi, delle Chiese orientali. Fu
pure presidente della Pontificia Commissione per
la Russia
, consulente della Commissione Preparatoria del Concilio e membro
della Commissione Conciliare per l' Apostolato dei Laici.
Cardinale nel Concistoro del 26 giugno 1967 il Papa Paolo VI lo
creava cardinale del titolo presbiterale di santa Maria sopra
Minerva (nel concistoro del 12-XII-1974 passera al titolo
suburbicario di Sabina e Poggio Mirteto). L'anno seguente diveniva
Prefetto per
la Sacra Congregazione
per
la Disciplina
dei Sacramenti, carica particolarmente impegnativa in quegli anni
del post-Concilio e della Riforma Liturgica promossa dal Vaticano
II, che comportava responsabilità senza limiti territoriali e di
essenziale rilevanza per
la Chiesa
e per cattolici di tutto il mondo. Per il cardinal Samorè fu un
impegno di non poco conto e probabilmente non congeniale al suo
modo di sentire; non mancarono difficoltà e momenti di
incomprensione, ma tutto visse in spirito di servizio e di amore
alla Chiesa e al Papa. Il 30 gennaio 1974 Paolo VI 10 nominava
Bibliotecario e Archivista di Santa Romana Chiesa, incarico che
tenne fino alla morte. Avendo gusto per gli studi storici,
l'Archivio ebbe da lui "prestigio e organizzazione" di
grande rilievo: tra le moltissime iniziative egli portò ad alto
livello
la Scuola
di paleografia, diplomatica e archivistica creata fin dall'epoca
di Leone XIII.
Promosse Ie celebrazioni del centenario dell'apertura agli
studiosi delI'Archivio Segreto Vaticano e favorì la creazione
della grande struttura di deposito del materiale archivistico
nell’area del cortile della Pigna, la cui inaugurazione avvenne
il 18 ottobre 1980 alla presenza del papa Giovanni Paolo II.
Durante il suo servizio l'Archivio e
la Biblioteca
conobbero eventi importanti: congressi, convegni, mostre di codici
pregevoli, esposizione di documenti e in particolare, la
celebrazione del V° Centenario della fondazione della Biblioteca
Apostolica Vaticana.
Il 6 agosto 1978 aveva celebrato a Bardi, con la partecipazione
dei Cardinali Opilio Rossi e Mario Casariego, ,il suo 50° di
Sacerdozio. La giornata era stata serena e festosa, ma, a sera,
dopo le 21,40 giunse la notizia che Paolo VI era morto a
Castelgandolfo. Il mattino seguente i tre Cardinali partirono per
Roma per partecipare alle esequie del defunto Pontefice e al
seguente Conclave che porto all'elezione di Giovanni Paolo I
(1913-1978). Al pontificato di un mese circa seguì naturalmente
il conclave da cui uscì eletto il Papa Giovanni Paolo II
(1920-2005).
La missione di
pace trascorsero poco più di due mesi dall' elezione, che
Giovanni Paolo II gli affidò l'impegnativo incarico di un
arbitratoper comporre la vertenza sorta tra le due grandi
repubbliche dell' Argentina e del Cile che erano sull'orlo di una
guerra per il possesso del Canale di Beagle nella 'Terra del
Fuoco.' .
Nella mattinata della vigilia di Natale del 1978 si tenne, nell'
appartamento del cardinale un incontro per preparare il viaggio a
cui parteciparono, mons. Casaroli,mons. Montalvo, mons. Sainz
Munoz e il gesuita Fiorello Cavalli. Il Cardinale Samorè partì
la sera di Natale del 1978, da Fiumicino, per Buenos Aires come
rappresentante ufficiale del Papa" accompagnava monsignor
Faustino Sainz Munoz. Andava come messaggero di pace e "pur
trepidando che le due nazioni potessero affrontarsi con le armi,
pur prevedendo le difficoltà e le complicazioni della missione,
era lieto di dare se stesso a quei popoli che tanto amava, per un
generoso tentativo in nome della Chiesa e del Papa".
Testimonianza di S.E. mons. Montalvo Alcuni giorni fa,
l'eccellente anzi Eminentissimo amico, il Cardinale Achille
Silvestrini, mi telefonava a Belgrado per propormi l'amabile
invito e il gentile desiderio di farmi partecipare in questa
adunanza del Circolo di Roma.
Egli mi domandava se, in occasione della commemorazione del X
anniversario della pia morte del compianto e per tanti titoli
ammirato e caro Cardinale Antonio Samorè, sarei stato disposto a
tenere una conversazione
sull'opera della Mediazione compiuta dalla Santa Sede tra le
Repubbliche di Argentina e di Cile e più specificatamente sui
ruolo avuto dallo stesso Cardinale Samorè in tale importante
processo.
Facendo subito presente la drammatica e incerta situazione in cui
si.vive a Belgrado e la conseguente difficoltà per prendere un
impegno del genere e anche per venire a Roma e rilevando inoltre
che non disponevo del materiale necessario per preparare un
esposto su questo argomento tanto interessante ma nello stesso
tempo tanto impegnativo, non ho tuttavia creduto di poter
sottrarmi alla richiesta che mi veniva rivolta.
Entro questi limiti, sono lieto e grato di essere oggi qui per
rievocare con voi la memoria del Cardinale Samorè. Sin
dall'inizio del Suo Pontificato e quaIe una delle principali mete
del Suo supremo servizio alla Chiesa e alla umanità, il Santo
Padre Giovanni Paolo II ha avuto un incessante preoccupazione per
il mantenimento della pace e ha svolto una molteplice e fattiva
opera diretta ad evitare i contrasti o a cercare di risolverti per
le vie del negoziato e dell'intesa pacifica. Essendo, per così
dire, parte interessata, mi verrebbe quasi
spontaneo pensare ai numerosissimi interventi del Sommo Pontefice
e della Santa Serle a riguardo della crudele e irragionevole
guerra che ha coinvolto le diverse Repubbliche che formarono
la Jugoslavia.
Ma tra le iniziative di pace intraprese dal Santo padre Giovanni
Paolo II, quella della Mediazione tra le Repubbliche di Cile e di
Argentina occupa senza dubbio un posto di primissima importanza.
Essa e stata assunta dal Papa con un gesto di enorme coraggio,
poiché umanamente parlando era difficile prevedere che si potesse
giungere ad un risultato soddisfacente per le Parti.
Con grande fede, per amore alle due nazioni e con piena fiducia
nella Provvidenza, Sua Santità ha accolto la richiesta fatta dai
due Paesi affinché
la Santa Sede prendesse la responsabilità di condurre la
Mediazione. Purtroppo, come è stato messo in risalto, a suo
tempo, da personalità di ambo i Paesi, I'opinione pubblica
mondiale e Ie stesse istanze internazionali non hanno Corse
compreso sufficientemente L'importanza del positivo risultato
ottenuto dalla Mediazione.
In ogni caso, nei mass media e nei diversi fori internazionali non
e stato debitamente rilevato il significato che aveva e che ha per
la comunità internazionale il fatto che non la guerra ma la
trattativa e il compromesso sana la via accettabile per superare
le differenze e le contrapposizioni tra gli uomini e i popoli.
Parlare della Mediazione di cui ora ci occupiamo, non è quindi
solamente un piacevole esercizio mentale,
ma direi che e un preciso dovere nei confronti di una saggia,
coraggiosa e tempestiva iniziativa del Santo Padre.
Con dolore e preoccupazione bisogna purtroppo
constatare la presenza, nelle più diverse latitudini del mondo,
di piccoli o grandi conflitti armati, i quali minacciano o turbano
la convivenza tra i popoli e tra le Nazioni.
Basterebbe pensare alle tensioni, alle sofferenze, alle violenze
incredibili commesse nelle vicine regioni balcaniche. La pace non
e un dona che si ottiene con semplici desideri o dichiarazioni più
o meno sincere dei contendenti.
La pace occorre crearla.
Tale fu infatti il compito che il Santo Padre affidò al Cardinale
Antonio Samorè, nel momento in cui prese la decisione di inviarlo
a Buenos Aires e a Santiago.
Sembrava allora che tra i due Paesi fosse inevitabile lo scoppio
di un conflitto bellico. Con grande intelligenza e tempestività,
senza perdere un solo istante, com'era sua abitudine, ricorrendo
alla sua grande energia e nella stesso tempo alla sua comprovata
abilita diplomatica, il Cardinale è riuscito ad ottenere che gli
avversari firmassero un accordo
a Montevideo. Con tale intesa, non solamente si escludeva il
ricorso alla forza e s'impediva la guerra, ma, come amava dire
proprio il Cardinale Samorè, già allora sono apparse le prime
luci di una lunghissima giornata, durata poi per anni, il cui
radioso tramonto doveva essere la firma di un Trattato di Pace e
di Amicizia tra i pili qualificati Rappresentanti dei due Paesi.
Il Cardinale Samorè comprese bene che, attesa la profondità
delle divergenze che separavano le due Nazioni, l'avere fermato
un'eventuale guerra era solamente un passo iniziale.
Constatando inoltre il desiderio di pace dei componenti i due
popoli che, oltre ad essere confinanti, avevano sempre mantenuto
vincoli non solo di amicizia ma di fratellanza, il Porporato, con
la dovuta discrezione, colse ogni occasione per fare si che i
responsabili delle due nazioni giungessero a prendere in seria
considerazione il ricorso ad una via pacifica per la soluzione
della annosa controversia.
Sin dal suo primo intervento, il Cardinale ebbe infatti un chiaro
proposito. Per lui non era abbastanza che non ci fosse stata la
guerra o che si trovasse una qualche maniera per ristabilire un
normale, buon rapporto tra Cile e Argentina.
In considerazione della loro posizione geografica, degli interessi
umani, economici, in un certo senso comuni, delle loro tradizioni,
per il fatto che si trattava di due Paesi, i cui abitanti erano e
sono in maggioranza cattolici, e per tanti altri motivi, il
Cardinale ha data alla sua opera un carattere del tutto positivo.
Occorreva, secondo lui, risolvere si la controversia, ma creando
delle fondamenta per una vera amicizia
e una fruttuosa collaborazione fra le due Parti nei più ampi e
variati settori di vita. A questi criteri si e infatti ispirata la
proposta del Mediatore alle due Parti, che è stata poi il filo
conduttore dell'intera trattativa.
E veramente un gratissimo compito ricordare e rilevare la parte
avuta dal Cardinale Samorè per far nascere, per sviluppare, per
difendere il processo di
mediazione, una volta instaurato
perfino da qualche intemperanza proveniente dalle stesse due Parti
interessate.
Con timore, poi, frutto di prudenza ed esperienza e di una
profonda e precisa conoscenza degli uomini e delle case, ma con
grande fiducia nella Provvidenza e anche negli uomini, il
Cardinale Samorè guardò sempre ad una felice conclusione del
processo di ediazione.
Mons. Faustino Sainz Munoz, al presente Nunzio Apostolico in Zaire,
, ebbe la fortuna di essere collaboratore del Cardinale Samorè,
sin dal viaggio a Buenos Aires, Santiago e Montevideo. Egli,
meglio di nessuno altro, avrebbe potuto tenere o completare questa
relazione. Con lui, in ogni
caso, siamo stati testimoni e nella stesso tempo volenterosi
partecipi dell'azione intelligente, sottile, piena di umanità e
profondamente radicata nella spirito evangelico, azione condotta
dal compianto e benemerito Porporato, con straordinaria pazienza,
con uno zelo tale che, pure nella molteplicità dei suoi impegni,
il Cardinale sembrava dare l'impressione che la sua sola
occupazione fosse quella di dare soluzione ai problemi esistenti
tra l' Argentina e il Cile. Egli aveva certamente la convinzione -
comunicata anche a mons. Sainz e a me - di compiere qualche cosa
di prettamente ecclesiale e di servizio al bene superiore della
pace. II Santo Padre considerò quindi opportuno affidare al
Cardinale Samorè l'incarico di dirigere il processo di
mediazione. Fu permanente preoccupazione e impegno del
Rappresentante del Mediatore di tenere informato il Santo Padre
anche dei minimi dettagli e di eseguire scrupolosamente le Sue
direttive e indicazioni. Molti furono gli interventi del Santo
Padre, ai quali possiamo dare il qualificativo di pubblici. In
diverse occasioni Sua Santità ricevette personalità qualificate
e anche i membri delle delegazioni appositamente accreditate dai
rispettivi Governi. Inoltre, nei momenti più salienti del
processo di mediazione, il Somma Pontefice, o con relativi solenni
discorsi o con lettere autografe indirizzate alle più alte
autorità dei due Paesi, ha voluto far conoscere il Suo pensiero e
tracciare concreti criteri che riteneva necessari o più
convenienti ai fini dell'impostazione e dello svolgimento delle
trattative medesime, Le quali hanno seguito e sviluppato in
massima parte i postulati contenuti nella Proposta del Papa.
La Mediazione
si e poi conclusa alla presenza
stessa del santo Padre. D'altra parte,
il Cardinale Samorè era ricevuto frequentemente dal Santo Padre
per riferire sull'andamento della Mediazione e per ricevere
direttamente da Lui le pertinenti istruzioni. II Porporato si
vantava, anzi, del fatto che in incontri occasionali Sua Santità
non ometteva mai di porgli delle domande sui lavoro della
Mediazione. In tutte le fasi del processo il Cardinale si e
mantenuto in stretto contatto con gli Episcopati argentino e
cileno e con le rappresentanze Pontificie nelle due capitali. A
tutti è ben noto il prezioso contributo offerto, sia per
scongiurare il pericolo della guerra che per facilitare poi le
trattative, dagli Ecc.mi Nunzi Apostolici in Santiago e in Buenos
Aires, gli attuali Signori Cardinali Angelo Sodano e Pio Laghi e
l'ecc.mo mons.Ubaldo Calabresi. Nello svolgimento del suo alto
incarico, con zelo e minuziosità quasi eccessive, il Cardinale ha
voluto conoscere bene a fondo i termini esatti della controversia
e i punti di vista e i pensieri e desiderata delle due Parti. Ha
quindi raccolto una documentazione abbondantissima, fornita in
buona parte dalle Delegazioni dei due Paesi, di testi storici e
giuridici, di carte geografiche, di pareri, il materiale raccolto
ha riempito tutti gli scaffali che esistevano nell'Ufficio
dell'Archivista di Santa Romana Chiesa,
E’ stato, anzi, necessaria crearne dei nuovi. Lo stesso
Cardinale ha sistemato il materiale in perfetto ordine, con
relative schede di Archivio. Ricordo che godeva nel segnalare ai
suoi ospiti e visitatori gli scaffali, facendo rilevare, con un
pizzico di "Humour", di cui non mancava, la quantità di
metri riempita dai documenti. Quando, per generosità del
Cardinale e benevola decisione dei Superiori, sono stato chiamato
a collaborare nella Mediazione, il Cardinale ha voluto che
prendessi quanta prima visione dei documenti da lui ritenuti più
significativi e importanti, in modo di potere incominciare a
lavorare immediatamente. Mi ha fatto quindi consegnare subito una
quindicina di chili di documenti, che dovevo portare ad Algeri,
dove era in quel tempo Nunzio Apostolico. Ritornando a Roma, dopo
pochi giorni, ho dovuto subire una specie di esame. II Cardinale,
con il suo marcato senso del dovere, voleva accertarsi se ero
ormai in grado di partecipare agli incontri separati con le
delegazioni dei due Paesi, che erano in quel momento
frequentissimi. Com'e ovvio, i contatti e gli incontri con queste
delegazioni hanno formato una grande parte del lavoro del
Cardinale. Abituato all'arte della trattativa, ma parimenti
a una notevolissima padronanza di se stesso, il Cardinale ha
saputo stabilire con i membri delle delegazioni un rapporto di
cordiale e dignitosa amicizia e nella stesso tempo di scrupolosa
serietà nella svolgimento dei lavori propriamente detti. Sia per
la preparazione della proposta del Mediatore, la quale ha
richiesto uno spazio di tempo molto prolungato, che per le
negoziazioni che in base ad essa sana poi seguite, le
conversazioni con le due delegazioni si sono protratte per
settimane, mesi e anni.
Ogni incontro veniva minuziosamente
preparato da (Cardinale, il quale redigeva immediatamente dopo un
apposito Verbale, che, a seconda delle circostanze, veniva portato
a conoscenza del Santo Padre. Spesso come è ben comprensibile, i
Capi delle delegazioni erano costretti a chiedere istruzioni ai
rispettivi governi e in attesa delle loro risposte era necessario
rimandare o interrompere i lavori. Tali attese diventavano molto
penose per il Rappresentante del Mediatore che avrebbe desiderato
giungere in termini assai più brevi a risultati più concreti. Ma
questi lassi di tempo di apparente inazione erano approfittati per
meglio e più profondamente riflettere su quei punti che sembrano
essere di meno facile accettazione dall'una o dall'alta Parte o
che creavano ostacoli all'azione del Mediatore. I colloqui delle
delegazioni erano impostati a uno stretto senso di onestà e di
giustizia. Alcune volte occorreva toccare argomenti che potevano
risultare meno graditi all’una o all'altra delegazione o per-
fino provocare una loco chiusura o rifiuto. In due occasioni, in
particolare, il Cardinale ha considerato che le tesi esposte dal
delegato o dai delegati non erano ragionevoli e, dopo aver tentato
inutilmente di convincere l'interlocutore, il Porporato si e
chiuso nel più totale mutismo, rimanendo cosi per una mezz'ora,
con imbarazzo sono venute le occorrenti scuse e si e ristabilito
quell'ambiente di serenità che, nonostante le enormi difficoltà
che si sono suscitate durante il processo di mediazione, è sempre
prevalso. Sia da parte degli amici argentini che di quelli cileni,
più di una volta e stato osservato che l'energia e la
rettitudine del Cardinale Samore non erano semplici qualità
umane. Gli ambasciatori Berstein e Benadava, se ben ricorso, mi
hanno una volta confidato che ammiravano profondamente ilo tenore
di vita del Cardinale e che dava a loro sicurezza il sapere che il
Porporato non solo curava la preparazione degli argomenti che
dovevano essere discussi, ma dedicava le prime ore della sua
giornata alla orazione mentale e alla celebrazione dell'Eucarestia.
Pur non essendo cattolici tutti i membri delle delegazioni, nelle
sedute congiunte e con il beneplacito di tutti, il Cardinale non
ometteva mai di fare una preghiera. Occorrerebbe infatti dire che
il Cardinale era ossessionato dall'esigenza della giustizia e
perciò trovava difficoltà a comprendere la posizione di quelli
che avversavano il processo di mediazione o che consideravano che
esso potesse favorire di più all'una o all'altra parte. Il
Signore non gli ha voluto concedere la soddisfazione di vedere
realizzato il sogno di portare a felice termine
la Mediazione
che gli e stata presente nella mente e nel cuore fino all'ultimo
momento della sua vita. Proprio il giorno della sua morte e a sua
richiesta, eravamo andati con mons. Sainz a celebrare
la Santa Messa
, accanto al letto del Cardinale. Egli non ha potuto concelebrare,
ma ha seguito il sacro rito con piena coscienza e evidente
devozione, ricevendo
la Eucarestia. Dopo
il suo ringraziamento al Signore, ha chiesto a noi due di
avvicinarci al letto e prendendoci per mano ci ha detto: lascio a
voi di proseguire questo processo di mediazione, se credere che
qualche cosa possa essere cambiata, fate pure. Abbiamo ancora
meglio capito quanto intensamente stava a cuore al Cardinale che
l'opera da lui seguita con tanta lucidità, dedizione e senso di
responsabilità potesse essere coronata da un autentico e proficuo
ravvicinamento tra l'Argentina e il Cile: Pochi minuti dopo il
Cardinale è tornato alla casa del Padre. Dopo la scomparsa del
Cardinale, la Mediazione ha avuto degli alti e bassi e perfino dei
momenti in cui sembrava destinata a fallire. Essa finalmente si è
conclusa con pieno successo e sembra che, grazie al Signore,
continua ancora a ispirare azioni di amicizia e di pace tra le due
nazioni. L'interlocutore del Cardinale Samorè ha certamente
guidato i passi di quanti, adempiendo i mandati del Santo Padre e
sotto l'immediata direzione del Signor Cardinale Agostino Casaroli,
allora Segretario di Stato, coadiuvato dall'allora ecc.mo
Monsignor Silvestrini, abbiamo avuto la gioia di partecipare alla
firma del Trattato di Pace e di Amicizia e di vederlo poi
ratificato dalle due parti interessate. Con senso di giustizia e
con profonda soddisfazione, e quindi doveroso constatare che ciò
che il Cardinale Samorè aveva ideato con perspicacia e profetica
visione e per cui aveva speso senza riserve le energie della sua
chiara mente e della sua ferma volontà, ha avuto quindi pieno
compimento. L'omaggio che le Ambasciate di Argentina e di Cile
presso
la Santa Serle
hanno voluto rendere., con questo atto al Circolo di Roma, è
ancora una conferma dell'apprezzamento e della gratitudine delle
loro Nazioni al grande Cardinale Samorè..
Villa Nazareth Il rapporto del Card. Samore con Villa Nazareth
nasce dalla consuetudine con il Card. Tardini,fin da quando, negli
anni '40, lavorava nel suo ufficio ed abitava con lui: Villa
Nazareth nacque nel 1946, all'indomani della guerra. mons. Tardini
si prodigava nell'aiutare varie istituzioni di beneficenza sorte
per alleviare situazioni di povertà e di abbandono specialmente
dell' infanzia e vi faceva confluire cospicui aiuti di benefattori
americani. Egli progettò un'istituzione sua, che accogliesse
bambini orfani o figli di famiglie numerose, intellettualmente
dotati e sprovvisti di mezzi, ai quali dare,una educazione.
Continuando la tradizione del Card. Tardini,
mons. Samorè propiziava la solidarietà di amici e
benefattori e la collaborazione di docenti e uomini di cultura. Si
interessava personalmente agli studi e alla vita degli studenti,
con sacrificio, sensibilità e partecipazione profonde.
Nell'estate 1968 questo rapporto subì una crisi ,che andò
aggravandosi per tensioni che lo fecero molto soffrire e lo
indussero a chiedere alla Segreteria di Stato di designare una
commissione che studiasse i problemi dell’Istituto. Nel luglio
del 1969 la commissione decise di sospendere le attività di Villa
Nazareth, e fu li momento più doloroso per tutti e per lui: gli
alunni della Media rientrarono in famiglia, mentre gli studenti
universitari e quelli del ginnasio-liceo si riunirono
volontariamente a Roma, in alcuni appartamenti, dando vita ad una
comunità autogestita, col valido sostegno di mons. Silvestrini,
della prof.ssa Angela Groppelli, e di amici autorevoli, fra i
quali il Sostituto della Segreteria di Stato mons. Giovanni
Benelli. Erano cinquanta ed i più grandi di età si posero come
riferimento ai più piccoli, in un'esperienza di aiuto fraterno,
di attenzione ad ogni persona, di proposta cristiana e di
approfondimento culturale che permise a quasi tutti di portare a
compimento gli studi liceali e universitari. Quando, dopo un
decennio, i cinquanta furono laureati, emerse tra di essi II
desiderio di attuare la parte piu profonda dell'ideale del
cardinale Tardini: restituire ad altri giovani il frutto dei
propri talenti. Nel 1980 si costituì
la Comunità Domenico
Tardini che cominciò ad accogliere prima a via Dezza, e poi a via
Palombini, i primi studenti. In questa iniziativa il cardinale
Samore colse subito, con aperta intuizione, il segno che Villa
Nazareth stava per rinascere. Era gia sofferente per la malattia e
nel colloquio del 6 gennaio 1983 volle dare a mons. Silvestrini e
alla Comunità il suo riconoscimenta e la consegna ideale. In
quello stesso anno Villa Nazareth risorse come collegio
universitario, arricchito per la prima volta da un gruppo di
studentesse.
La Comunità
prese cura anche della Scuola Media parificata che il Card. Samore
aveva creato a Villa Nazareth sotto la presidenza della sorella
prof.ssa Jolanda, e che la comunità sviluppo per alcuni anni in
un corso di ginnasio-liceo.
II Carmelo di Vetralla Alla morte di Tardini (luglio 1961),
succedendogli nella cura del monastero "Monte Carmela"
di Vetralla, mons. Antonio Samore mostrò per il monastero uguale
premura ed interesse sia nelle case spirituali che materiali. Nel
suo paterno rapportarsi alle carmelitane si manifestava in lui una
profonda umiltà, che faceva vela alla cultura e ai meriti del
laborioso servizio gia prestato con disinteresse alla Chiesa.
Desiderava che la comunità religiosa fosse animata da gratitudine
per i benefici ricevuti dal card. Tardini e che non venisse mai
meno alla spirito di donazione al Signore nella vita comunitaria;
questo raccomandava specialmente nella celebrazione del terzo
centenario di fondazione del monastero (1669-1969) quando aveva
rinnovato la cappella delle monache secondo la riforma liturgica e
vi aveva definitivamente sistemato la tomba del Card. Tardini
impreziosendola con un artistico bassorilievo in bronzo
raffigurante Cristo che ascende al cielo. Nella stessa tomba mons.
Samore aveva predisposto che alla sua morte fossero accolte le
proprie spoglie. Nel 1971 collaborò con il Comune di Vetralla
alla costruzione del muro di cinta della clausura e fece
installare nella casa il riscaldamento centrale per la chiesetta,
Le celle delle religiose e i luoghi dove la comunità si raduna
per il lavoro e gli atti comuni. Costante la sua assistenza alle
carmelitane con la parola, l'incoraggiamento e nuove iniziative,
cooperando con generosità anche all' esecuzione di altri lavori.
Presso le Carmelitane il cardinal Samorè amava passare qualche
giornata di solitudine, silenzio, ristoro spirituale. Lo fece
anche alcuni giorni prima del suo ricovero in ospedale. Si spense
confidando nel ricordo di preghiera della comunità da lui tanto
amata. Verso il traguardo
Negli anni che seguirono la salute cominciò ad essere seriamente
compromessa. Nell'ultimo periodo presagendo che il tempo si era
fatto ormai breve ebbe modo di dire: "II Signore e
misericordioso con me, mi sta avvertendo e mi da il tempo perché
mi prepari". Fino all'ultimo mostrò quella laboriosità che
lo aveva sempre animato, anche nelle ultime settimane quando i
medici glielo permettevano o eludeva la loco sorveglianza continuo
a ricevere collaboratori, ambasciatori, ministri e amici.Alla fine
di gennaio 1983 venne ricoverato alla clinica Villa Flaminia dove
ricevette subito la telefonata del papa Giovanni Paolo II che si
interessava della sua salute e lo ringraziava per quanto aveva
fatto al servizio della Chiesa e della Sede Apostolica e in ultimo
per la pace.In pochi giorni la situazione precipito e il 3
febbraio 1983, poco prima delle nove del mattina, spirava, erano
al suo capezzale il cardinale Agostino Casaroli e pochi amici tra
cui mons. Gabriele Montalvo e mons. Faustino Sainz. Le esequie si
celebrarono nella Basilica di san Pietro presiedute da Giovanni
Paolo II. Nell'omelia il papa disse: "il suo cammino fu tutto
improntato alIa freschezza e all'entusiasmo delle primizie
presbiterali. I molti che lo hanno conosciuto, ed hanno avuto con
lui qualche familiarità, ne hanno ammirato le virtù umane,
cristiane e sacerdotali. di temperamento riservato e schivo, egli
possedeva una straordinaria carica umana che s'imponeva per la
vivacità dell'intelligenza, per la prudenza, per la larghezza del
cuore. Il raccoglimento,la preghiera, la devozione all'Eucaristia
e alla Madonna alimentavano in lui la fede, la speranza, carità e
lo allenavano,alla infaticabile e fervida operosità, che fu pure
una delle caratteristiche della sua non comune personalità".
Venne sepolto nella Chiesa del Carmelo di Vetralla accanto al
cardinale Tardini.
Conclusione
Si concludeva così la giornata terrena di un uomo
"non appariscente", ma di sicura fedeltà a Cristo e
alla Chiesa, un sacerdote e un diplomatico in cui il servizio di
Dio, dei fratelli e per la pace del mondo si erano intrecciati in
maniera fruttuosa. Quando era stato consacrato vescovo il
cardinale Antonio Samorè aveva scelto come motto episcopale, lo
stesso del Card. Giulio Alberoni: "Auxilium a Domino"
ossia "L' aiuto mi viene dal Signore", fu questa la
serena consapevolezza in cui visse e agì anche nei momenti di
maggior difficoltà e impegno. Quando nel linguaggio comune si
parla di un curiale o di un diplomatico e facile che in modo
affrettato si pensi ad una sorta di burocrate che svolge in
maniera meccanica un lavoro d'ufficio, occupato nel disbrigo di
pratiche e incartamenti. Questo era certamente lontano dal modo di
sentire del nostro cardinale, il quale ad un giovane collaboratore
a cui erano caduti alcuni fogli d'ufficio disse seriamente e
amabilmente: "Li raccolga e li tenga cari; quelle carte sana
anime". Lezione che lo stesso Samorè aveva imparato alla
scuola di Pio XII e del suo maestro Tardini. II diplomatico non
perdeva mai di vista il sacerdote. Quando nel febbraio 1993 il
cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato, che da lui ricevette
la consacrazione episcopale, commemorò il cardinal Samore disse:
"Egli ci ha insegnato che la diplomazia pontificia non e
altro che una forma di amore per i popoli, un mezzo con il quale i
Romani Pontefici si servono per collaborare per la pace e per le
nazioni. E questo e stato lo spirito di servizio di cui ci ha
lasciato un luminoso esempio.Il compianto porporato". Il
cardinal Samore ricevette durante la sua vita oltre una sessantina
di onorificenze da Capi di Stato e dai Gran Maestri di Ordini
Cavallereschi, per i suoi meriti e per Ie sue opere umanitarie,
sociali e culturali, pur apprezzando tutto questo, egli fu
soprattutto sacerdote, vescovo, cardinale per amore di Cristo
Signore e al servizio dell'umanità e della pace. Profilo umana e
spirituale Il cardinale Antonio Samorè poteva apparire a prima
vista "un uomo distaccato e chiuso" anche perché era
"parco di gesti e di parole",. controllato, riservato e
discreto. Passato, però il primo momento si scopriva che era
"semplice, aperto e cordiale nel
tratto e interessato ai problemi altrui", anche delle gente
più semplice o provata dalla vita, come i malati, gli emarginati,
i carcerati. Quando poi si trovava tra persone care e amiche
sapeva intrattenerle con gusto, confidenza e amabile cortesia, non
priva di una vena umoristica e scherzosa. Intelligente, aveva
approfittato degli anni di studio con diligenza e impegno,
"aiutato da una non comune memoria; rapidità di comprensione
dei problemi". Tutto ciò lo porto con il tempo e
l'esperienza a solidità di criterio nello studio delle questioni
e relative soluzioni. Non rinviava, non dilazionava, ma affrontava
i problemi, cercando di dare risposte sollecite e puntuali. Era di
una "tenacia che appariva instancabile e, alle volle, quasi
caparbia: quando la mole del lavoro compiuto o qualche disturbo di
salute sembravano richiedere una pausa o almeno qualche
rallentamento; chiarezza nell'affrontare situazioni o questioni le
piu complicate e straordinaria capacita di realizzazione".
Aveva un forte senso del dovere,e cercava sempre di agire con
"una soprannaturale rettitudine di intenzione": Era un
lavoratore sodo e serio, umile ed esigente con se stesso e con gli
altrio. Il carattere di base era emotivo, ansioso, suscettibile e
immediato nelle reazioni, se talvolta gli capitava di manifestare
vivacemente l'irritazione che provava o di fare una sfuriata ai
suoi collaboratori, non mancava poi prontamente di chiedere scusa
e fare gesti di pronta riconciliazione. Aveva capacita di
applicazione e di realizzazione e delle varie questioni che era
chiamato a trattare, cercava di cogliere e comprendere non solo
gli aspetti piu significativi, ma anche i piu semplici, in modo di
avere, per quanto possibile, un quadro completo e quindi valutare
il da fare. Prudente e generoso nella spendersi, aveva un senso
profondo della Provvidenza di Dio, che guida e conduce la storia
degli uomini e che si serve delle creature che si lasciano
guidare. Viveva tutto questo con fedeltà al Ministero
sacerdotale. E' stato detto di lui: "Il suo è sempre stato
ministero sacerdotale, non un ufficio, un munus". Aveva fatto
sue le virtù che san Vincenzo de Paoli raccomandava ai suoi:
semplicità, umiltà, mitezza, mortificazione e zelo per le anime.
In questo modo il sacerdote "può farsi tutto a tutti, per
tutti guadagnare a Cristo. L'Eucaristia celebrata con molta cura e
adorata era il centro della sua giornata, la forza da cui traeva
alimento per portare avanti il servizio che gli era affidato. Una
tenera pietà mariana coronava la sua vita spirituale, si affidava
all'esempio e alla protezione di Maria Mater Gratiae, a cui
raccomanda pure l'ultimo respiro. Gustava il silenzio, il
raccoglimento, la preghiera in cui si immergeva in maniera
profonda e sentita, vi "trovava calma, serenità,
gioia". Il testamento da lui redatto, il 10 maggio
1981,indica chiaramente quali erano le convinzioni profonde del
suo cuore: "Nel nome della Santissima Trinità rinnovo
anzitutto il mio atto di fede: credo tutto ciò che Dio ha
rivelato e
la Santa Chiesa
Cattolica,Apostolica, Romana insegna. Esprimo al Signore .i più
profondi sentimenti di riconoscenza per tutte le grazie, che si è
degnato di elargirmi;gli domando perdono per tutte le mie colpe.
Sono sinceramente grato a quanti, e sono moltissimi, mi hanno
fatto del bene. Chiedo scusa a tutti coloro che, in qualsiasi
modo, coscientemente o no, ho offeso e ai quali ho recato danno!
Accetto volentieri quel genere di morte, che al Signore piacerà
mandarmi". Nelle ultime disposizioni rivelava con quali
sentimenti di abbandono si rimetteva nelle mani misericordiose di
Dio. Concludo con le parole del cardinale Agostino Casaroli:
"Il forte spirito soprannaturale l'aiutava a superare qualche
difficoltà
|
|
|
|
|