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CONTRIBUTO PER UNA RICERCA SU LA
 "VIA DEGLI ABATI" DI BOBBIO:


DA BOBBIO A PONTREMOLI PER ROMA

Di G. Magistretti  

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Scopo delle note che seguono è cercare di individuare quella che successivamente sarà chiamata la "Via degli Abati". Sotto tale appellativo si intende indicare la strada che i monaci di Bobbio, dal VII all’VIII secolo, seguivano nei loro viaggi per Roma. prima che la via Francigena di monte Bardone assumesse il ruolo che ben si conosce. ll percorso considera il tratto Bobbio — Boccolo dei Tassi — Bardi dove la Via si inserisce in quella dei Monasteri regi, per proseguire poi per Gravago e Pontremoli verso Roma. Sulla prima parte ditale tracciato, tuttavia, da Bobbio a Boccolo dei Tassi, non si sono ancora trovati documenti che confermino in maniera certa il cammino. Ciononostante il percorso appare adatto per le minori difficoltà, con reperti altomedioevali in alcune strutture abitative e ben ambientato da un punto di vista geografico. Si spera che tra i tanti personaggi di statura europea, abati o vescovi, capitali a Bobbio nel periodo dal 600 al 1000, qualcuno abbia lasciato una testimonianza o un riscontro che aiuti questa ricostruzione.  

1. L’Abbazia e la "Via degli Abati"

ll monastero di Bobbio, fondato da San Colombano nel 613, ha costituito per tutto il periodo un indiscusso centro di cultura e di civiltà per tutta l’Italia settentrionale, tanto da essere più volte nominato come la "Montecassino del nord". La concessione a Colombano — reduce da molteplici viaggi attraverso l’Europa e già famoso per l’attività di Luxeuil e le storie relative con i sovrani franchi — dell’area per costruirvi il monastero fu un’intelligente iniziativa del re Agilulfo. Egli, affidando ad un personaggio di indubbia personalità come il monaco irlandese, la fondazione del monastero di Bobbio, compì un atto decisivo di quella lungimirante politica dei monasteri attuata dai re longobardi. Bobbio costituì un centro strategico, nel sistema di strutture fortificate per la strada del Borgallo, la meno pericolosa delle vie per Roma, fino a quando Monte Bardone (l’odierna Cisa) rimase in mano ai Bizantini che ne controllavano il passaggio. Collegato con i monasteri di Gravago, Corte Torresana e San Giovanni in Pontremoli, Bobbio consentiva un controllo completo della strada per Roma attraverso l’Appennino.

Solo dopo la conquista della costa ligure, la cosiddetta "Maritima" da parte di Rotari e della fortezza della Cisa nell’Vili secolo, si affermò come percorso principale quella che, con Sigerico, diventerà la via Francigena di monte Bardone. Fino all’VilI e IX secolo i percorsi verso la Tuscia e Roma, passavano infatti per lo più attraverso Vai Ceno e Val Taro.

Gli abati di Bobbio, del primo periodo, sono personaggi di grande rilievo che arrivano in Val Trebbia attratti dal fascino culturale, religioso e politico che il nome di Colombano e la potenza del Monastero esercitano sulla società del tempo. Alcuni risiedono stabilmente a Bobbio, altri i "commendatari" da Wala in poi, probabilmente non vi furono mai: loro fiduciari o emissari dovettero, comunque, arrivare a B.obbio per incassare le rendite e mantenere i rapporti con il Papà a Roma e con re ed imperatori nelle rispettive corti.

La provenienza internazionale degli abati è riprova dell’impatto dell’Abbazia: Attala è discepolo burgundo di Colombano, Bertulfo di Metz, Bobuleno di origine probabilmente Attecotta1, Comogalus irlandese, Cumiano già abate o vescovo scozzese o irlandese. Wala, che stenderà un "Breve memorationis", praticamente un organigramma delle funzioni ed un estimo dei beni del monastero, è cugino di Carlo Magno. Abbone è arcivescovo di Reims, mentre Hilduino è arcivescovo di Colonia. Gerberto, il futuro Papa Silvestro Il, è francese ed ha girato mezza Europa.

Intorno al 900 i monaci di Bobbio arrivarono ad avere numerosi possedimenti in tutta l’alta Italia.

Il primo nucleo sul territorio era la cella, insediamento che comportava l’esistenza di un luogo di culto e di un’azienda agricola; la cella si vedeva affiancare talvolta uno "xenodochium", traducibile in ospizio. Si chiamava podere o "mansio" l’estensione di terreno sufficiente al mantenimento di una famiglia, circa 11 ettari . "Corte" significava invece l’unione di molti poderi.

La potenza economica dei monaci scatenerà grandi lotte di interesse con i concorrenti, Vescovi e Comuni, e li obbligherà ad ottenere bolle papali e diplomi imperiali che sanciscano e confermino i poteri e le proprietà relative.

Dal VI secolo sino al XII secolo sono conseguenti una serie di viaggi, frequenti, degli abati a Roma per chiedere, di volta in volta, al Papa di turno, conferma dell’autorità, oltre che a Pavia e Milano, affinché il re o l’imperatore rafforzi i privilegi accordati.

Sappiamo di Bertulfo abate (628-640), che va a Roma, con Giona, per ottenere dal Papa la bolla di autonomia di fronte alle pretese del Vescovo di Tortona Probo, per il primato sul Monastero e il relativo diritto a controllarne le cospicue entrate. Bertulfo ottiene una scorta dal sovrano longobardo, Ariovaldo, per compiere il viaggio. L’11 giugno del 628 il Papa, Onorio I, firma il documento con cui il Monastero di Bobbio passa sotto la protezione della Sede romana. È il primo caso di esenzione di un monastero dalla giurisdizione vescovile2.

Il 4 maggio 643 Bobuleno abate, inviato da re Rotari, va a Roma da Papa Teodoro.

I tentativi di sottomettere i monaci continueranno nel tempo sino al XIII secolo, epoca in cui la loro autonomia verrà sottoposta all’autorità del vescovo. È il famoso processo di Cremona del 1208, durato trent’anni. E da allora per il Monastero sarà piena decadenza, già iniziata nel 1000.

2. La Bobbio - Boccolo dei Tassi - Bardi - Borgotaro - Pontremoli

L’itinerario ipotizzato sembrerebbe essere la via di collegamento, negli anni tra il 600 al 1000, seguita normalmente dagli abati per andare a Roma, via usata anche per il trasporto di persone e prodotti dai possedimenti del Monastero in Val Taro, Val Ceno e Toscana sino a Bobbio.

Era probabilmente utilizzata, all’andata o al ritorno, anche dai viaggiatori irlandesi, ecclesiastici e laici, che, nel pellegrinaggio a Roma, includevano una sosta a Bobbio per visitare la tomba di San Colombano. I monaci di Bobbio gestiscono infatti dall’862 un ospizio a Piacenza, in Santa Brigida dedicato in prevalenza ad accogliere i pellegrini irlandesi che si recano a Bobbio ed a Roma.

11 tragitto doveva consentire viaggi rapidi e veloci, in condizioni di relativa sicurezza e senza troppi intralci o impedimenti. Si tenga conto che solo dal 1200 la Val Trebbia sarà esente dai pedaggi, spesso onerosi, che i vari signorotti locali pretendevano da chiunque vi passasse3.

Sembrerebbe inoltre difficile che da Bobbio gli abati raggiungessero Piacenza per inserirsi poi sulla via Francigena. A parte gli ostacoli naturali e le ostilità in essere tra le autorità politiche e religiose di Bobbio e Piacenza, il percorso Bobbio - Piacenza - Fiorenzuola - Bardi - Borgotaro - Pontremoli, la cosiddetta "Via dei Monasteri", misura all’incirca 214 chilometri contro i 105 chilometri del percorso Bobbio - Boccolo dei Tassi - Bardi - Borgotaro - Pontremoli; occorreva d’altra parte una strada agevole, facile da percorrere e che non sfiancasse uomini ed animali.

Il tragitto Bobbio-Pontremoli si può suddividere in due fasi:

I) Bobbio — Boccolo dei Tassi — Bardi, in cui un fascio di strade consente ai pellegrini provenienti da Bobbio di attraversare il territorio di Coli e la Val Nure , utilizzando di volta in volta i percorsi possibili per arrivare a Boccolo dei Tassi, punto fermo per gli abati di Bobbio, che qui possono riposarsi, e arrivare a Bardi per proseguire sulla

Il) Bardi — Pontremoli, la cosiddetta "Via dei Monasteri" che collegava i monasteri regi della pianura con quelli di Val di Tolla, Gravago e Pontremoli, da dove proseguivano per Roma.

I Longobardi e successivamente i Franchi, una volta conquistata la Cisa , utilizzarono la via di monte Bardone, e Bobbio perse importanza.

La strada delineata registra dei punti obbligati, dove vi sono dipendenze dei monaci di San Colombano, ricordati dal Cipolla nel Codice diplomatico del Monastero di Bobbio, fissati i quali diventa più facile identificare il percorso, agibile ancora oggi con poche variazioni. I punti individuati sono: Boccolo dei Tassi, Gravago, Borgotaro, Borgallo e Pontremoli.  

2.1. Bobbio - Boccolo dei Tassi

Per quanto riguarda la definizione della parte del percorso per arrivare a Boccolo dei Tassi si può osservare che la possibile via Erta di Bobbio, 5. Agostino di Coli, Pradovera, Farmi d’Olmo, Groppallo, Boccolo della Noce (Boccolo dei Tassi) risulta assai poco agevole ed eccessivamente faticosa da percorrere per persone ed animali. L’Erta di Bobbio, che si inerpica sulla montagna subito dopo il Ponte Gobbo, appare difficile, se non impossibile, da percorrere con i cavalli.

L’oratorio di S. Agostino risulta datato 1622, anche se, in precedenza, recava il nome di "valle del vescovo" in quanto appartenente alla mensa vescovile di Bobbio. La strada di 5. Barbara è stata costruita dai militari nel secondo dopoguerra. La discesa da Pradovera a Casali con risalita a Passo Cappelletta, discesa a Farmi d’Olmo e risalita a Groppallo con proseguimento sino a Boccolo dei Tassi, costituiscono per chi la percorresse a piedi (come è accaduto a chi scrive) una grande fatica.

L’itinerario proposto, via Coli — Mareto — Groppazzolo — Boccolo dei Tassi, si presenta assai più agevole, con minori discese e con pendenze più dolci. La strada presenta, ogni poco, testimonianze e segni di epoca medioevale, sorgenti, fontane e luoghi di sosta.

Da Bobbio attraverso case Gambado si va a Santa Cediia, a Coli, poi all’Aserei, dove testimonianze orali ricordano ruderi di una torre di guardia, passando per il castello dei Magrini, il castello di Faraneto, Peli, Pescina. I castelli sono medioevali, ma erano posti a guardia di strade preesistenti. A Pescina si sono ritrovati resti di strutture alto medioevali4.

Dall’Aserei si passa a Nicelli, di cui la tradizione, raccolta con altre notizie di cui alcune attendibili ed altre meno, in un manoscritto del 1800 presso la Biblioteca Comunale di Piacenza, fa risalire la fondazione ad un soldato romano, Marco Annicio, ritiratosi in Val Nure. ll castello, dapprima chiamato Aniceto o Annicei, sempre secondo il manoscritto, viene dato come "dono distintissimo" da Carlo Magno imperatore ai Nicelli, potenti signori dell’alta Val Nure che lo avevano ben servito nella guerra contro Desiderio, re dei Longobardi. Viene nominato come "corte dei Nicelli" nell’investitura concessa dall’imperatore Ottone all’abate di Bobbio: di cui, però non vi è traccia in documenti ufficiali. ll primo atto certo è di Lanfranco Nicelli nel 1207. I resti della torre del fortilizio presentano qualche reperto altomedioevale5.

Da Nicelli a Mareto, non lontano da Cogno San Savino. Cogno viene nominato del 999 in cui un conte Ugo, residente a Soragna, dà in affitto suoi possedimenti nella corte di Cogno San Savino in Val Nure. Il vescovo di Piacenza e quello di Bobbio nel 1047 avviarono una lite per definire il possesso. Pare che anche il monastero di san Savino in Piacenza vi abbia avuto titoli di proprietà. In un atto del 1514. relativo ai beni posseduti dalla famiglia Nicelli si legge che "il castello del poggio di Cogno San Savino veniva assegnato a Cristoforo Nicelli". Oggi rimane solo lo spazio del castello ed una bellissima torre romanica della chiesa. Il luogo è comunque suggestivo per l’insieme6.

Si scende poi a Crocelobbia e, guadato il torrente Nure, cosa relativamente possibile, si prende la mulattiera per Groppazzolo, già luogo fortificato della famiglia omonima, fiera nemica dei Nicelli. Da qui a Case Cavanna, Porcile, Centopecore, Strarivo, Croce, Selva di Sotto per arrivare a Boccolo della Noce (Boccolo dei Tassi). Subito dopo Croce, appena guadato un rivo, si trova la torre di Tornara, inizialmente a quattro piani, ed oggi ridotta a tre, citata in un atto del 1576, abitata da messer Bernardo Cavanna, proprietario di terre e di ben 925 capi di bestiame, sulla strada che collega il piacentino al parmense. E' completamente isolata e dimostra la sua funzione di torre di guardia alla strada. Altra torre di guardia trovasi a Selva, questa seconda in cattive condizioni.  

2.2. Boccolo dei Tassi

A Boccolo dei Tassi esisteva "infra vallem" un ospizio di 5. Pietro con terreni, di cui l’Abate di Bobbio aveva il diritto di nominare il cappellano. Tale ospizio, indicato anche come "ecclesia", viene nominato nei primi tempi come "propria cella Sancti Colombani" e deve tutti i proventi al Monastero. Vi sono sei livellari che forniscono 93 moggi di grano, 4 anfore di vino, 19 polli e uova. Quando, ad un certo momento, un vescovo vuole usurpare tale diritto, ovviamente con le relative entrate, scoppia la lite con l’abate, ma vince l’abate.

L’ospizio dimostra l’esistenza di una via frequentata, e presumibilmente antica, come indica l’intitolazione a 5. Pietro. I resti dell’ospizio, sulla base di testimonianze locali, sono stati recentemente ritrovati e si pensa sia opportuno poterne ufficializzare l’esistenza. Sono situati sul lato sinistro del Rivo Dorbida, presso la vecchia strada comunale Linguadà — Bardi, oggi ormai in disuso e in parte coperta di vegetazione.

Si sono registrate testimonianze di persone del posto che, ricordando quanto loro raccontato dagli anziani, sono ritornati indietro nel tempo di oltre cento anni: ricordando di una statua di San Pietro, oggi esposta nella chiesa nuova di Boccolo dei Tassi al valico, che è stata li trasferita da una chiesa preesistente situata, a detta dei testimoni, dove si sono ritrovati i resti.

L’arrivo a Boccolo dei Tassi da Bobbio, via Coli, Pescina, Cà del Romeo, Nicelli, Crocelobbia, Groppazzolo, Boccolo, è anche il tragitto più corto, agevole e percorribile ancora oggi su strade non asfaltate, e si aggiunge ad altre ipotesi altrettanto valide come:

Bobbio - Coli - Pescina - Nicelli - Centenaro - Cassimoreno - Passo dei Romei - Località Romei - Pione - Bardi.

Il percorso registra più volte il termine Romei, segno di un transito continuo di pellegrini. Sembra però spostarsi troppo lontano da Boccolo dei Tassi, passaggio obbligato degli abati di Bobbio, allungando troppo il cammino.

Bobbio - Coli - Pescina - Nicelli - Centenaro - Boli - Banzolo - Linguadà - Boccolo

Questo tragitto presenta parecchi riscontri da un punto di vista storico ed è largamente condivisibile sotto l’aspetto logistico:

- Centenaro risulta già abitato in epoca romana. Il Campi cita questa località, in una donazione del 892 a favore del vescovo di Piacenza, mentre nel 972 e nel 1027 Centenaro risulta compreso tra i beni del monastero di san Colombano di Bobbio.

- A Boli esisteva un castello, oggi scomparso, probabilmente a guardia dei passaggi sul Nure e sul Lavaiana.

- Banzolo, sulla parte destra del Nure vicino a Pratogiardino, viene citato tra i beni del monastero di Bobbio in un atto che il Cipolla7 considera falso. Banzolo viene nominato anche in un documento delle decime ospitaliere medioevali. La recente ristrutturazione della chiesetta di Banzolo, dedicata a San Rocco, non ha reso possibile una lettura altomedioevale delle murature, mentre le strade di fondovalle compongono un reticolo asfaltato assai difficile da ripercorrere, storicamente ed anche a piedi.

Bobbio - Santa Cecilia - Fontana - Arelli - Gavi - Aglio - Calenzano - Pradovera - Farmi - Groppallo - Linguadà - Boccolo.

Questa ipotesi poggia su due basi: Santa Cecilia, anticamente detta Porcile, dove i monaci di San Colombano allevavano i maiali e Calenzano in Val Perino, dove esisteva una cella del monastero di Bobbio. 11 percorso è assai disagevole ed era forse utilizzato quando ostacoli gravi impedivano le vie più facili.

In tempi difficili, come quelli considerati, i percorsi venivano cambiati con facilità perché le scelte del tragitto dipendevano da più fattori: briganti e signorotti locali, valichi percorribili, guadi e ponti transitabili, luoghi di sosta e sorgenti d’acqua, obbligavano a continue variazioni.  

2.3.Gravago

Il monastero di Gravago, collegato con Bobbio, è collocato in un punto importante per il controllo sulla via Bardi — Borgotaro. Situato a circa 7 chilometri da Bardi, sulla riva destra del torrente Noveglia, affluente del Ceno, risulta dotato di un luogo fortificato. Si data nel 737 la fondazione del monastero: è nominato nel diploma di Ildebrando del 744, esistente negli archivi della cattedrale di Piacenza e nel documento di re Rachis, assieme ai monasteri di Val Tolla e di Fiorenzuola. Nel 820 Ludovico il Pio conferma Gravago nella potestà del vescovo di Piacenza. Nel gennaio del 1234 dipende dal Comune di Piacenza: viene poi ceduto con altri possedimenti in Val Ceno, a Ubertino Landi. La chiesa è ancora oggi dedicata a San Michele: nel gruppo di case, attraversate da una strada lastricata, in parte di epoca antica, si sono notati reperti altomedioevali.  

2.4.Borgotaro

Il monastero di Bobbio possedeva in questa zona una "curtis", detta Turris, tra le sue più importanti e redditizie, e si adoperò, più volte nella storia, per sanare le ferite causate dal passaggio di Bizantini, Longobardi e Franchi8. Turris controllava il passaggio del Taro, l’imbocco della valle del Ceno, la strada per Pontremoli, attraverso i passi del Borgallo e del Bratello e verso il mare. Rotari conquisterà la costa ligure nel 642, mentre la via Francigena, non era allora agibile, a causa dei Bizantini che dominavano monte Bardone.

La "curtis Turrexana", poi Torresana — altomedievale e proveniente dalla trasformazione della Turris romana, costruita nella parte sana del terreno sulla riva sinistra del Taro — contribuì

al mantenimento del ponte sul fiume, tra la riva sinistra e la Pieve di 5. Giorgio, in riva destra, dove poi sorgerà l’odierna Borgotaro. Il Poggiali indica nel 1014 la rifondazione della chiesa di 5. Giorgio.

La "curtis Torresana" era composta da 47 livelli, con 85 famiglie. La carta dell’Abate Wala (834 c.a.) stabilisce essere dei monaci la quarta parte dei cereali, metà del vino prodotto, castrati ed altro ancora. Una parte di questi prodotti, compresi quelli provenienti dai possedimenti toscani, doveva essere trasportata a Bobbio, dove esisteva una fiorente comunità e dove si sa che, nell’anno 643, vivevano nell’Abbazia circa 150 monaci: la chiesa aveva intorno sei edifici centrali a più piani e trenta case ad un piano. Era un centro di cultura ma anche di attività economiche.

A Borgotaro l’abate aveva un luogo sicuro dove sostare, cambiarsi e far riposare i cavalli. Agli inizi il territorio intero era proprietà del Fisco Regio: in seguito fece parte del patrimonio fondiario del monastero di 5. Colombano di Bobbio. Nel secolo IX e fine secolo X all’Abate attiene signoria politica e signoria privata su Borgotaro ("imperium ac dominium"). Lo affermano diplomi carolingi e imperiali. Nel 972 a Milano Ottone conferma i privilegi di Bobbio9.

La parrocchia Torresana, per lungo tempo, dipese esclusivamente dall’abate di Bobbio. Ancora nel 1204 nella corte di Turris (Borgotaro) si indica una chiesa dedicata a 5. Colombano e dipendente dal Monastero.

Nel 1141 Borgotaro giura fedeltà alla Repubblica di Piacenza e nel 1222 diventa dipendente anche dalla Diocesi di Piacenza, dopo che alcuni decenni prima Azzone, podestà di Piacenza, aveva esentato da alcuni servizi gli uomini di Borgotaro10.  

2.5.Il Borgallo

Da Borgotaro per Pontremoli vi sono due strade: il Borgallo e il Bratello. ll Giuliani11 dice che la via del Borgallo è altomedioevale e viene spesso confusa con il Bratello che è, invece, medioevale.

Dalla chiesa di Valdena, fuori Borgotaro, fino a metà strada verso il valico si trova, ancora oggi nettamente visibile, una strada lastricata in sassi la cui origine è senz’altro antichissima. Presso la chiesa di Valdena si trova la statua di un pellegrino di ritorno da Santiago di Compostella: lo dimostrano la mantellina, il bordone ed una conchiglia, segno distintivo di coloro che erano stati alla tomba di San Giacomo. Il castello, di cui oggi restano poche tracce, venne ceduto da Moroello, Obizzo ed Alberto Malaspina al Comune di Piacenza nel 1187, insieme con gli altri loro possedimenti in Val di Taro.

La strada del Borgallo (altezza 1017 m .), che il Comune di Pontremoli teneva aperta per assicurare il passaggio alle soldatesche che si voleva allontanare dalla città, passa per Val Tarodine, Valdena, valico, resti dell’ospizio 5. Bartolomeo (menzionato in più parti), Nivola, 5. Lorenzo, Grondola, Pontremoli: è nominata anche, quale "via montis Burgalis" in un documento visconteo del 1356, quando Borgotaro e Pontremoli erano sotto la stessa Signorià.  

2.6.Pontremoli

A Pontremoli la chiesa di San Colombano, documentata, è già antichissima cella del monastero di Bobbio. Diventa poi, insieme alla chiesa di 5. Giovanni, la chiesa primaziale della città ed esiste ancora oggi. A Pontremoli si ricorda una chiesa di San Colombano situata sul terreno alla confluenza della Magra e del Verde. La distanza tra Borgotaro e Pontremoli corrisponde ad una giornata di cammino.  

3. Conclusione

Per tutto il percorso de la "Via degli Abati" si sono trovati segni e riconoscimenti di presenze continuate nel tempo, torri e castelli per la sicurezza, fontane e cappellette per la sosta ed il riposo, strade lastricate di sassi, di epoca antichissima.

La via è percorribile ancora oggi, a piedi, a cavallo oin mountain bike, e, liberando alcuni piccoli tratti dalla vegetazione cresciuta per il mancato utilizzo, può consentire il recupero di un percorso storico di grande importanza. Il cammino attraversa, oltre a Bobbio e Pontremoli, i territori dei comuni di Coli, Fami d’Olmo, Bardi e Borgotaro, zone di grande interesse storico, culturale ed artistico, oltre che ambientale.

San Colombano esercita un grande fascino spirituale su irlandesi, francesi, svizzeri, tedeschi, italiani ed europei in genere per l’influenza morale e religiosa che la cultura dei monaci ha tramandato nel tempo.

Nell’ambito dell’Anno Giubilare la ricostruzione di un percorso storico, come la "Via degli Abati", può stimolare i moderni viandanti ad approfondire le conoscenze delle vie percorse dai pellegrini nei tempi e ad incentivare la sensibilizzazione della amministrazioni al restauro, alla valorizzazione del patrimonio culturale ed artistico che costella l’itinerario, alla rivitalizzazione di vaste aree dimenticate.12  

 

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