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Passeggiata al Santuario di S.Franca

Abbiamo visitato questo santuario perchè in passato era una meta molto importante per i fedeli della valceno

qui sotto riportiamo un vecchio articolo pubblicato sul giornale:
"IL NUOVO GIORNALE"
 
Anno XII - n° 20 - 16 venerdì settembre 1921
del prof. Arturo Credali

LEMBI DI APPENNINO PIACENTINO

“AL SANTUARIO DI SANTA FRANCA”

L’anno 1215, nel mese d’ottobre, S. Franca, figlia dei conti di Vidalta, nobile famiglia piacentina ritiravasi con alcune sue compagne in una lontana solitudine del nostro Appennino. Fuggendo le ire, le contese tra le fazioni della nostra città cercava rifugio sul monte Lama, chiamato oggi col nome della santa.

Veramente, secondo il parere del R. D. Angelo De Martini, arciprete V. F. di Morfasso, eminente studioso della storia locale, degli usi e costumi delle nostre vallate, non propriamente in cima alla montagna, ma più in basso, in una località chiamata ancor oggi: << Campo dell’Abbadia >> presso la frazione << Colombello >> sarebbe sorto il monastero che avrebbe ospitato le figlie dell’ordine Cistersense.

La tradizione tuttavia ha fatto della vetta la dimora vera della Santa. Lasciando questo dopo un anno e mezzo per recarsi in un ospedale residenza a Vallera e poi a Pittolo, l’abbadessa Franca pensava forse che un giorno il monte sarebbe stato meta ardente di pellegrinaggi ed ella stessa quivi oggetto di culto?

Sorge il monte di S. Franca a sud-ovest del comune di Morfasso. Larga e solenne montagna s’eleva e sta nell’azzurro in linee piene d’armonia e di belezza. Un vero esercito di piante ne copre le pendici ed i fianchi, risale rapido verso la cima. In alto, in una specie di pianoro lievemente ondulato, una serie di preati. Visti dal basso, alla sera, questi prati portati su in alto dagli alberi sembrano piccoli laghetti di smeraldo sospesi fra terra e cielo…Centro del nostro Appennino, cui fanno capo o lambiscono o s’avvicinano le principali vallate della nostra provincia, S. Franca è oggi la vera cima simbolica ove si può vedere ed amare la continuità della nostra stirpe e della storia delle nostre montagne.

L’ultima domenica di agosto, ogni anno, i figli del monte, i figli del piano si raccolgono quivi nel nome della Santa piacentina…Amo queste riunioni. Non sono che un anello d’un’immensa catena fatta di secoli, riprendono e continuano la tradizione dei nostri padri, ci ricongiungono alle anime buone dei nostri cari morti, che già furono quassù a pregare. Perché S. Franca è e non può essere che luogo di preghiera. La visione dè suoi prati che l’aria bagna di quiete, la visione dei brevi ciuffi di faggi esili e puri nell’ombra, non ispira che raccoglimento. Il tono di tutto il paesaggio è una linea, di una grazia tutta femminile. S. Franca traduce immediatamente in atto le aspirazioni dell’animo nostro che giunge lassù. Non so più chi scrisse:<< ci si sente diventare pagani nelle calde profondità della foresta, si ridiventa cristiani nelle alte solitudini; ci si eterizza con le cime >>. Vero, e dice bene pure quello: << l’occhio dell’uomo è fatto per lo spazio.. La montagna lo innalza, l’immenso lo rapisce >>.

Ecco il Santuario. Costruito con le pietre che portano dal basso le nostre madri, restaurato ora, dopo quarant’anni dalla sua fondazione, dal R. D. Angelo De Martini, ci appare in mezzo ad una radura, poggiante arditamente su piccole arcate, alto snello; sfavillante di candore nel sole. Conosco già il luogo. Più volte sono venuto quassù per immergermi in questa solitudine pieno di una pace interiore, per sentirla e nutrirmene, per ritrovarvi un po’ dell’animo mio. Più che bella questa cima monte, parla direttamente al nostro cuore…E mai come quassù ho compreso che per essere completa in se stessa, per essere totalmente benefica agli altri, la montagna deve avere sopra la cima più alta un simbolo, il più puro la croce.

Sostiamo in mezzo ad un tumulto di gente, di gruppi innumerevoli che da ogni sentiero della montagna vengono ad abbattersi quassù simili a morosi. Centinaia e migliaia di persone qui vengono in questo giorno, da ogni parte: dalle valli, dai monti, dal piano, dalle città lontane, s’incrociano, s’incontrano, sfilano in comitive numerose in una varietà di costumi, in un contrasto di foggie, in una policromia di colori di un effetto pittoresco e, credo, veramente unico. Intorno, intorno, trattorie improvvisate, montagne di provvigioni, banchi di rivenditori.

Ma tutto questo è portato dagli uomini e scompare…il santuario resta, elemento di bellezza di fede, di preghiera. Dinnanzi al santuario pianure e montagne si stendono in tutto il loro splendore ed il loro risalti. L’occhio abbraccia di colpo tutta la nostra Provincia. Val d’Arda, Val Lubiana, Val Chero, Val Nure, si aprono, solcate da fiumi d’argento, larghe, disseminate di campi, di prati, di vigne, di case raccolte a crocchi, di paesi accocolati nel verde. Lontane Val Trebbia e Val Tidone accennano un saluto coi loro greti bianchissimi fuggenti verso il Po. Laggiù, incerta nella bruma, simile a fondo di mare, la pianura appare estesa, infinita. Ultime come sogno, emergenti al di sopra di quella specie di acqua luminosa, in un candore irraggiante sublime, le linee bianche, sfumanti nel cielo, delle Alpi nostre. L’occhio si ferma estatico, come sperduto… A un quarto d’ora dal santuario, più in alto, al così detto << Passo di S. Franca >> un altro panorama si svela: un gruppo potente di monti, un oceano selvaggio di cime che si rincorrono a sbalzi, chiare, poi in masse soffuse di viola, finchè si perdono all’orizzonte avvolte d’azzurro. Tutta l’alta Val Nure, l’alta Val Ceno, e Val Taro qui appaiono in largo semicerchio sparse di villaggi e di borgate ove, all’ombra delle vecchie rustiche case, la vita deve svolgersi, così serena e cristiana… Sopra, ricche di boschi e di pascoli, le montagne. Riconosco vicino le ridenti Morfassine, il Menegosa ferrigno, simile a castello fantastico, poi il Lama, il Carameto, il Barigazzo, il Dosso; quindi, in un vasto anfiteatro Rocca Tomarlo, Monte Bue, il Ragola, il Calamura, il Carevolo, il Pelpi, M. Osero e, altissimo, ultimo lembo d’Appennino, aspirazione della materia verso lo spirito, il Penna, balzante d’impeto acuto come dolomite, tagliente nell’azzurro con la punta estrema sfidante, il Pennino…

Giganti assopiti, guardo i monti posare nello splendore del mezzogiorno. Che bella assemblea di montagne, forte, placida, benefica che dà a noi stessi un senso di mistero, una pienitudine di bontà.

Squilli gai, tinnuli. Il popolo s’assiepa fuori dal santuario, nella radura, raccolto e silenzioso. Le parole dell’ Ave Maria corrono alte, pronunciate da un sacerdote. Ed ecco la bella statua di S. Franca portata fuori a braccia, seguita da una vera fiumana di gente, tra due ali fittissime di altri fedeli. La processione caratteristica si snoda lentamente attraverso la distesa dei prati, si sofferma, s’indugia in ginocchio, si alza, riprende il cammino, lunga multicolore.

In testa la croce, i vessilli dei vari circoli cattolici di Morfasso. S’alzano dalla folla, in quel tripudio di luce, nella solitudine della terra e del cielo; a voci alternate gravi ed esili, i canti solenni e pieni della Chiesa. Come dolce e come rapisce il sentire su questa montagna, in quelle voci di donne sboccianti alla vita i canti della fede. Mi sembra in quel momento di udire nell'anima come la voce degli avi, mi sembra che la natura tutta si unisca a quel canto, elevi un inno al suo Creatore…

Nel pomeriggio riesco a penetrare nel santuario, dalla cupoletta tutta linda, indorata dal sole. Intorno alla statua della Santa i pellegrini s’affollano numerosi, e come una volta le donne della Palestina toccavano per guarire, gli abiti di Gesù. Oggi i fedeli di S. Franca ne toccano le vesti per implorare grazia e protezione. Qualcuno, ciò vedendo, potrebbe forse sorridere, pronunciando la parola << ignoranza >>. No ! E’ il sublime semplice della fede e con tale fede nel cuore delle nostre madri la Patria non può perire!…

Ma le ore trascorrono rapide sulla cima si S.Franca. Il tramonto s’annunzia avvampando di bagliori sanguigni l’orizzonte. Scende quindi il crepuscolo battendoci nel viso un’aria sottile, mettendoci nell’animo la tristezza accorata dell’abbandono.

Scendiamo, e attraverso gli alberi pieni di mistero, dall’occulta vita, giù giù lungo le pendici del monte ci sentiamo piccoli, fuggitivi, labili rispetto alle montagne nere… Ma in alto, sola nel suo santuario, S.Franca veglia su le anime buone, ideale di pace, di carità, protettrice delle nostre vallate, dei nostri monti, della provincia nostra.

                                

                                                                                     Prof.  Arturo Credali

 
note di Antonio Ortalli
fotografie scattate nel settembre 2006 da Flavio Nespi

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