L’anno
1215, nel mese d’ottobre, S. Franca, figlia dei conti di Vidalta,
nobile famiglia piacentina ritiravasi con alcune sue compagne in una
lontana solitudine del nostro Appennino. Fuggendo le ire, le contese
tra le fazioni della nostra città cercava rifugio sul monte Lama,
chiamato oggi col nome della santa.
Veramente,
secondo il parere del R. D. Angelo De Martini, arciprete V. F. di
Morfasso, eminente studioso della storia locale, degli usi e costumi
delle nostre vallate, non propriamente in cima alla montagna, ma più
in basso, in una località chiamata ancor oggi: << Campo
dell’Abbadia >> presso la frazione << Colombello
>> sarebbe sorto il monastero che avrebbe ospitato le figlie
dell’ordine Cistersense.
La
tradizione tuttavia ha fatto della vetta la dimora vera della Santa.
Lasciando questo dopo un anno e mezzo per recarsi in un ospedale
residenza a Vallera e poi a Pittolo, l’abbadessa Franca pensava
forse che un giorno il monte sarebbe stato meta ardente di
pellegrinaggi ed ella stessa quivi oggetto di culto?
Sorge
il monte di S. Franca a sud-ovest del comune di Morfasso. Larga e
solenne montagna s’eleva e sta nell’azzurro in linee piene
d’armonia e di belezza. Un vero esercito di piante ne copre le
pendici ed i fianchi, risale rapido verso la cima. In alto, in una
specie di pianoro lievemente ondulato, una serie di preati. Visti
dal basso, alla sera, questi prati portati su in alto dagli alberi
sembrano piccoli laghetti di smeraldo sospesi fra terra e
cielo…Centro del nostro Appennino, cui fanno capo o lambiscono o
s’avvicinano le principali vallate della nostra provincia, S.
Franca è oggi la vera cima simbolica ove si può vedere ed amare la
continuità della nostra stirpe e della storia delle nostre
montagne.
L’ultima
domenica di agosto, ogni anno, i figli del monte, i figli del piano
si raccolgono quivi nel nome della Santa piacentina…Amo queste
riunioni. Non sono che un anello d’un’immensa catena fatta di
secoli, riprendono e continuano la tradizione dei nostri padri, ci
ricongiungono alle anime buone dei nostri cari morti, che già
furono quassù a pregare. Perché S. Franca è e non può essere che
luogo di preghiera. La visione dè suoi prati che l’aria bagna di
quiete, la visione dei brevi ciuffi di faggi esili e puri
nell’ombra, non ispira che raccoglimento. Il tono di tutto il
paesaggio è una linea, di una grazia tutta femminile. S. Franca
traduce immediatamente in atto le aspirazioni dell’animo nostro
che giunge lassù. Non so più chi scrisse:<< ci si sente
diventare pagani nelle calde profondità della foresta, si ridiventa
cristiani nelle alte solitudini; ci si eterizza con le cime
>>. Vero, e dice bene pure quello: << l’occhio
dell’uomo è fatto per lo spazio.. La montagna lo innalza,
l’immenso lo rapisce >>.
Ecco
il Santuario. Costruito con le pietre che portano dal basso le
nostre madri, restaurato ora, dopo quarant’anni dalla sua
fondazione, dal R. D. Angelo De Martini, ci appare in mezzo ad una
radura, poggiante arditamente su piccole arcate, alto snello;
sfavillante di candore nel sole. Conosco già il luogo. Più volte
sono venuto quassù per immergermi in questa solitudine pieno di una
pace interiore, per sentirla e nutrirmene, per ritrovarvi un po’
dell’animo mio. Più che bella questa cima monte, parla
direttamente al nostro cuore…E mai come quassù ho compreso che
per essere completa in se stessa, per essere totalmente benefica
agli altri, la montagna deve avere sopra la cima più alta un
simbolo, il più puro la croce.
Sostiamo
in mezzo ad un tumulto di gente, di gruppi innumerevoli che da ogni
sentiero della montagna vengono ad abbattersi quassù simili a
morosi. Centinaia e migliaia di persone qui vengono in questo
giorno, da ogni parte: dalle valli, dai monti, dal piano, dalle città
lontane, s’incrociano, s’incontrano, sfilano in comitive
numerose in una varietà di costumi, in un contrasto di foggie, in
una policromia di colori di un effetto pittoresco e, credo,
veramente unico. Intorno, intorno, trattorie improvvisate, montagne
di provvigioni, banchi di rivenditori.
Ma
tutto questo è portato dagli uomini e scompare…il santuario
resta, elemento di bellezza di fede, di preghiera. Dinnanzi al
santuario pianure e montagne si stendono in tutto il loro splendore
ed il loro risalti. L’occhio abbraccia di colpo tutta la nostra
Provincia. Val d’Arda, Val Lubiana, Val Chero, Val Nure, si
aprono, solcate da fiumi d’argento, larghe, disseminate di campi,
di prati, di vigne, di case raccolte a crocchi, di paesi accocolati
nel verde. Lontane Val Trebbia e Val Tidone accennano un saluto coi
loro greti bianchissimi fuggenti verso il Po. Laggiù, incerta nella
bruma, simile a fondo di mare, la pianura appare estesa, infinita.
Ultime come sogno, emergenti al di sopra di quella specie di acqua
luminosa, in un candore irraggiante sublime, le linee bianche,
sfumanti nel cielo, delle Alpi nostre. L’occhio si ferma estatico,
come sperduto… A un quarto d’ora dal santuario, più in alto, al
così detto << Passo di S. Franca >> un altro panorama
si svela: un gruppo potente di monti, un oceano selvaggio di cime
che si rincorrono a sbalzi, chiare, poi in masse soffuse di viola,
finchè si perdono all’orizzonte avvolte d’azzurro. Tutta
l’alta Val Nure, l’alta Val Ceno, e Val Taro qui appaiono in
largo semicerchio sparse di villaggi e di borgate ove, all’ombra
delle vecchie rustiche case, la vita deve svolgersi, così serena e
cristiana… Sopra, ricche di boschi e di pascoli, le montagne.
Riconosco vicino le ridenti Morfassine, il Menegosa ferrigno, simile
a castello fantastico, poi il Lama, il Carameto, il Barigazzo, il
Dosso; quindi, in un vasto anfiteatro Rocca Tomarlo, Monte Bue, il
Ragola, il Calamura, il Carevolo, il Pelpi, M. Osero e, altissimo,
ultimo lembo d’Appennino, aspirazione della materia verso lo
spirito, il Penna, balzante d’impeto acuto come dolomite,
tagliente nell’azzurro con la punta estrema sfidante, il
Pennino…
Giganti
assopiti, guardo i monti posare nello splendore del mezzogiorno. Che
bella assemblea di montagne, forte, placida, benefica che dà a noi
stessi un senso di mistero, una pienitudine di bontà.
Squilli
gai, tinnuli. Il popolo s’assiepa fuori dal santuario, nella
radura, raccolto e silenzioso. Le parole dell’ Ave Maria corrono
alte, pronunciate da un sacerdote. Ed ecco la bella statua di S.
Franca portata fuori a braccia, seguita da una vera fiumana di
gente, tra due ali fittissime di altri fedeli. La processione
caratteristica si snoda lentamente attraverso la distesa dei prati,
si sofferma, s’indugia in ginocchio, si alza, riprende il cammino,
lunga multicolore.
In
testa la croce, i vessilli dei vari circoli cattolici di Morfasso.
S’alzano dalla folla, in quel tripudio di luce, nella solitudine
della terra e del cielo; a voci alternate gravi ed esili, i canti
solenni e pieni della Chiesa. Come dolce e come rapisce il sentire
su questa montagna, in quelle voci di donne sboccianti alla vita i
canti della fede. Mi sembra in quel momento di udire nell'anima come
la voce degli avi, mi sembra che la natura tutta si unisca a quel
canto, elevi un inno al suo Creatore…
Nel
pomeriggio riesco a penetrare nel santuario, dalla cupoletta tutta
linda, indorata dal sole. Intorno alla statua della Santa i
pellegrini s’affollano numerosi, e come una volta le donne della
Palestina toccavano per guarire, gli abiti di Gesù. Oggi i fedeli
di S. Franca ne toccano le vesti per implorare grazia e protezione.
Qualcuno, ciò vedendo, potrebbe forse sorridere, pronunciando la
parola << ignoranza >>. No ! E’ il sublime semplice
della fede e con tale fede nel cuore delle nostre madri
la Patria
non può perire!…
Ma
le ore trascorrono rapide sulla cima si S.Franca. Il tramonto
s’annunzia avvampando di bagliori sanguigni l’orizzonte. Scende
quindi il crepuscolo battendoci nel viso un’aria sottile,
mettendoci nell’animo la tristezza accorata dell’abbandono.
Scendiamo,
e attraverso gli alberi pieni di mistero, dall’occulta vita, giù
giù lungo le pendici del monte ci sentiamo piccoli, fuggitivi,
labili rispetto alle montagne nere… Ma in alto, sola nel suo
santuario, S.Franca veglia su le anime buone, ideale di pace, di
carità, protettrice delle nostre vallate, dei nostri monti, della
provincia nostra.
Prof. Arturo Credali