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in collaborazione col centro studi valceno, propongono una raccolta di notizie storico culturali sulla valceno

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Valentina Selena Medici
è nata a Bardi nel 1947,
 da diversi anni, vive a Noceto.
Si dedica alla poesia e
 dal 1998 ad oggi,
ha ricevuto molti ed importanti 
riconoscimenti 
in tutt'Italia.

 

 

Valentina Selene Medici

 

LA CHIAVE DEL PARADISO

 

E’ un tardo pomeriggio di primavera

e nell’aria quel non so che di positività

che rende sereni. Forse sarà per i garriti

di beccucci aperti, che incrociano voli.

Forse il profumo dei fiori nei prati al sole

o quello tenue di ultime viole protette

dall’ombra profonda nella folta pineta.

Guardo lei che sta scendendo la scalinata

che porta all’antica, bianca chiesetta

incastonata fra svettanti,  resinosi pini.

Sta scendendo lentamente

Soffermandosi vicino ai vasi di fiori

ai lati dei gradini di cemento grigio,

erosi da intemperie e dai passi dei devoti.

Gradini caldi di sole già basso all’orizzonte.

La segue l’ombra lunga del campanile

che decolora nell’incipiente oscurità.

Ma giunta all’ultimo gradino, fulminea

si nasconde nel grosso vaso di gerani rossi

che premuroso e ospitale l’accoglie.

C’è la chiave del paradiso

appesa alla loro coda.

Il vento carezzevole e leggero dei ricordi

la voce di mia madre mi riporta.

Nel silenzio con l’inconscio pensiero

mi ritrovo a sussurrarle

“Dormi bene lucertolina

e che la notte ti sia amica.”

 



 
 

Valentina Selene Medici

 

LEPROTTO

 

S’inoltra lenta, la nebbia tra i filari

orfani ormai di acini gonfi.,

Si posa sui tralci rinsecchiti

dormienti nel meritato riposo

e li avvolge in un lavacro benefico.

Ascolto nel silenzio ovattato

il lento cadere di gocce

che la terra avidamente sugge.

Un corvo nero mi gracchia contro

tutto il suo disappunto;

forse teme gli possa rubare

qualche ultimo acino appassito.

D’ un tratto un leprotto s’avanza

fra radi ciuffi d’erba umida.

Si gira, saltella qua e là

come in un suo gioco solitario.

Mi scorge, si ferma, mi guarda

poi impaurito fugge a nascondersi

in chissà quale luogo sicuro

e non saprà mai che avrei voluto

soltanto, poterlo accarezzare.

 
 

Valentina Selene Medici

 

TRA SOGNO E REALTA'

(sul monte barigazzo)

 

Un albero mi ha preso per la mano

mentre ero con te nella radura.

Mi ha portata nel bosco

e mi ha parlato di se….

Mi ha detto le gioie dell’estate

e i dialoghi col vento.

Di quanti alberi muoiono

e di quanti ogni anno invece

ne spuntano fra le foglie morte.

Mi ha insegnato sentieri nascosti

e fresche acque zampillanti.

Mi ha parlato  di lunghi sonni

e di dolci, intensi risvegli.

E mi ha mostrato la noncuranza

cartacce, rifiuti e bottiglie

che tanto male gli fanno.

Ma il volo di una farfalla

o chissà cosa, mi ha destata.

Sono entrata nel bosco con te

cullando ancora il mio sogno.

Ma se era solo un sogno, perché

riconosco il sentiero?

Ma se era solo un sogno, perché

so dov'è la fresca sorgente?

E se era solo un sogno, perché

mi allontano d’improvviso

per raccogliere una bottiglia

nascosta dietro un cespuglio?

Mi guardi stupito ed io ….

comincio a raccontare.

 

 
 

PRIMAVERA DEL 63

 Poesia di Valentina Selene Medici

 

Camminavamo in gruppo noi ragazze

in quella Primavera del‘ 63.

Camminavamo per strade dove allora

il traffico era ancora sconosciuto.

Era più calda allora la stagione….

Sfoggiavamo larghe gonne color pastello

e scarpine scollate a decoltè.

Fiori colorati di gioventù.

Eravamo in quel di Bardi e su diaspro rosso

il castello ci faceva compagnia.

Si andava in gelateria a comperare

un cono gelato da cinquanta lire….

Era Domenica lo si poteva fare.

Tornavamo poi assaporando adagio

quel dolce gusto che scendeva in gola.

Era più calda allora la stagione

era più dolce allora quel gelato.

Forse si o forse era solamente

perché vissuti con la gioia intensa

di una spensierata gioventù.

 

 
 

VOLEVA ESSERE BAMBINA

 Poesia di Valentina Selene Medici

Le aveva permesso di guardare la televisione

DOPO….. Quell’uomo prepotente

in quella stanza ammobiliata

mentre ammiccando verso lei

rideva parlando al telefono

in una lingua sconosciuta.

Le aveva permesso  di guardare la televisione.

e lei aveva visto bambine

andare a scuola accompagnate dalla mamma.

E lei aveva visto bambine

stringere al petto una bambola

in una casa accogliente.

Aveva chiesto perché questo

a lei non fosse permesso

e la risposta era stata

una porta chiusa in fretta dietro alle sue spalle.

Si era ribellata e ribellata ancora

a chi per lei decideva

ma non aveva misurato la forza

la mano che l’aveva colpita.

Voleva solo andare a scuola

voleva solo stringere una bambola

voleva solo essere bambina.

E Dio se l’è portata, in mezzo agli angioletti.

 

 
 

EMIGRANTE  

 Poesia di Valentina Selene Medici


 

Din, don, dan.
Chissà perché le campane della Val Ceno
a
primavera danno sempre più allegria.
Così pensava mentre a sera al rosario
se
ne andava. Un po’ per fede, un pò
per
guardar ragazze con gli occhi scuri
e
la bocca di ciliegia.
Tornava fischiettando
dopo
aver rubato un bacio
tra
un cespuglio di rose e una gaggia.
Vent’anni e nel cuore il desiderio
di
fuggire lontano dalla povertà.
Din, don, dan.
Ascoltava le campane là sul molo
mentre
pregava la Madonna
perché
tenesse calme l’onde.
Trovò un’altra lingua diversa dalla sua
e
un’altra bocca di ciliegia
per
fargli compagnia.
Passò primavere e primavere
ad
annaffiare rose e insegnare rosari
a
figli e nipotini.
A volte guardava in lontananza
e
gli sembrava di vedere una gaggia.
Ma
oggi i suoi occhi sono stanchi
e
passa le giornate seduto in riva al mare
mentre
bianchi, fragili, fugaci fiori di spuma
davanti
ai suoi piedi si vengono a fermare.

 

 
 

TORTA DI COMPLEANNO

 Poesia di Valentina Selene Medici


 

 

Ho visto donne recarsi alla fontana
e
compiere gesti antichi.

Le ho viste immergere e ritirare panni

nelle
acque fredde e cristalline.

Le ho sentite parlare ad alta voce

di
figli, miseria e sacrifici.

Ho sentito muggiti uscire dalle stalle

e
galline annunciare un pò di companatico.

Ho visto bambini rincorrersi scalzi

felici
nella pura innocenza.

-Mamma, mi fai la torta? Domani compio gli anni.-
Era una domanda che sovente ricorreva

che
i bimbi certo allora non mancavano.

La madre pensava se aveva la farina

ma
le altre madri insieme sempre si adoperavano
perché
quel giorno non fosse dimenticato.

Assaporo profumo di pane fresco

che
mi riempie le nari e i polmoni
mentre
le campane suonano mezzogiorno.

Mi scuoto perché i rintocchi giungono da lontano

non
dalla chiesetta chiusa e abbandonata.

Mormorano sottovoce le case diroccate

e
gli usci sono chiusi da rose inselvatichite.

Penso ai posteri di quei bambini scalzi

che
avranno torte per i loro compleanni
comperate
in ricche pasticcerie.

Le gusteranno ignorando il sapore

di
quelle dei loro nonni, impregnate
di
amica condivisione di generosi cuori
di
tante madri, che lavavano alla fontana.

 

 
 

Invio uno scioglilingua insegnatomi da mio padre
che da bimba mi spronava a dirlo sempre più in fretta.

Un saluto Valentina Selene Medici

 

 

Gh'ava 'na succa da fa scarafasucà
l'ò purtà dau capu scarafasucature
u capu scarafasucature ne l'era miga a ca
l'ò purtà a ca l'ò scarafasucà da mei
tantu comme aveila purtà

dau capuscarafasucature
belle scarafasucà la succa.

 
 
 

AL GIORON ‘D MARCHE’
( a Bardi )

 Poesia di Valentina Selene Medici
 

Ja guardèva rivèr dala fnéstra
cuand da putén’n d’istè
n’andèva miga a scola.
J eren in t il j òt òri mo séns’ètor
par strèda i ghìeren zamò
alméno da du ori. I gnève zò
daj mònt, du ca e ‘na céza picinén’na
e a mi che stèva apén’na fora dal paéz
m’parèva d’essor‘na véra citadén’na.
J’ommi i gh’èven al baston e al capél
e i se tirèven adré con ‘na corda
un vitél, ch’l’andèva pjanén, pjanén
cuèsi ch’al savis al so destén.
Gh’era ‘na vécia con un fasolétt nigòr
in tésta che intant ch’l’andèva la dzèva
l’Ave Maria e dop gh’era al ragàsi
che i ridèven e i scarsèven in alegrìa.
I gh’èven ‘na borsa ‘d téla,
al vésti alzéri e i stvaj ad gòmma.
Mo cuand j eren lì davànt a ca me
indòvva la strèda finalmént l’era sfaltèda
i mettèven i stvaj in t la borsa ‘d téla
e i la scondèven in t la cunètta e in  paéz
i gh’andèven con i sandoj e la borsètta.
j arissén pasè la maten’na a guardèr
al vedren’ni e i banch in t al marchè
e finalmént j’arissén podì magnèr un bon zlè.
Adés in montàgna i gh’àn tutt al “fuoristrada”
e al sfèlt al riva cuèzi anca in t i bosch
mo se sèr j oc’ m’pèra ‘d vèddòr ancòrra
ch’il ragàsi che i ridèven in alegrìa
e ch’la vécia con al fasolètt nigòr in tésta
che intant ch’l’andèva la dzèva sottvoza

l’Ave Maria.

 
 
 

IL RITORNO
(alla Pieve di Gravago)

Poesia di Valentina Selene Medici
 

Sono tornata qui, dove bimba
m’inebriavo del fascino della natura.
Sono tornata qui, dove bimba
seduta su un muretto a secco
guardavo rondini volare
intorno al campanile e il rosso bagliore
sembrava restio al saluto serale.
Mia madre m’era compagna allora
per amichevoli sentieri

correvo intorno a lei con la giocosità

della mia fanciullezza.
Andavo a cercare viole
nascoste sotto foglie verdi
ma non le coglievo per non vederle morire.
Salutavo mulattieri che adeguavano il passo
a quello lento dei muli carichi di legna.
Sono tornata qui e ancora volano rondini
intorno al campanile e il rosso bagliore
sembra ancor restio al saluto serale.
Nascono sempre viole sotto alle foglie verdi
ma ancora non le colgo per non vederle morire
e i mulattieri sono solo nei ricordi.

Non c’è più mia madre a farmi compagnia

ed io seduta sul muretto a secco
assaporo lentamente anche per lei
il ritorno nei luoghi amati.

 
 
 

SULLA VETTA DEL PELPI
Poesia di Valentina Selene Medici
 

Distesa sul prato
con rada erba d’altura
sentivo il calore della terra
abbracciare il mio corpo.
Il vento, impertinente
mi donava le sue carezze
ora dolci, ora irruenti
sussurrandomi complice
misteriose parole
regalandomi profumi lontani.
Poi svelto se ne andava
a rincorrere nuvole bianche.

D’improvviso tornò

sospingendo batuffoli soffici
quasi un invito a farmene
impalpabile coltre.

Il mio cuore anelò

il fermarsi del tempo
ma il rosso bagliore

che già pensava al riposo

mi convinse al ritorno.
Non mi voltai mai
neppure una volta
per non mutare il ricordo
ma mentre scendevo
il ripido sentiero
piangevo, lacrime mentali.

 
 
 

PIZZO D’OCA
Poesia di Valentina Selene Medici

Seduta sul soffice prato
dietro alla vecchia casa
che conobbe la mia fanciullezza
se chiudo gli occhi mi rivedo.
Di fronte il possente maniero
che antiche leggende mi narrava.
Ai suoi piedi la piccola chiesa
dove devota sovente pregavo.

E poi  la valle ampia e luminosa

e al centro tu o Pizzo d’oca.

Già ai miei occhi di bimba

eri misterioso e affascinante
nei miei percorsi di scuola e di svago

eri lì, presenza sicura e costante.

Guardavo la tua vetta rocciosa e scoscesa
sferzata dai venti e dai temporali
illuminata dai caldi raggi del sole
o ricamata da nivee trine.
Ti amavo, desideravo venire da te
ti sentivo anche un poco mio.
Poi la vita ci ha separati, a volte tornavo
ti salutavo da lontano e il desiderio cresceva.
Ma finalmente oggi sono qui
cammino sui tuoi verdi sentieri
mi riposo all’ombra dei tuoi alberi
raccolgo piccole pietre a ricordo
e finalmente giungo sulla tua anelata vetta.
E mentre assaporo la felicita

del desiderio realizzato
ti sento ancora un poco di più….mio.

 

 
 


BARDI

Poesia di Valentina Selene Medici

Sono nata in un paese di montagna
bello, ridente e luminoso
come gli occhi di un bimbo felice
ma dove il migrare era consueto.
Crudele buio di profonde miniere
o untuoso vapore di grandi cucine,
accoglievano gente che io conoscevo.
Sudore, fatica e pelle ingiallita
ma nel cuore sempre quel diaspro rosso
un’ampia vallata, il Ceno e i monti.
A sera i rintocchi dell’Ave Maria
una sommessa preghiera rivolta al cielo
e un cero acceso da una cara mano antica.
Pregano donne, per  i figli lontano
che si fanno onore per poter ritornare.
A volte spesso, i più fortunati

a volte solo per un ultimo sguardo
e una lieve carezza ad un viso amato.
Ma per tutti sempre un desiderio latente,
tornare all’ombra del grande maniero
ed aspettare tranquilli, che l’inverno
passi le candide dita leggere,
fra i suoi capelli.

 

 
 


CENO
Poesia di Valentina Selene Medici

 

Sgorgato chissà quando
dal fianco di quel monte
che ti fu, padre e madre.
Con giovane irruenza
ti sei precipitato
verso quel cammino
ancora sconosciuto.
Ne sassi, ne rami,
dossi o avvallamenti,
la tua corsa han fermato.
Con salti e spintoni
tutto superavi e in fretta
te ne andavi, verso la meta
ancora sconosciuta.
Solo a tratti, la tua corsa
rallentavi. Forse per riposare,
forse perché le stelle
si potessero specchiare.
E se male hai fatto
mai fu per cattiveria
ma sempre hai compensato
con generosa vita.
E grosse ruote hai mosso
ora dimenticate.
Chissà se in te rimane
il ricordo dei paesi,
dei boschi, dei prati
ed anche dei miei occhi
dal tuo scorrere incantati.
Mormorii, sussurri, canti,
una melodia strana
e la musica del vento
in sottofondo t’accompagna.
Ti tocco ma non ti si può

fermare. Scivoli, t’increspi
e solo un po’ di schiuma
tra le dita mi rimane.
Ti saluto o Ceno, amico mio.
tu che mi hai vista bimba
e ora donna mi ritrovi.
A te dono il mio amore,
a te, che sempre sei lo stesso
e ad ogni istante, ti rinnovi.

 

 
 
CASA

Poesia di Valentina Selene Medici



Ricorda una piccola, povera casa
stretta fra piccole, povere case
in una piccola frazione di montagna.
Fioca la luce per risparmiare
parche di mobili erano le stanze.
Mura un poco screpolate dall'umidità
che pudica si nascondeva negli angoli.
Un Crocifisso a proteggere tutti.
Una Madonna azzurra su una mensola scura
e un cero acceso a chiedere grazia
perché gioie e dolori si compensassero.
Fresca al mattino, con le finestre aperte
calda alla sera, con la stufa a legna.
Il calore famigliare sempre trasudava
e rendeva meno gravi le privazioni.
Sono cambiate ora le cose
nell'attico perso fra nubi e cielo.
Mobili di lusso, quadri firmati
pareti dipinte e angoli asciutti.
Ascolta nel silenzio che le circonda
la gelida voce della solitudine.
Poi in un cassetto, quasi dimenticata
trova la Madonnina col mantello azzurro.
Accende un cero e prega con fervore
perché le gioie, compensino il dolore.

 

 
 
MADONNA SUL MONTE
Poesia di Valentina Selene Medici



Con l?aiuto di una mano amica
alla fine dell'aspro sentiero
sono giunta alla cima del monte.
Sono giunta da Te, Madonnina azzurra
che dalla bianca nicchia pietrosa
sorvegli le valli profonde.
Volgo lo sguardo attorno
a cercare segni di chi
prima di me ti ha pregata.
Un mazzetto di fiori essiccato,
un nome incerto, inciso su pietra,
una piccola croce di legno
che un filo d'erba sottile
s'ostina a tenere legata.
Un cero ormai consumato
e un piccolo cuore d'argento
a ricordo di un aiuo importante.
M?inginocchio e rimango a pregare
pensando alle cose
che vorrei chiedere per me.
Non voglio miracoli o ricchezze
voglio solo poter mantenere
la forza e il coraggio che ho
per vivere la mia disabilità.
Voglio solo poter continuare
ad avere la fede in Te

 

 
 
DRUSCO
Poesia di Valentina Selene Medici



Dove sono finite le voci dei bambini
che nei cortili acciottolati
correvano scalzi per fare tana!
Dove sono finite le vecchie
che sedute a fare la calza
davanti all'uscio aperto,
volgevano lo sguardo
a un ribollire lento
e a un nipotino ancora da fasciare.
Tornavano presto, dai campi, le madri
richiamate da un muggito
rigonfio di latte.
Tornavano tardi, dai campi, i padri
che dura era la terra da dissodare.
Non si dice più il rosario fra le rose,
ora è chiuso a chiave
il portone della chiesa e vicino
fiori gialli fra alti steli verdi,
ondeggiando, cullano il riposo
di chi è già stato.
Solo il silenzio ora qui è sovrano
rotto dal gocciolar della fontana
e il torrente in lontananza
amalgama la voce con il vento.
Mi allontano accompagnata
dal cinguettio degli uccellini,
guardiani rimasti a conservare
voci e ricordi di un passato
che se tendo l?orecchio
sembro riascoltare.

 
 
CASE DI PIETRA
Poesia di Valentina Selene Medici



Abbandonate case di pietra
d?improvviso ho scoperto
tra rovi e alta erba incolta
alla fine dell'incerto sentiero.
Occhi vuoti a guardare il passato
pulsanti di antichi ricordi.
Stipiti scolpiti da mani operose
che col duro lavoro, altrove
prestigio hanno trovato.
Cespugli di rose profumate
vicino agli usci sfondati,
che ignare aspettano invano
una presenza gentile a curarle.
Mi allontano silenziosamente
per non disturbare
i vaghi sentori di speranze
per una vita meno grama e incerta,
che aleggia nelle stanze vuote
fremendo fra vetri spezzati.

 

 

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