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IL CARDINALE ANTONIO SAMORE’ BARDIGANO BENEMERITO

( A cura di Beppe Conti)

 

Pagine tratte dal testo di Nuovo L. – Il cardinale Antonio Samorè. Sacerdote e diplomatico al servizio della chiesa e della pace – Sorriso Francescano - 2005


LA VITA  
  LA CARRIERA  

Immagine del Cardinale A.Samorè

Antonio Tullo Giuseppe Samorè nacque a Bardi (allora Provincia di Piacenza e tutt’ora Diocesi piacentina) il 4 dicembre 1905 da Gino (1877-1956) e Giuseppina Basini (1880-1933); I suoi genitori si erano sposati nel giugno 1901 

 

 

ed avevano gia una figliola Iolanda (1902-2000). II piccolo Tonino, come abitualmente veniva chiamato in famiglia, venne battezzato il 16 dicembre,dal parroco Giuseppe Morini. II padre originario di Brisighella, era stato carabiniere. "Messo in congedo' 'Si stabilì a Bardi 

e divenne impiegato all'anagrafe. II Comune aveva la sua sede nel castello e a noi fu assegnata un'abitazione tra quelle mura turrite:

019 023 Bardi Bardi

io crebbi tra i due grandi cortili e il panorama che dall' Appennino, nell'ondeggiare dei colli verso il Taro".
La diligenza nel fare le cose, fu fin dall'infanzia, una
nota caratteristica della personalità di Antonio Samorè. La prima maestra Rosa Maruffi "amica della mamma" lo guidò nei primi studi, Tonino ne ebbe sempre un grato ricordo e mantenne con lei cordiali relazioni fino alla morte avvenuta nel 1958.


Il piccolo Tonino e la sorella Iolanda crebbero in un ambiente sereno, ma sobrio ed essenziale,che ricorderà così: "La mia fu un'infanzia austera. Il necessario non mancò mai il superfluo neppure lo cercai.
Il 24 giugno 1915 ricevette la Cresima dal vescovo di Piacenza mons. Giovanni Maria Pellizzari(1851-1920). Faceva parte dei chierichetti della parrocchia, svolgendo il suo servizio in modo assiduo, puntuale e fedele. Così scriveva: "All' età di nove o dieci anni fui invitato dal curato di allora don Egidio Bottini, a far parte dei chierichetti". Dopo qualche anno l'arciprete parroco mons. Egidio Piazza, contento del buon servizio si rivolse a mamma Giuseppina e le disse: "Signora, Tonino non potrebbe andare in Seminario? - la mamma rispose - domandiamolo a lui".
Avvenne proprio così. Chi infatti chiedeva al futuro cardinale a chi dovesse oltre al Signore, la propria vocazione, si sentiva immancabilmente rispondere: "a mia mamma
e al mio parroco". Ricorderà, inoltre, che non sapeva che cosa volesse dire andare in Seminario; me lo spiegarono; ci pensai e risposi di si". Fu un si fedele e convinto.
Nell'ottobre 1916 Tonino entra nel Seminario di Piacenza, il distacco dalla famiglia e dal paese fu doloroso, anche perche non era stato assegnato al vicino Seminario di Bedonia, ma
appunto al Seminario Urbano di Piacenza. Passato il primo momento di sofferenza si trovò bene e ci rimase volentieri. 
Di questo periodo ricorderà con stima il direttore spirituale: mons. Tarquinio Mosconie il rettore mons. Luigi Tammi e i professori mons. Umberto
Malchiodi poi vescovo di Piacenza e' mons. Adelchi Albanese poi vescovo di Viterbo.
Conclusi gli studi al Seminario urbano di Piacenza vinse il
concorso di ammissione e passò come alunno del Collegio Alberoni, aperto nel 1751 dal cardinale Giulio Alberoni e affidata ai Preti della Missione di san Vincenzo de Paoli. Era il settembre del 1921, superiore del collegio era padre Alcide Marina (1887-1950).L'ambiente era signorile, culturalmente vivace, raccolto e impegnativo. Ricordando quel periodo dirà:" Furono anni di grande austerità, ma non mi pesarono non ne fui mai infastidito neppure quando a sera venivamo chiusi a chiave nelle nostre stanzette, nel lato più quieto dell'edificio con le finestre a mezzogiorno, suI giardino".
Si deve all'intuizione di padre Marina se, in accordo con il vescovo di Piacenza Ersilio Menzani (1872-1961), alcuni alunni dell'Alberoni entrarono al servizio diretto dalla Santa Sede: i cardinali Agostino Casaroli, Silvio Oddi, Opilio Rossi e Luigi Poggi, e i vescovi Artemio Prati, Carlo Martini. 
Il cardinale Samorè rimase sempre affezionatissimo al suo Collegio, alla spiritualità e all' esempio di carità di san Vincenzo de Paoli e non mancava di presenziare a feste e momenti celebrativi.
 
Al Collegio Alberoni ricevette "l'impronta indelebile, non solo di una ordinaria cultura, ecclesiastica e generale... ma soprattutto di una spiritualità che può ben essere definita vincenziana. Una spiritualità robusta e insieme dolce; profonda e restia a vistose manifestazioni esteriori".
Nelle molteplici attività e nei diversi luoghi in cui Samorè si
trovò a svolgere il suo servizio, mai dimentico i tre punti cardini dell'insegnamento di san Vincenzo de Paoli: la missionarietà, la formazione del clero e l'attenzione alle varie forme di povertà.
Completati gli studi teologici, il 10 giugno 1928 venne ordinato sacerdote nella cattedrale di Piacenza da mons. Menzani. Il giorno seguente celebrò la prima messa nella Chiesa di
San Lazzaro, assistito dal padre Marina e nell' estate finalmente
a Bardi.Al pranzo che seguì non invito solo i parenti e la gente più in vista del paese, ma anche anziani e persone semplici  della popolazione.
Si laureò in Teologia, il 29 giugno 1929, discutendo la tesi di carattere storico-dogmatico sul primato petrino negli anni 452-523 dal titolo: "Prima sedes a nemine iudicatur".
Fu quindi inviato a prestare il suo primo servizio pastorale nella parrocchia cittadina di San Savino; in qualità di curato.
Prevosto era mons. Pio Cassinari (1870 - 1936) il quale, pur non
essendo molto anziano, era molto malfermo di salute,"mi diede fiducia, mi lasciò fare e mi affidò la gioventù maschile, l'istruzione catechistica, l'assistenza ai malati. Curavo, inoltre, il bollettino parrocchiale".
Dovette sostituire pressoché in tutto monsignor Cassinari nei periodi non brevi in cui questi era infermo. Racconterà: "Mi
trovavo bene", nel frattempo la mamma, il babbo e la sorella lo avevano raggiunto in città.
In Lituania erano trascorsi tre anni circa da quando era giunto a San Savino e il giovane sacerdote desiderava chiedere al vescovo che gli fosse assegnata una Parrocchia in campagna, ma un giorno gli giunse una richiesta del tutto inattesa. "P. Alcide Marina lo convocò
in Collegio e senza mezzi termini gli chiese: "Vuole andare in Lituania con  monsignor Arata? Risposi: Signor Superiore se crede che possa farlo"',' 'Monsignor Antonino Arata (1883-1948) era anch'egli alunno del Collegio Alberoni. Fu inviato in qualità di incaricato d'Affari della Santa Sede in Lituania ed in seguito venne nominato vescovo titolare di Sardi e consacrato dal Card. Eugenio Pacelli nella basilica di san Pietro: Mons.Arata aveva chiesto a Roma che gli mandassero qualcuno "perché il lavoro era molto e da solo non ce la faceva. Gli risposero di non aver nessuno da inviargli e gli consigliarono di cercarsi lui stesso un collaboratore".
Per questo monsignor Arata si era rivolto al P. Marina per avere consiglio e l'indicazione di qualche sacerdote; Quest'ultimo ne parlò con il vescovo Menzani che si mostrò favorevole. Quando giunse la richiesta ufficiale da parte del Sostituto della Segreteria di Stato mons. Ottaviani (1890-1979) la cosa era maturata.
Venne fatta la proposta a don Samorè che, passato momento di turbamento e pianto, anche per il pensiero di lasciar soli il babbo, la mamma e la sorella, accettò. La mamma morì qualche mese dopo la sua partenza.
La procedura era indubbiamente insolita, ma spiegabile con il fatto che la Santa Sede , dopo la prima guerra mondiale e gia durante il pontificato di Benedetto XV, proseguito con Pio XI, aveva allacciato relazioni diplomatiche con diversi stati, per cui aveva bisogno di molto personale diplomatico. Normalmente, infatti, si entra al servizio diplomatico della Santa Sede dopo una adeguata preparazione alla Pontificia Accademia Ecclesiastica di Roma e talvolta con un tirocinio più o meno lungo alla Segreteria di Stato, ma per don Antonio le cose presero un'altra piega. Era la fine di settembre del 1932.
Incominciava una straordinaria esperienza che lo accompagnò per tutta la sua vita: alla missione sacerdotale si univa la missione diplomatica.
  La Lituania fu per circa
sei anni il campo di lavoro di don Antonio; lavoro totalmente nuovo, irto di difficoltà che misero presto alla prova la sua prudenza e il suo spirito di sacrificio che meravigliarono monsignor Arata che apprezzò il suo collaboratore. Difficoltà anche perché ad un certo punto si trovo Incaricato d'Affari durante un'assenza di monsignor Arata che nel 1936 diverrà Nunzio". In quegli stessi anni ebbe modo di compiere diversi viaggi e missioni nella vicina Polonia e nei Paesi Baltici.


Negli anni passati a Kaunas monsignor Samorè si affezionò molto alla Lituania "e il suo cuore non si stacco mai dalla sorte infelice di una nazione cattolica fiera della propria identità", che nell'agosto 1940 verrà invasa dalle truppe sovietiche perdendo la propria indipendenza. "Sempre nel dopoguerra e fino alla marte, monsignor Antonio Samorè fu amico affettuoso e sollecito della comunità lituana, incoraggiando ogni iniziativa religiosa, culturale e di soccorso che sostenesse la causa del popolo oppresso e ne tenesse viva la fiera anima in attesa di risorgere".
Intanto nel 1938 aveva conseguito presso la Lateranense la laurea in Diritto Canonico con la tesi: "Concordatum inter Sanctam Sedem et Hispaniam anni 1717". Passo un breve periodo presso la Nunziatura Apostolica di Berna in qualità di Incaricato d'Affari. Venne quindi chiamato a Roma a lavorare alla Segreteria di Stato dove lo volle monsignor Domenico Tardini, contento del servizio svolto, dell'impegno profuso dal giovane Samorè.
In Segreteria di Stato negli anni che vanno dal 1938 al 1947 monsignor Samorè lavorò a fianco del Cardinale Eugenio Pacelli, Segretario di Stato di Pio XI e poi papa Pio XII, dei monsignori Domenico Tardini (1888-1961) e Giovanni Battista Montini (1897-1978), poi papa Paolo VI. Furono gli anni terribili dell'Anschluss austriaco, della crisi di Monaco, dell'occupazione tedesca della Cecoslovacchia, del patto russo-tedesco, dell'invasione della Polonia
e del conseguente scoppio della Seconda Guerra mondiale. Anni di grande sofferenza, distruzioni, crudeltà atroci, deportazioni di Ebrei e di altre popolazioni e le prove dure che affliggevano la Chiesa prima nei territori occupati dai nazisti, poi dai comunisti. L'immenso lavoro svolto dalla Santa Sede in quei terribili anni si trova negli undici volumi degli "Actes et Documents du Saint Siege relatifs a la Seconde Guerre mondiale". Ricorderà di quel periodo: "quanti appunti miei mi ritornarono con una annotazione del Card. Maglione, che con la sua larga calligrafia, sapeva occupare tutta una riga per dire: 
card Samorè! E quando l'annotazione cominciava così, quel card era lo zuccherino per addolcire la risposta negativa". Nella primavera del 1941 mons. Samorè allora minutante della prima sezione della segreteria di Stato visitò i vescovi del Nord Italia per comunicare oralmente le disposizioni relative ad un atteggiamento prudente nei riguardi del fascismo anche perché si temeva qualche provocazione da parte dei fascisti più intransigenti. Si paventava una "campagna scandalistica contro il clero".
Fu soprattutto con monsignor Domenico Tardini che il minutante Samorè entro in sintonia di lavoro, stima collaborazione, amicizia che durerà fino alla morte del primo. Alla scuola di Tardini apprese "non senza fatica la disciplina e la riservatezza; disciplina che diviene costume, abito mentale, che costa fatica acquisire, ma che non si perde più", soprattutto per uno che aveva un carattere di base,emotivo e sensibile come il Samorè.
Negli anni della guerra mons. Samorè era incaricato di seguire la situazione in Polonia e in seguito di occuparsi della sorte degli ebrei che venivano deportati in Germania. Mons. Samorè aveva redatto nel 1942 la bozza di lettera al ministro degli esteri Joachim van Ribbertop sulla dolorosa situazione in cui si trovava la Polonia. Stese , inoltre, nel giugno del 1944, un memorandum di risposta al rappresentante del presidente Roosevelt presso la Santa Sede Myron Taylor.
Quest'ultimo aveva chiesto di avere per iscritto il punto di vista del papa a riguardo del comunismo. Il testo preparato da Samorè, rivisto da Tardini, venne presentato a Pio XII che vi apporto soltanto due modifiche. "Il memorandum di Samorè opponeva le realtà dei fatti conosciuti alle promesse in cui voleva cullarsi il presidente Roosevelt. 
La situazione religiosa in
Unione Sovietica non dava alcun segno di miglioramento. 
La
legislazione antireligiosa restava in vigore". I membri del clero che erano sopravvissuti si trovavano sovente in carcere o comunque impossibilitati a svolgere il loro ministero.
Prestava anche il suo servizio per dare informazioni ai parenti che non sapevano nulla dei loro congiunti.
Il lavoro assiduo con queste "personalità di grande rilievo, di eccezionale finezza diplomatica e personale dignità" fu per lui certamente una grande scuola di vita sacerdotale e diplomatica.
Nonostante il notevole lavoro che monsignor Samorè disimpegnava in Segreteria di stato, con autentico spirito sacerdotale, si era offerto, accanto a monsignor Mario Nasalli Rocca di Corneliano,(che per molti anni svolse un prezioso servizio di assistenza dei detenuti) di assistere i carcerati rinchiusi nella prigione di Regina Coeli in Roma ed in particolare alcuni condannati a morte.
Nel servizio alla Segreteria di Stato, mons. Samorè "affinò la preparazione diplomatica con l'impegno, l' assiduità, la dedizione al lavoro, senza risparmio di forze e di orari. Gia allora ebbero modo di rivelarsi la sua intelligenza pronta, sorretta da una forte memoria, la capacita di afferrare i problemi e la volontà tenace di portarli a soluzione con criteri precisi ed organici. Ogni questione diplomatica era vista in una visione di Chiesa, una Chiesa da far conoscere ed amare anche dai piu
lontani, come madre protesa ad aprire le braccia ai popoli per soccorrerli e salvarli. 
Pio XII e Samorè per Antonio Samorè aver collaborato prima con il cardinale Eugenio Pacelli e poi aver servito i1 papa Pio XII fu un'esperienza unica tanta era l'ammirazione e la venerazione che ne aveva e che mantenne per tutta l'esistenza. Conservo come
reliquie alcuni suoi ricordi. Il primo incontro avvenne ne1 1935, ma fu soprattutto dopo i1 1938 che la collaborazione divenne via via più frequente.
Quando il 2 marzo 1939 l 'eletto papa Pio XII, dopo aver dato la
prima benedizione lasciava la loggia di San Pietro, gli si fecero incontro i monsignori Tardini e Montini e alcuni collaboratori della Segreteria di Stato tra cui Samorè. Così questi ricorderà quel momento e le parole che il nuovo pontefice disse: "Vorrei domani mattina, lanciare un primo messaggio di pace, vorrei dare un primo messaggio di pace".
Questa fu la prima preoccupazione di Pio XII "uomo di pace" e in questa sensibilità per la pace ed a questa scuola ricca di umanità che Samorè lavorò per tutti gli anni della Seconda Guerra Mondiale, accanto a Pio XII, Tardini e Montini. Evitare la guerra, quando questa scoppiò, ridurne per quanto era possibile gli effetti disastrosi, affrettare la pace, mentre si cercava di alleviare le sofferenze attraverso una vasta opera caritativo-assistenziale. L'assillo per la pace di Pio XII fu pienamente condiviso e sofferto dai suoi collaboratori.
Net 1953 Samorè, divenne segretario per gli Affari Ecclesiastici Straordinari e, da quel momento e fino alla morte del  pontefice, Le udienze e le occasioni di incontro furono più numerose. Si trovava in sintonia con gli orientamenti del Papa, con la sua visione ecclesiale e con quello che era il maggior problema del momento, l'atteggiamento da tenere di fronte al comunismo. 
Quando, il 7 ottobre 1958, si aggravarono le condizioni di salute di Pio XII, che si trovava a Castelgandolfo, fu proprio Samorè, che avvisato da mons. Nasalli Rocca, a chiamare immediatamente monsignor Tardini e dargli i ragguagli sulla situazione. 
Vescovo e Nunzio Apostolico

Alla fine della sua missione diplomatica in Colombia, la citta di Bogotà" come segno di stima e riconoscenza, per l' opera volta in favore delle classi umili gli dedicò un quartiere: il barrio Samorè uno dei più popolosi della capitale colombiana.
Segretario per gli Affari Ecclesiastici Straordinari Passarono rapidamente poco meno di tre anni quando fu richiamato a Roma per un nuovo e piu impegnativo incarico.
Va ricordato che la carica di Segretario di Stato era vacante dal 1944, anno della morte del cardinale Luigi Maglione (1877-1944), che Pio XII non aveva rimpiazzato. Il pontefice aveva preso direttamente in mano la situazione servendosi di mons. 
Tardini e di mons. Montini che alla fine di novembre del 1952
aveva elevato entrambi, fatto più unico che raro, alla carica di Pro-Segretario di Stato; il primo per gli Affari Straordinari, il secondo per gli Affari Ordinari. Fu Tardini che chiese ed ottenne dal papa che mons. Samorè venisse promosso il 17 febbraio 1953 Segretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, (che dopo la riforma di Paolo VI divenne Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa) in quella prima sezione della Segreteria di Stato che lo aveva conosciuto minutante.
Per 14 anni ricoprì questo incarico servendo alacremente tre pontefici, Pio XII, Giovanni XXIII dal 1958 al 1963 e Paolo VI dal 1963 al 1967.
Gli anni in cui mons. Samorè fu segretario degli Affari
Straordinari, fu anche il tempo della decolonizzazione, prima dell'Asia e poi dell' Africa. Con la formazione di nuovi stati le rappresentanze diplomatiche pontificie passarono da 56 a 78, i vescovi africani che all'inizio degli anni '50 erano qualche decina, al momento del Vaticano II superavano il centinaio.
Il "messaggio all' Africa" che Paolo VI lanciò negli anni '60 per incoraggiare la maturità della Chiesa africana porta l'ispirazione di mons.. Samorè". Prendendo in esame gli accordi stipulati tra la Santa Sede e diverse nazioni del mondo, durante gli anni che vanno dal '53 al '67, emergono documenti importanti: il Concordato con 1a Spagna, del generale Franco, dell'agosto 1953; con la Repubblica Dominicana' nel giugno 1954, nel quale è evidente il personale impegno di monsignor Samorè; l'accordo con la Repubblica Argentina del 10 ottobre 1966 per conformare il Concordato alle esigenze maturate dalla Chiesa post - conciliare; con l'Argentina, gia nel 1957, era intercorso un accordo per la giurisdizione castrense l'assistenza religiosa delle Forze Armate; con la Bolivia nel '58 per la giurisdizione castrense e un'altro, diversi anni dopo, sulle Missioni. Con la Repubblica Austriaca vi furono quattro accordi per l'erezione di Diocesi, l'Amministrazione Apostolica del Burgenland ed anche l'Amministrazione Apostolica Innsbruck-Feldklrch -e infine sull'ordinamento scolastico e i rapporti patrimoniali. 
Con la RepubblicaFederale Tedesca vennero stipulati cinque accordi e un concordato generale tra la Serle Apostolica e il Land della Sassonia inferiore.
Altri accordi, di vario genere, vi furono per la giurisdizione castrense con il Paraguay, la Tunisia , la Jugoslavia e Haiti.
La situazione della Chiesa ad Haiti, sotto il regime del dittatore Duvalier, era di grave tensione: tre vescovi erano stati espulsi, si era nell'impossibilita di provvedere alle diocesi e la popolazione si trovava in grande privazione e miseria. 
Il Protocollo  del 15 agosto 1966 permise di risolvere con dignità la situazione dei vescovi espulsi e di poterne nominare altri quattro che monsignor Samorè andò personalmente a consacrare. Così si rimediò a questa lacerazione e la Chiesa poté riprendere una certa attività.
Era da circa" un anno Segretario per gli Affari Ecclesiastici Straordinari che avviò una nuovissima iniziativa con la collaborazione di un minutante di valore quale monsignor Agostino Casaroli, poi Segretario di Stato:"Il frutto di questo lavoro fu la Prima Conferenza dell'Episcopato Latina-Americana (CELAM) che si tenne a Rio de Janeiro nell'estate del 1955, che impastò "un'azione di collegialità per un coordinamento continentale. A questa iniziativa seguì nel 1958 la creazione della Pontificia Commissione per l'America Latina (CAL) di cui Samorè fu prima Segretario, Vice Presidente ed infine Presidente.
Si mise in moto "un'attività di sensibilizzazione e di promozione delle vocazioni, di iniziative di apostolato laico, di opere educative e di promozione umana", che coinvolse non solo i Vescovi Latino-Americani, ma anche alcuni vescovi europei, statunitensi e canadesi. 
Fu questa la prima esperienza di solidarietà ecclesiale che coinvolse i rapporti tra nord e sud dei due continenti americani e dell'Europa, che porto nel 1959, al la Conferenza Interamericana di Washington. All'inizio del 1961 monsignor Samorè presiedette una riunione straordinaria dell'episcopato Latino-Americano a Mar del Plata (Buenos Aires)
dedicata alla questione sociale "mentre l'addensarsi di una minacciosa infiltrazione marxista rendeva urgente proporre la dottrina sociale cristiana alle coscienze dei cattolici e alle iniziative della Chiesa".
Nel 1965 compì un lungo viaggio in Brasile e partecipò all'inaugurazione del Seminario Interregionale di Recife. Fu inoltre nella delegazione che accompagnò Paolo VI nel viaggio a New York,per visitare l'Assemblea generale dell'ONU, che si tenne dal 3 al 5 ottobre 1965. 

Samorè accompagnò il Pontefice nel viaggio a Bogotà nell'agosto del 1968, per partecipare alle celebrazioni del XXXIX Congresso Eucaristico Internazionale e all'apertura della seconda Conferenza Generale dell’Episcopato Latino Americano.
Negli anni tra il 1953 e il 1967 dovette adempiere missioni esterne e legate al suo ufficio principale e che richiedevano
una grande attenzione nell'intrattenere relazioni pubbliche. Fu, inoltre, Consultore delle Sacre Congregazioni per la Dottrina della Fede,dei Vescovi, delle Chiese orientali. Fu pure presidente della Pontificia Commissione per la Russia , consulente della Commissione Preparatoria del Concilio e membro della Commissione Conciliare per l' Apostolato dei Laici.
Cardinale nel Concistoro del 26 giugno 1967 il Papa Paolo VI lo creava cardinale del titolo presbiterale di santa Maria sopra Minerva (nel concistoro del 12-XII-1974 passera al titolo suburbicario di Sabina e Poggio Mirteto). L'anno seguente diveniva Prefetto per la Sacra Congregazione per la Disciplina dei Sacramenti, carica particolarmente impegnativa in quegli anni del post-Concilio e della Riforma Liturgica promossa dal Vaticano II, che comportava responsabilità senza limiti territoriali e di essenziale rilevanza per la Chiesa e per cattolici di tutto il mondo. Per il cardinal Samorè fu un impegno di non poco conto e probabilmente non congeniale al suo modo di sentire; non mancarono difficoltà e momenti di incomprensione, ma tutto visse in spirito di servizio e di amore alla Chiesa e al Papa. Il 30 gennaio 1974 Paolo VI 10 nominava Bibliotecario e Archivista di Santa Romana Chiesa, incarico che tenne fino alla morte. Avendo gusto per gli studi storici, l'Archivio ebbe da lui "prestigio e organizzazione" di grande rilievo: tra le moltissime iniziative egli portò ad alto livello la Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica creata fin dall'epoca di Leone XIII. 
Promosse Ie celebrazioni del centenario dell'apertura agli studiosi delI'Archivio Segreto Vaticano e favorì la creazione della grande struttura di deposito del materiale archivistico nell’area del cortile della Pigna, la cui inaugurazione avvenne il 18 ottobre 1980 alla presenza del papa Giovanni Paolo II. Durante il suo servizio l'Archivio e la Biblioteca conobbero eventi importanti: congressi, convegni, mostre di codici pregevoli, esposizione di documenti e in particolare, la celebrazione del V° Centenario della fondazione della Biblioteca Apostolica Vaticana.
Il 6 agosto 1978 aveva celebrato a Bardi, con la partecipazione dei Cardinali Opilio Rossi e Mario Casariego, ,il suo 50° di Sacerdozio. La giornata era stata serena e festosa, ma, a sera, dopo le 21,40 giunse la notizia che Paolo VI era morto a Castelgandolfo. Il mattino seguente i tre Cardinali partirono per Roma per partecipare alle esequie del defunto Pontefice e al seguente Conclave che porto all'elezione di Giovanni Paolo I (1913-1978). Al pontificato di un mese circa seguì naturalmente il conclave da cui uscì eletto il Papa Giovanni Paolo II (1920-2005). 

La missione di pace trascorsero poco più di due mesi dall' elezione, che Giovanni Paolo II gli affidò l'impegnativo incarico di un arbitratoper comporre la vertenza sorta tra le due grandi repubbliche dell' Argentina e del Cile che erano sull'orlo di una guerra per il possesso del Canale di Beagle nella 'Terra del Fuoco.' .
Nella mattinata della vigilia di Natale del 1978 si tenne, nell' appartamento del cardinale un incontro per preparare il viaggio a cui parteciparono, mons. Casaroli,mons. Montalvo, mons. Sainz Munoz e il gesuita Fiorello Cavalli. Il Cardinale Samorè partì la sera di Natale del 1978, da Fiumicino, per Buenos Aires come rappresentante ufficiale del Papa" accompagnava monsignor Faustino Sainz Munoz. Andava come messaggero di pace e "pur trepidando che le due nazioni potessero affrontarsi con le armi, pur prevedendo le difficoltà e le complicazioni della missione, era lieto di dare se stesso a quei popoli che tanto amava, per un generoso tentativo in nome della Chiesa e del Papa".
Testimonianza di S.E. mons. Montalvo Alcuni giorni fa, l'eccellente anzi Eminentissimo amico, il Cardinale Achille Silvestrini, mi telefonava a Belgrado per propormi l'amabile invito e il gentile desiderio di farmi partecipare in questa adunanza del Circolo di Roma.
Egli mi domandava se, in occasione della commemorazione del X anniversario della pia morte del compianto e per tanti titoli ammirato e caro Cardinale Antonio Samorè, sarei stato disposto a tenere una 
conversazione sull'opera della Mediazione compiuta dalla Santa Sede tra le Repubbliche di Argentina e di Cile e più specificatamente sui ruolo avuto dallo stesso Cardinale Samorè in tale importante processo.
Facendo subito presente la drammatica e incerta situazione in cui si.vive a Belgrado e la conseguente difficoltà per prendere un impegno del genere e anche per venire a Roma e rilevando inoltre che non disponevo del materiale necessario per preparare un esposto su questo argomento tanto interessante ma nello stesso tempo tanto impegnativo, non ho tuttavia creduto di 
poter sottrarmi alla richiesta che mi veniva rivolta.
Entro questi limiti, sono lieto e grato di essere oggi qui per rievocare con voi la memoria del Cardinale Samorè. Sin dall'inizio del Suo Pontificato e quaIe una delle principali mete del Suo supremo servizio alla Chiesa e alla umanità, il Santo Padre Giovanni Paolo II ha avuto un incessante preoccupazione per il mantenimento della pace e ha svolto una molteplice e fattiva opera diretta ad evitare i contrasti o a cercare di risolverti per le vie del negoziato e dell'intesa pacifica. Essendo, per così dire, parte interessata, mi verrebbe
quasi spontaneo pensare ai numerosissimi interventi del Sommo Pontefice e della Santa Serle a riguardo della crudele e irragionevole guerra che ha coinvolto le diverse Repubbliche che formarono la Jugoslavia.
Ma tra le iniziative di pace intraprese dal Santo padre Giovanni Paolo II, quella della Mediazione tra le Repubbliche di Cile e di Argentina occupa senza dubbio un posto di primissima importanza. Essa e stata assunta dal Papa con un gesto di enorme coraggio, poiché umanamente parlando era difficile prevedere che si potesse giungere ad un risultato soddisfacente per le Parti.
Con grande fede, per amore alle due nazioni e con piena fiducia nella Provvidenza, Sua Santità ha accolto la richiesta fatta dai due Paesi affinché la Santa Sede prendesse la responsabilità di condurre la Mediazione. Purtroppo, come è stato messo in risalto, a suo tempo, da personalità di ambo i Paesi, I'opinione pubblica mondiale e Ie stesse istanze internazionali non hanno Corse compreso sufficientemente L'importanza del positivo risultato ottenuto dalla Mediazione.
In ogni caso, nei mass media e nei diversi fori internazionali non e stato debitamente rilevato il significato che aveva e che ha per la comunità internazionale il fatto che non la guerra ma la trattativa e il compromesso sana la via accettabile per superare le differenze e le contrapposizioni tra gli uomini e i popoli. Parlare della Mediazione di cui ora ci occupiamo, non è quindi solamente un piacevole esercizio
mentale, ma direi che e un preciso dovere nei confronti di una saggia, coraggiosa e tempestiva iniziativa del Santo Padre.
Con dolore e preoccupazione bisogna 
purtroppo constatare la presenza, nelle più diverse latitudini del mondo, di piccoli o grandi conflitti armati, i quali minacciano o turbano la convivenza tra i popoli e tra le Nazioni.
Basterebbe pensare alle tensioni, alle sofferenze, alle violenze incredibili commesse nelle vicine regioni balcaniche. La pace non e un dona che si ottiene con semplici desideri o dichiarazioni più o meno sincere dei contendenti.
La pace occorre crearla. 
Tale fu infatti il compito che il Santo Padre affidò al Cardinale Antonio Samorè, nel momento in cui prese la decisione di inviarlo a Buenos Aires e a Santiago.
Sembrava allora che tra i due Paesi fosse inevitabile lo scoppio di un conflitto bellico. Con grande intelligenza e tempestività, senza perdere un solo istante, com'era sua abitudine, ricorrendo alla sua grande energia e nella stesso tempo alla sua comprovata abilita diplomatica, il Cardinale è riuscito ad ottenere che gli avversari firmassero un 
accordo a Montevideo. Con tale intesa, non solamente si escludeva il ricorso alla forza e s'impediva la guerra, ma, come amava dire proprio il Cardinale Samorè, già allora sono apparse le prime luci di una lunghissima giornata, durata poi per anni, il cui radioso tramonto doveva essere la firma di un Trattato di Pace e di Amicizia tra i pili qualificati Rappresentanti dei due Paesi.
Il Cardinale Samorè comprese bene che, attesa la profondità delle divergenze che separavano le due Nazioni, l'avere fermato un'eventuale guerra era solamente un passo iniziale.
Constatando inoltre il desiderio di pace dei componenti i due popoli che, oltre ad essere confinanti, avevano sempre mantenuto vincoli non solo di amicizia ma di fratellanza, il Porporato, con la dovuta discrezione, colse ogni occasione per fare si che i responsabili delle due nazioni giungessero a prendere in seria considerazione il ricorso ad una via pacifica per la soluzione della annosa controversia.
Sin dal suo primo intervento, il Cardinale ebbe infatti un chiaro proposito. Per lui non era abbastanza che non ci fosse stata la guerra o che si trovasse una qualche maniera per ristabilire un normale, buon rapporto tra Cile e Argentina.
In considerazione della loro posizione geografica, degli interessi umani, economici, in un certo senso comuni, delle loro tradizioni, per il fatto che si trattava di due Paesi, i cui abitanti erano e sono in maggioranza cattolici, e per tanti altri motivi, il Cardinale ha data alla sua opera un carattere del tutto positivo. Occorreva, secondo lui, risolvere si la controversia, ma creando delle fondamenta per una vera
amicizia e una fruttuosa collaborazione fra le due Parti nei più ampi e variati settori di vita. A questi criteri si e infatti ispirata la proposta del Mediatore alle due Parti, che è stata poi il filo conduttore dell'intera trattativa.
E veramente un gratissimo compito ricordare e rilevare la parte avuta dal Cardinale Samorè per far nascere, per sviluppare, per difendere il processo
di mediazione, una volta  instaurato perfino da qualche intemperanza proveniente dalle stesse due Parti interessate.
Con timore, poi, frutto di prudenza ed esperienza e di una profonda e precisa conoscenza degli uomini e delle case, ma con grande fiducia nella Provvidenza e anche negli uomini, il Cardinale Samorè guardò sempre ad una felice conclusione del processo di ediazione.
Mons. Faustino Sainz Munoz, al presente Nunzio Apostolico in Zaire, , ebbe la fortuna di essere collaboratore del Cardinale Samorè, sin dal viaggio a Buenos Aires, Santiago e Montevideo. Egli, meglio di nessuno altro, avrebbe potuto tenere o completare questa relazione. Con lui, in
ogni caso, siamo stati testimoni e nella stesso tempo volenterosi partecipi dell'azione intelligente, sottile, piena di umanità e profondamente radicata nella spirito evangelico, azione condotta dal compianto e benemerito Porporato, con straordinaria pazienza, con uno zelo tale che, pure nella molteplicità dei suoi impegni, il Cardinale sembrava dare l'impressione che la sua sola occupazione fosse quella di dare soluzione ai problemi esistenti tra l' Argentina e il Cile. Egli aveva certamente la convinzione - comunicata anche a mons. Sainz e a me - di compiere qualche cosa di prettamente ecclesiale e di servizio al bene superiore della pace. II Santo Padre considerò quindi opportuno affidare al Cardinale Samorè l'incarico di dirigere il processo di mediazione. Fu permanente preoccupazione e impegno del Rappresentante del Mediatore di tenere informato il Santo Padre anche dei minimi dettagli e di eseguire scrupolosamente le Sue direttive e indicazioni. Molti furono gli interventi del Santo Padre, ai quali possiamo dare il qualificativo di pubblici. In diverse occasioni Sua Santità ricevette personalità qualificate e anche i membri delle delegazioni appositamente accreditate dai rispettivi Governi. Inoltre, nei momenti più salienti del processo di mediazione, il Somma Pontefice, o con relativi solenni discorsi o con lettere autografe indirizzate alle più alte autorità dei due Paesi, ha voluto far conoscere il Suo pensiero e tracciare concreti criteri che riteneva necessari o più convenienti ai fini dell'impostazione e dello svolgimento delle trattative medesime, Le quali hanno seguito e sviluppato in massima parte i postulati contenuti nella Proposta del Papa. La Mediazione si e poi conclusa alla  presenza stessa del santo Padre. D'altra parte, il Cardinale Samorè era ricevuto frequentemente dal Santo Padre per riferire sull'andamento della Mediazione e per ricevere direttamente da Lui le pertinenti istruzioni. II Porporato si vantava, anzi, del fatto che in incontri occasionali Sua Santità non ometteva mai di porgli delle domande sui lavoro della Mediazione. In tutte le fasi del processo il Cardinale si e mantenuto in stretto contatto con gli Episcopati argentino e cileno e con le rappresentanze Pontificie nelle due capitali. A tutti è ben noto il prezioso contributo offerto, sia per scongiurare il pericolo della guerra che per facilitare poi le trattative, dagli Ecc.mi Nunzi Apostolici in Santiago e in Buenos Aires, gli attuali Signori Cardinali Angelo Sodano e Pio Laghi e l'ecc.mo mons.Ubaldo Calabresi. Nello svolgimento del suo alto incarico, con zelo e minuziosità quasi eccessive, il Cardinale ha voluto conoscere bene a fondo i termini esatti della controversia e i punti di vista e i pensieri e desiderata delle due Parti. Ha quindi raccolto una documentazione abbondantissima, fornita in buona parte dalle Delegazioni dei due Paesi, di testi storici e giuridici, di carte geografiche, di pareri, il materiale raccolto ha riempito tutti gli scaffali che esistevano nell'Ufficio dell'Archivista di Santa Romana Chiesa, E’ stato, anzi, necessaria crearne dei nuovi. Lo stesso Cardinale ha sistemato il materiale in perfetto ordine, con relative schede di Archivio. Ricordo che godeva nel segnalare ai suoi ospiti e visitatori gli scaffali, facendo rilevare, con un pizzico di "Humour", di cui non mancava, la quantità di metri riempita dai documenti. Quando, per generosità del Cardinale e benevola decisione dei Superiori, sono stato chiamato a collaborare nella Mediazione, il Cardinale ha voluto che prendessi quanta prima visione dei documenti da lui ritenuti più significativi e importanti, in modo di potere incominciare a lavorare immediatamente. Mi ha fatto quindi consegnare subito una quindicina di chili di documenti, che dovevo portare ad Algeri, dove era in quel tempo Nunzio Apostolico. Ritornando a Roma, dopo pochi giorni, ho dovuto subire una specie di esame. II Cardinale, con il suo marcato senso del dovere, voleva accertarsi se ero ormai in grado di partecipare agli incontri separati con le delegazioni dei due Paesi, che erano in quel momento frequentissimi. Com'e ovvio, i contatti e gli incontri con queste delegazioni hanno formato una grande parte del lavoro del Cardinale. Abituato all'arte della trattativa,  ma parimenti a una notevolissima padronanza di se stesso, il Cardinale ha saputo stabilire con i membri delle delegazioni un rapporto di cordiale e dignitosa amicizia e nella stesso tempo di scrupolosa serietà nella svolgimento dei lavori propriamente detti. Sia per la preparazione della proposta del Mediatore, la quale ha richiesto uno spazio di tempo molto prolungato, che per le negoziazioni che in base ad essa sana poi seguite, le conversazioni con le due delegazioni si sono protratte per settimane, mesi e anni.

 Ogni incontro veniva minuziosamente preparato da (Cardinale, il quale redigeva immediatamente dopo un apposito Verbale, che, a seconda delle circostanze, veniva portato a conoscenza del Santo Padre. Spesso come è ben comprensibile, i Capi delle delegazioni erano costretti a chiedere istruzioni ai rispettivi governi e in attesa delle loro risposte era necessario rimandare o interrompere i lavori. Tali attese diventavano molto penose per il Rappresentante del Mediatore che avrebbe desiderato giungere in termini assai più brevi a risultati più concreti. Ma questi lassi di tempo di apparente inazione erano approfittati per meglio e più profondamente riflettere su quei punti che sembrano essere di meno facile accettazione dall'una o dall'alta Parte o che creavano ostacoli all'azione del Mediatore. I colloqui delle delegazioni erano impostati a uno stretto senso di onestà e di giustizia. Alcune volte occorreva toccare argomenti che potevano risultare meno graditi all’una o all'altra delegazione o per- fino provocare una loco chiusura o rifiuto. In due occasioni, in particolare, il Cardinale ha considerato che le tesi esposte dal delegato o dai delegati non erano ragionevoli e, dopo aver tentato inutilmente di convincere l'interlocutore, il Porporato si e chiuso nel più totale mutismo, rimanendo cosi per una mezz'ora, con imbarazzo sono venute le occorrenti scuse e si e ristabilito quell'ambiente di serenità che, nonostante le enormi difficoltà che si sono suscitate durante il processo di mediazione, è sempre prevalso. Sia da parte degli amici argentini che di quelli cileni, più di una volta e stato osservato che  l'energia e la rettitudine del Cardinale Samore non erano semplici qualità umane. Gli ambasciatori Berstein e Benadava, se ben ricorso, mi hanno una volta confidato che ammiravano profondamente ilo tenore di vita del Cardinale e che dava a loro sicurezza il sapere che il Porporato non solo curava la preparazione degli argomenti che dovevano essere discussi, ma dedicava le prime ore della sua giornata alla orazione mentale e alla celebrazione dell'Eucarestia. Pur non essendo cattolici tutti i membri delle delegazioni, nelle sedute congiunte e con il beneplacito di tutti, il Cardinale non ometteva mai di fare una preghiera. Occorrerebbe infatti dire che il Cardinale era ossessionato dall'esigenza della giustizia e perciò trovava difficoltà a comprendere la posizione di quelli che avversavano il processo di mediazione o che consideravano che esso potesse favorire di più all'una o all'altra parte. Il Signore non gli ha voluto concedere la soddisfazione di vedere realizzato il sogno di portare a felice termine la Mediazione che gli e stata presente nella mente e nel cuore fino all'ultimo momento della sua vita. Proprio il giorno della sua morte e a sua richiesta, eravamo andati con mons. Sainz a celebrare la Santa Messa , accanto al letto del Cardinale. Egli non ha potuto concelebrare, ma ha seguito il sacro rito con piena coscienza e evidente devozione, ricevendo la Eucarestia. Dopo il suo ringraziamento al Signore, ha chiesto a noi due di avvicinarci al letto e prendendoci per mano ci ha detto: lascio a voi di proseguire questo processo di mediazione, se credere che qualche cosa possa essere cambiata, fate pure. Abbiamo ancora meglio capito quanto intensamente stava a cuore al Cardinale che l'opera da lui seguita con tanta lucidità, dedizione e senso di responsabilità potesse essere coronata da un autentico e proficuo ravvicinamento tra l'Argentina e il Cile: Pochi minuti dopo il Cardinale è tornato alla casa del Padre. Dopo la scomparsa del Cardinale, la Mediazione ha avuto degli alti e bassi e perfino dei momenti in cui sembrava destinata a fallire. Essa finalmente si è conclusa con pieno successo e sembra che, grazie al Signore, continua ancora a ispirare azioni di amicizia e di pace tra le due nazioni. L'interlocutore del Cardinale Samorè ha certamente guidato i passi di quanti, adempiendo i mandati del Santo Padre e sotto l'immediata direzione del Signor Cardinale Agostino Casaroli, allora Segretario di Stato, coadiuvato dall'allora ecc.mo Monsignor Silvestrini, abbiamo avuto la gioia di partecipare alla firma del Trattato di Pace e di Amicizia e di vederlo poi ratificato dalle due parti interessate. Con senso di giustizia e con profonda soddisfazione, e quindi doveroso constatare che ciò che il Cardinale Samorè aveva ideato con perspicacia e profetica visione e per cui aveva speso senza riserve le energie della sua chiara mente e della sua ferma volontà, ha avuto quindi pieno compimento. L'omaggio che le Ambasciate di Argentina e di Cile presso la Santa Serle hanno voluto rendere., con questo atto al Circolo di Roma, è ancora una conferma dell'apprezzamento e della gratitudine delle loro Nazioni al grande Cardinale Samorè.. Villa Nazareth Il rapporto del Card. Samore con Villa Nazareth nasce dalla consuetudine con il Card. Tardini,fin da quando, negli anni '40, lavorava nel suo ufficio ed abitava con lui: Villa Nazareth nacque nel 1946, all'indomani della guerra. mons. Tardini si prodigava nell'aiutare varie istituzioni di beneficenza sorte per alleviare situazioni di povertà e di abbandono specialmente dell' infanzia e vi faceva confluire cospicui aiuti di benefattori americani. Egli progettò un'istituzione sua, che accogliesse bambini orfani o figli di famiglie numerose, intellettualmente dotati e sprovvisti di mezzi, ai quali dare,una educazione. Continuando la tradizione del Card. Tardini, mons. Samorè propiziava la solidarietà di amici e benefattori e la collaborazione di docenti e uomini di cultura. Si interessava personalmente agli studi e alla vita degli studenti, con sacrificio, sensibilità e partecipazione profonde. Nell'estate 1968 questo rapporto subì una crisi ,che andò aggravandosi per tensioni che lo fecero molto soffrire e lo indussero a chiedere alla Segreteria di Stato di designare una commissione che studiasse i problemi dell’Istituto. Nel luglio del 1969 la commissione decise di sospendere le attività di Villa Nazareth, e fu li momento più doloroso per tutti e per lui: gli alunni della Media rientrarono in famiglia, mentre gli studenti universitari e quelli del ginnasio-liceo si riunirono volontariamente a Roma, in alcuni appartamenti, dando vita ad una comunità autogestita, col valido sostegno di mons. Silvestrini, della prof.ssa Angela Groppelli, e di amici autorevoli, fra i quali il Sostituto della Segreteria di Stato mons. Giovanni Benelli. Erano cinquanta ed i più grandi di età si posero come riferimento ai più piccoli, in un'esperienza di aiuto fraterno, di attenzione ad ogni persona, di proposta cristiana e di approfondimento culturale che permise a quasi tutti di portare a compimento gli studi liceali e universitari. Quando, dopo un decennio, i cinquanta furono laureati, emerse tra di essi II desiderio di attuare la parte piu profonda dell'ideale del cardinale Tardini: restituire ad altri giovani il frutto dei propri talenti. Nel 1980 si costituì la Comunità Domenico Tardini che cominciò ad accogliere prima a via Dezza, e poi a via Palombini, i primi studenti. In questa iniziativa il cardinale Samore colse subito, con aperta intuizione, il segno che Villa Nazareth stava per rinascere. Era gia sofferente per la malattia e nel colloquio del 6 gennaio 1983 volle dare a mons. Silvestrini e alla Comunità il suo riconoscimenta e la consegna ideale. In quello stesso anno Villa Nazareth risorse come collegio universitario, arricchito per la prima volta da un gruppo di studentesse. La Comunità prese cura anche della Scuola Media parificata che il Card. Samore aveva creato a Villa Nazareth sotto la presidenza della sorella prof.ssa Jolanda, e che la comunità sviluppo per alcuni anni in un corso di ginnasio-liceo. II Carmelo di Vetralla Alla morte di Tardini (luglio 1961), succedendogli nella cura del monastero "Monte Carmela" di Vetralla, mons. Antonio Samore mostrò per il monastero uguale premura ed interesse sia nelle case spirituali che materiali. Nel suo paterno rapportarsi alle carmelitane si manifestava in lui una profonda umiltà, che faceva vela alla cultura e ai meriti del laborioso servizio gia prestato con disinteresse alla Chiesa. Desiderava che la comunità religiosa fosse animata da gratitudine per i benefici ricevuti dal card. Tardini e che non venisse mai meno alla spirito di donazione al Signore nella vita comunitaria; questo raccomandava specialmente nella celebrazione del terzo centenario di fondazione del monastero (1669-1969) quando aveva rinnovato la cappella delle monache secondo la riforma liturgica e vi aveva definitivamente sistemato la tomba del Card. Tardini impreziosendola con un artistico bassorilievo in bronzo raffigurante Cristo che ascende al cielo. Nella stessa tomba mons. Samore aveva predisposto che alla sua morte fossero accolte le proprie spoglie. Nel 1971 collaborò con il Comune di Vetralla alla costruzione del muro di cinta della clausura e fece installare nella casa il riscaldamento centrale per la chiesetta, Le celle delle religiose e i luoghi dove la comunità si raduna per il lavoro e gli atti comuni. Costante la sua assistenza alle carmelitane con la parola, l'incoraggiamento e nuove iniziative, cooperando con generosità anche all' esecuzione di altri lavori. Presso le Carmelitane il cardinal Samorè amava passare qualche giornata di solitudine, silenzio, ristoro spirituale. Lo fece anche alcuni giorni prima del suo ricovero in ospedale. Si spense confidando nel ricordo di preghiera della comunità da lui tanto amata. Verso il traguardo Negli anni che seguirono la salute cominciò ad essere seriamente compromessa. Nell'ultimo periodo presagendo che il tempo si era fatto ormai breve ebbe modo di dire: "II Signore e misericordioso con me, mi sta avvertendo e mi da il tempo perché mi prepari". Fino all'ultimo mostrò quella laboriosità che lo aveva sempre animato, anche nelle ultime settimane quando i medici glielo permettevano o eludeva la loco sorveglianza continuo a ricevere collaboratori, ambasciatori, ministri e amici.Alla fine di gennaio 1983 venne ricoverato alla clinica Villa Flaminia dove ricevette subito la telefonata del papa Giovanni Paolo II che si interessava della sua salute e lo ringraziava per quanto aveva fatto al servizio della Chiesa e della Sede Apostolica e in ultimo per la pace.In pochi giorni la situazione precipito e il 3 febbraio 1983, poco prima delle nove del mattina, spirava, erano al suo capezzale il cardinale Agostino Casaroli e pochi amici tra cui mons. Gabriele Montalvo e mons. Faustino Sainz. Le esequie si celebrarono nella Basilica di san Pietro presiedute da Giovanni Paolo II. Nell'omelia il papa disse: "il suo cammino fu tutto improntato alIa freschezza e all'entusiasmo delle primizie presbiterali. I molti che lo hanno conosciuto, ed hanno avuto con lui qualche familiarità, ne hanno ammirato le virtù umane, cristiane e sacerdotali. di temperamento riservato e schivo, egli possedeva una straordinaria carica umana che s'imponeva per la vivacità dell'intelligenza, per la prudenza, per la larghezza del cuore. Il raccoglimento,la preghiera, la devozione all'Eucaristia e alla Madonna alimentavano in lui la fede, la speranza, carità e lo allenavano,alla infaticabile e fervida operosità, che fu pure una delle caratteristiche della sua non comune personalità". Venne sepolto nella Chiesa del Carmelo di Vetralla accanto al cardinale Tardini.  Conclusione   Si concludeva così la giornata terrena di un uomo "non appariscente", ma di sicura fedeltà a Cristo e alla Chiesa, un sacerdote e un diplomatico in cui il servizio di Dio, dei fratelli e per la pace del mondo si erano intrecciati in maniera fruttuosa. Quando era stato consacrato vescovo il cardinale Antonio Samorè aveva scelto come motto episcopale, lo stesso del Card. Giulio Alberoni: "Auxilium a Domino" ossia "L' aiuto mi viene dal Signore", fu questa la serena consapevolezza in cui visse e agì anche nei momenti di maggior difficoltà e impegno. Quando nel linguaggio comune si parla di un curiale o di un diplomatico e facile che in modo affrettato si pensi ad una sorta di burocrate che svolge in maniera meccanica un lavoro d'ufficio, occupato nel disbrigo di pratiche e incartamenti. Questo era certamente lontano dal modo di sentire del nostro cardinale, il quale ad un giovane collaboratore a cui erano caduti alcuni fogli d'ufficio disse seriamente e amabilmente: "Li raccolga e li tenga cari; quelle carte sana anime". Lezione che lo stesso Samorè aveva imparato alla scuola di Pio XII e del suo maestro Tardini. II diplomatico non perdeva mai di vista il sacerdote. Quando nel febbraio 1993 il cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato, che da lui ricevette la consacrazione episcopale, commemorò il cardinal Samore disse: "Egli ci ha insegnato che la diplomazia pontificia non e altro che una forma di amore per i popoli, un mezzo con il quale i Romani Pontefici si servono per collaborare per la pace e per le nazioni. E questo e stato lo spirito di servizio di cui ci ha lasciato un luminoso esempio.Il compianto porporato". Il cardinal Samore ricevette durante la sua vita oltre una sessantina di onorificenze da Capi di Stato e dai Gran Maestri di Ordini Cavallereschi, per i suoi meriti e per Ie sue opere umanitarie, sociali e culturali, pur apprezzando tutto questo, egli fu soprattutto sacerdote, vescovo, cardinale per amore di Cristo Signore e al servizio dell'umanità e della pace. Profilo umana e spirituale Il cardinale Antonio Samorè poteva apparire a prima vista "un uomo distaccato e chiuso" anche perché era "parco di gesti e di parole",. controllato, riservato e discreto. Passato, però il primo momento si scopriva che era "semplice, aperto e cordiale  nel tratto e interessato ai problemi altrui", anche delle gente più semplice o provata dalla vita, come i malati, gli emarginati, i carcerati. Quando poi si trovava tra persone care e amiche sapeva intrattenerle con gusto, confidenza e amabile cortesia, non priva di una vena umoristica e scherzosa. Intelligente, aveva approfittato degli anni di studio con diligenza e impegno, "aiutato da una non comune memoria; rapidità di comprensione dei problemi". Tutto ciò lo porto con il tempo e l'esperienza a solidità di criterio nello studio delle questioni e relative soluzioni. Non rinviava, non dilazionava, ma affrontava i problemi, cercando di dare risposte sollecite e puntuali. Era di una "tenacia che appariva instancabile e, alle volle, quasi caparbia: quando la mole del lavoro compiuto o qualche disturbo di salute sembravano richiedere una pausa o almeno qualche rallentamento; chiarezza nell'affrontare situazioni o questioni le piu complicate e straordinaria capacita di realizzazione". Aveva un forte senso del dovere,e cercava sempre di agire con "una soprannaturale rettitudine di intenzione": Era un lavoratore sodo e serio, umile ed esigente con se stesso e con gli altrio. Il carattere di base era emotivo, ansioso, suscettibile e immediato nelle reazioni, se talvolta gli capitava di manifestare vivacemente l'irritazione che provava o di fare una sfuriata ai suoi collaboratori, non mancava poi prontamente di chiedere scusa e fare gesti di pronta riconciliazione. Aveva capacita di applicazione e di realizzazione e delle varie questioni che era chiamato a trattare, cercava di cogliere e comprendere non solo gli aspetti piu significativi, ma anche i piu semplici, in modo di avere, per quanto possibile, un quadro completo e quindi valutare il da fare. Prudente e generoso nella spendersi, aveva un senso profondo della Provvidenza di Dio, che guida e conduce la storia degli uomini e che si serve delle creature che si lasciano guidare. Viveva tutto questo con fedeltà al Ministero sacerdotale. E' stato detto di lui: "Il suo è sempre stato ministero sacerdotale, non un ufficio, un munus". Aveva fatto sue le virtù che san Vincenzo de Paoli raccomandava ai suoi: semplicità, umiltà, mitezza, mortificazione e zelo per le anime. In questo modo il sacerdote "può farsi tutto a tutti, per tutti guadagnare a Cristo. L'Eucaristia celebrata con molta cura e adorata era il centro della sua giornata, la forza da cui traeva alimento per portare avanti il servizio che gli era affidato. Una tenera pietà mariana coronava la sua vita spirituale, si affidava all'esempio e alla protezione di Maria Mater Gratiae, a cui raccomanda pure l'ultimo respiro. Gustava il silenzio, il raccoglimento, la preghiera in cui si immergeva in maniera profonda e sentita, vi "trovava calma, serenità, gioia". Il testamento da lui redatto, il 10 maggio 1981,indica chiaramente quali erano le convinzioni profonde del suo cuore: "Nel nome della Santissima Trinità rinnovo anzitutto il mio atto di fede: credo tutto ciò che Dio ha rivelato e la Santa Chiesa Cattolica,Apostolica, Romana insegna. Esprimo al Signore .i più profondi sentimenti di riconoscenza per tutte le grazie, che si è degnato di elargirmi;gli domando perdono per tutte le mie colpe. Sono sinceramente grato a quanti, e sono moltissimi, mi hanno fatto del bene. Chiedo scusa a tutti coloro che, in qualsiasi modo, coscientemente o no, ho offeso e ai quali ho recato danno! Accetto volentieri quel genere di morte, che al Signore piacerà mandarmi". Nelle ultime disposizioni rivelava con quali sentimenti di abbandono si rimetteva nelle mani misericordiose di Dio. Concludo con le parole del cardinale Agostino Casaroli: "Il forte spirito soprannaturale l'aiutava a superare qualche difficoltà

 

 

   
 

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